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lunedì 11 gennaio 2010

Avatar, un antidoto contro l'America che piace agli americani (e al mondo intero)

(Attenzione l’articolo contiene elementi importanti della trama, chi non ha visto il film potrebbe perdere parte dell’effetto sorpresa)

Ho visto Avatar a New York in versione 3D Imax e la prima cosa da dire è che si tratta di un film da vedere. Nel duplice senso che bisogna andarlo a vedere e che si tratta di un film fatto per essere visto. L’esperienza visuale – ma starei per dire sensoriale, visto l’effetto “immersivo” della tecnologia 3D Imax – giustifica da sola e in abbondanza la creazione di Avatar.
Prima di ogni altra considerazione estetica, prima di ogni giudizio critico, prima di ogni lettura politica, religiosa o sociale, viene la fortissima impressione visiva che James Cameron è riuscito a trasmettere con il suo film.

Per la capacità di creare mondi alternativi completamente coerenti, per l’ossessione al dettaglio enciclopedico, per la sovrabbondanza immaginativa, ci si può solo richiamare a serie di culto come Guerre Stellari o Il Signore degli Anelli. Ma con Avatar, mi sembra, si fa un passo avanti, proprio perché il film stesso è pensato per essere prima di tutto goduto e compreso con gli occhi. Prima di essere un grande film d’azione (eccome se lo è!), al pari o più degli altri che ho citato, Avatar è un film di visione.
Questo non vuol dire che in Avatar non fluisca anche lo spirito del tempo. La sua trama è intessuta dei miti, delle ossessioni, dei sogni, ma anche delle manie e dei tic del mondo contemporaneo.

Nel film è forte in particolare l’elemento religioso, come osservava in un suo editoriale su New York Times (ripubblicato dall’Occidentale) Ross Douthat. Avatar muove le corde profonde della religiosità post-moderna e new age, che partendo da Hollywood è diventata vangelo per buona parte degli americani e non solo. Come osservava Douthat, il panteismo cameroniano è una religione semplice e consolante che non pone il fedele davanti ad un Dio personale ma invisibile ed esigente e neppure davanti ad un libro di regole e prescrizioni, piuttosto lo riconnette al senso del divino attraverso ciò che può vedere: la natura, il creato, Madre Terra, Gaia o Eywa come in Avatar. Ogni elemento vivente del pianeta Pandora, compresi tutti i suoi abitanti, i Na’Vi, partecipa ad una quota di divinità e vive in perfetta armonia e in reciproca connessione. Cameron offre a questo impianto religioso uno sguardo ammirato e nostalgico, quasi a rimpiangere una condizione primigenia ormai sfuggita agli uomini di oggi.

Il film però fa un passo in più rispetto all’apologia panteistica notata da Douthat e apre in questo il primo squarcio sull’attualità. Alcune delle scene di distruzione della foresta di Pandora da parte dei terrestri a caccia del prezioso “unobtanium” – un minerale semiconduttore usato sulla terra come fonte di energia – ricordano molto da vicino i documentari sulla distruzione della foresta amazzonica con relativa deportazione degli indios autoctoni.

A questo livello di lettura, Avatar sembra sposare il mito della vita “low impact”, quella condotta dai Na’Vi e alterata dalla presenza umana, a cui invece – sembra dire Cameron nel suo complesso vangelo – dovremmo tutti tornare. Come i Na’Vi anche gli indios dell’Amazzonia e altre tribù in via di estinzione, convivono con il loro ambiente naturale in assoluta simbiosi e cercando di ridurre al minimo ogni sua alterazione. Gli uomini di oggi – così come i terrestri del film – sono invece una peste diffusa sulla faccia del pianeta, un virus mortale che ne compromette lo sviluppo armonioso e che prima o poi il pianeta troverà il modo di espellere dalla sua superficie.
Siamo tutti conquistati dalle immagini dei protagonisti che si abbeverano dalla rugiada delle foglie o consolano l’animale colpito durante la caccia prima di infliggere il colpo di grazia. E ugualmente sussultiamo di indignazione davanti alla rozza insensibilità, all’avida ricerca del profitto degli umani. D’improvviso vorremmo tutti essere Na’Vi, alti, bellissimi, forti e magri.

Nella utopica visione cameroniana si annida però un germe illiberale. La popolazione di Pandora vive non solo in armonia con la natura e le sue creature ma vi è letteralmente “connessa” in un modo che scoprirete nel film. Non solo, tutti i Na’Vi, attraverso la connessione alla grande rete di Eywa sono collegati tra di loro. La loro memoria è collettiva, il loro sentire è condiviso in qualche misterioso modo elettro-chimico: l’individuo, nel suo massimo grado di realizzazione è pienamente assorbito dal tutto a cui appartiene e partecipa. I Na’Vi non hanno segreti l’uno per l’altro né per il mondo che li circonda, non hanno zone riservate o intime, ogni cosa è in vista: “io ti vedo” è il saluto che si scambiano e insieme è il riconoscimento di appartenere allo stesso “network”.

Cameron sembra dirci che questa rinuncia all’individualità, questa revoca del Sé, è il prezzo da pagare per l’armonia con il mondo, per la perfetta fusione con il creato, per passare senza effetti collaterali attraverso l’avvenuta terrena. E’ l’antidoto contro l’individualismo, la ricerca del profitto, l’ambizione personale. In una parola è un antidoto contro l’America. La cosa notevole è che agli americani questo messaggio è piaciuto e l’applauso al termine del film (di cui sono stato testimone ma pare essere procedura diffusa) lo dimostra. E alla fine è qualcosa di molto americano anche questo, trovare in se stessi il proprio antidoto, essere insieme malattia e cura, problema e soluzione.

Ma c’è un altro aspetto, questo più politico che rende i molti applausi tributati ad Avatar interessanti e significativi. Più ancora che la distruzione della foresta amazzonica, infatti, il film ci porta su un campo di battaglia, quello in cui si scontrano le forze armate (contractor privati) della compagnia mineraria terrestre con tutta l’artiglieria pesante e le forze aeree del caso, e i nativi di Pandora con cavalli ( o qualcosa del genere) archi e frecce.

Tutto fa pensare alla guerra in Iraq vista dal più anti-americano dei punti di vista: la bramosia per riserve energetiche del paese, il disprezzo per i civili, l’incommensurabile forza militare dispiegata, la derisione per ogni tentativo di accomodamento diplomatico. Il generale folle che guida le truppe, in caso non lo avessimo capito, fa esplicito riferimento a “shock and awe”, la modalità con cui venne chiamata l’invasione dell’Iraq nel 2003 ed evoca la bushiana “preemptive war”.

Eppure c’è qualcosa di profondamente americano anche in questo, qualcosa che attiene alla complessità ma anche all’orgoglio di questo paese. Avatar sembra dire al mondo: nessuno sa essere anti-americano come gli americani, primeggiamo anche nell’odio verso noi stessi. E fa di questo un successo planetario senza precedenti ad ogni latitudine. Non c’è terrorista nigeriano o predicatore yemenita che sappia essere altrettanto grandioso nel rifiuto dell’american lifestyle. Non c’è film o libro che non sia americano in grado di illustrare con la stessa impietosa efficacia il fardello di vivere a stelle e strisce. Non c’è mea culpa che risuoni più forte e più convincente di quello che gli americani sanno evocare contro loro stessi.

Vale per il Vietnam, per l’Amazzonia, per il global warming, per il crash finanziario del 2009, per gli odi razziali, per l’Iraq e anche per Pandora.
www.loccidentale.it

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