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mercoledì 20 gennaio 2010

Influenza suina, i vaccini servivano ma contro il giornalismo allarmista

Volete la prova che il giornalismo è la più antica professione del mondo (e che siamo noi a indicare che invece è… quell’altra)? Guardate allo “scandalo vaccini”. Quante pagine vi siete dovuti sorbire sulla “Spagnola” e i suoi milioni di morti? Quante paginate avete letto, quanti titoli cubitali sul ritardo dei vaccini contro la suina? Tonnellate.

Per sei mesi, da quando la “suina” è deflagrata in Messico, da quando Obama ha lanciato l’allarme negli Usa, tutti i media hanno martellato l’opinione pubblica con la PANDEMIA, termine terribile da anno mille, che evoca peste e colera, morti e monatti. Copione usuale, perché per anni abbiamo letto che saremmo morti tutti di Aids, di influenza aviaria, di Legionella e di altre pestilenze. Naturalmente, non era tutto inventato, perché il Messico era riuscito a frenare il contagio ad aprile solo con mezzi straordinari: chiusi locali pubblici, scuole, teatri, cinema, mezzi pubblici. Naturalmente il rischio c’era e altrettanto naturalmente le autorità sanitarie italiane ne hanno preso atto e hanno fatto quel che tutta, tutta la stampa li spronava a fare: produrre un vaccino.

Altrettanto naturalmente tutti sapevano, la Novartis che lo produceva e il governo che lo comprava, che i tempi a disposizione per una vaccinazione di massa, non erano sufficienti per una seria sperimentazione scientifica e quindi la Novartis –come è logico- ha preteso che i rischi di eventuali class action contro conseguenze dannose ricadessero non su sé stessa, ma sull’autorità politica che lo commissionava.

Poi… poi è successo che le misure di profilassi su scala mondiale hanno funzionato, è successo che il virus stesso si è mostrato meno aggressivo di quanto si temesse. E’ successo insomma quel che le persone di buon senso sanno: la scienza non è onnisciente, la medicina non possiede la Pietra Filosofale e non è in grado di controllare i cicli, quindi anche le patologie della natura. Risultato: su dieci milioni di dosi di vaccino commissionate ne è stata usata in Italia sono un milione. Ma allora ecco che monta giorno dopo giorno lo scandalo: al rogo chi ha speso denaro pubblico, chi ha firmato il contratto capestro con la Novartis, al rogo, insomma, il ministro Fazio. Quest’ultimo dice cose molto sagge: avevamo ragione di temere un terremoto e ho ordinato le case di legno che avrebbero contrastato l’emergenza. Le scosse sono state piccole, nessuna città è crollata e ora la case –pagate- sono inutilizzate. Potrebbe aggiungere: “E’ la democrazia, bellezza”. Una democrazia mediatica in cui il governo deve garantire la sicurezza contro i capricci della natura, in cui è costretto a prendere sul serio ogni allarme, perché se poi si verifica la catastrofe è pronta la gogna, l’infamia, la pattumiera della storia.

Non c’è nessuno scandalo dei vaccini se non negli articoli firmati spesso dagli stessi giornalisti che per mesi hanno chiesto a gran voce che fossero resi disponibili. Non c’è nessuno scandalo Novartis, perché solo l’industria privata può produrre milioni di dosi a costi contenuti e non le si può certo chiedere di assumersi il rischio di class action imperniate sulla scarsa affidabilità dei vaccini stessi legata all’impossibilità di testarla.

C’è solo un giornalismo scandalistico e impunito, che alza sempre il dito accusatore (quando non fa peggio) forte di una certezza granitica: giornalista non mangia giornalista e mai nessuno ci chiederà il conto degli allarmismi che lanciamo (spesso solo per vendere più copie)

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