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domenica 17 gennaio 2010

La vita va presa per il verso giusto Fenomenologia dell'uomo dalla vita seria e di quello dalla vita frivola

In un memorabile discorso tenuto in Campidoglio il 5 dicembre 1954, Giuseppe Capograssi individuava nell’umanità contemporanea due tipi di uomini: li chiamava l’«uomo della vita seria» e l’«uomo della vita frivola». Si tratta, ovviamente, di due “tipi ideali”, perché in ognuno sono presenti (e sono in continua tensione) questi due momenti: ma è sostanzialmente vero che esistono individui che avvertono più vivamente la «serietà della vita» (l’espressione ricorre spesso nei nostri filosofi del secolo scorso, si pensi a Croce e a Gentile) e vivono di conseguenza e altri che non si pongono il problema o lo risolvono in modo difforme. E’ appena il caso di aggiungere che i primi non sono propriamente tipi seriosi (si pensi - che so? - a Guareschi) e che la “leggerezza” dei secondi produce raramente una vera e propria letizia esistenziale. Fra l’altro Capograssi non parlava di filosofi o di intellettuali, ma di quello che chiamava l’«individuo comune anonimo statistico»: quindi non alludeva a una consapevolezza teorica della “serietà”, ma al viverla nella quotidianità.
Il filosofo abruzzese cercava di ricostruire una “fenomenologia dell’uomo della vita seria”, un percorso ideale in cui questi procede alla ricerca di se stesso. All’indomani della seconda guerra mondiale, negli anni della faticosa ricostruzione, il primo problema a cui l’uomo “serio” non poteva sottrarsi era quello della giustizia e dell’uguaglianza: si trattava di liberare l’umanità dai «quattro grandi mali sociali» ancora largamente presenti (la malattia, la morte da lavoro o da miseria, la disoccupazione, l’ignoranza); di rimuovere la sperequazione nei punti di partenza della vita; di superare l’alienazione del lavoro nella grande fabbrica (un tema allora assai diffuso). Insomma l’uomo “serio” non poteva (non può) evitare il problema dell’uguaglianza nelle condizioni sociali della vita.
Eppure questo impegno tutto sociale ed esterno finisce per non bastargli: alla lunga avverte come un’insoddisfazione per tale riduzione dei rapporti umani alla loro dimensione solo sociale. Emerge il bisogno di «riposo», di rapporti disinteressati e gratuiti: è – dice Capograssi – il momento dell’amicizia. «Avere con chi parlare, avere con chi sentire. Il bisogno più semplice che ci sia: bisogno dell’amico come amico, del sorriso dell’amico, del bicchiere d’acqua offerto con amicizia». L’uomo “serio” ha insomma bisogno anche di una sua dimensione privata, affettiva, libera dagli interessi: per i miei coetanei, questo momento dello «spazio libero» (l’espressione è di Capograssi) sarebbe stato fissato vent’anni dopo in modo indimenticabile in alcune canzoni di Lucio Battisti.
Ma anche se – in ipotesi – il bisogno dell’uguaglianza e quello dell’amicizia vengano soddisfatti, l’individuo urta inevitabilmente – guardando se stesso e il mondo che lo circonda – in quello che Capograssi chiamava lo «spigolo del sepolcro» (e – accompagnando questa immagine - batteva rumorosamente la mano nello spigolo del tavolo): «Questo - aggiungeva - è il momento pascaliano della vita dell’individuo. Nel suo bisogno di libertà di amicizia di godimento di riposo è insita questa scoperta della infelicità essenziale della sua vita». Si trova di fronte alla morte: avverte che essa annulla per lui tutti i guadagni, tutte le conquiste individuali e sociali. E’ il momento della possibile disperazione, ma è anche quello in cui l’uomo “serio” si accorge dell’esistenza di Dio: «Tutto l’assoluto che inconsapevolmente va cercando traverso i tentativi di ordinare la vita e portarla alla sua pienezza, si mostra per quello che è: Dio. Il soggetto si accorge alla fine che è andato cercando e va cercando Dio». E’ il momento che Capograssi chiama della speranza, «il bisogno – aggiunge – a cui mettono capo tutti i bisogni».
Ora abbiamo capito chi è veramente l’«uomo della vita seria»: è quello che avverte un «segreto presentimento di Dio», ma non è detto che arrivi fino in fondo a questo itinerario. Può succedere (anzi succede spesso) che egli non lo completi, che si fermi a uno dei momenti preliminari: eppure ugualmente quell’intimo bisogno di assolutezza illumina la sua vita, anche se resta inconsapevole e quindi irrealizzato. E qui gli esempi che possiamo fare noi sono vari: accanto (mettiamo) a militanti comunisti imbevuti di machiavellismo e di logica di potere, ne abbiamo conosciuto altri che erano dei veri e propri “idealisti”, aspiravano a un mondo migliore, vivevano la vita con impegno e serietà, credevano nell’istruzione come strumento di emancipazione, ne predicavano l’importanza ai loro figli, dando loro in mano libri e giornali. Vivevano concretamente una speranza, che restava tuttavia circoscritta al mondo storico. Come Boxer, il cavallo di Animal Farm, spesso anzi restavano presi e stritolati dall’ingranaggio stesso in cui credevano.
Abbiamo conosciuto anche altri individui che non sono andati oltre il secondo momento. Molti dei nostri maestri di liberalismo, che certamente erano «uomini della vita seria», ci hanno insegnato che l’individuo non poteva essere totus politicus, che la vita aveva dimensioni diverse e preziose rispetto alla politica: l’arte, la poesia, la ricerca del bene e del vero. Ciascuna di esse seguiva una propria logica che non poteva travalicare e invadere il campo delle altre e la storia altro non era che il libero intrecciarsi di queste varie attività: per questo il suo corso risulta imprevedibile, non ha una direzione prestabilita. La morte ci avrebbe colto al lavoro, interrompendoci nell’esecuzione del nostro compito: poco male. In fondo – affermavano - l’individuo è qualcosa di inessenziale e di effimero, ciò che conta è la sua opera che si innesta in quella delle innumerevoli generazioni che lo hanno preceduto e che lo seguiranno. Così in qualche modo cercavano di esorcizzare il problema della finitezza e della morte, ma per farlo dovevano eliminare proprio quell’«individuo comune anonimo statistico» a cui guardava invece Capograssi.
E l’«individuo della vita frivola»? Capograssi si proponeva di percorrere anche i momenti tipici della sua parabola. Lo conosceva di meno, per questo cominciò a guardarsi attorno e a documentarsi: sembra che fosse incuriosito dal fenomeno televisivo e seguisse da ultimo le puntate di Lascia o raddoppia? Ma veramente la morte lo interruppe: sopraggiunse dopo breve malattia il 23 aprile 1956. In quel giorno si insediava la Corte costituzionale, fra i cui giudici era stato nominato dal presidente Gronchi.
E’ impossibile prevedere le sue conclusioni, ma qualcosa si può fare: immaginare per un istante come il percorso da lui delineato per l’uomo “serio” possa essere percorso invece da un individuo (se esiste) che sia privo di quel «segreto presentimento di Dio» di cui parlava il filosofo. Al momento negativo dell’uguaglianza abbiamo già accennato: l’homo bolscevicus ne è stato – nel Novecento – l’esempio più tipico: costui ha vissuto il momento egualitario non come bisogno di liberazione e si auto-emancipazione, ma come volontà di controllo e di dominio. Il suo tramonto, tuttavia, non ha segnato l’estinzione della specie, ma una sua mutazione. Oggi riemerge fra l’altro nell’istinto egualitario dell’uomo-massa, nell’irritazione per i saperi, in quello che Émile Faguet chiamava il “culto dell’incompetenza”.
Dalla televisione di Lascia o raddoppia? emergevano tipi umani in qualche modo “straordinari”, che nel loro settore avevano competenze spesso assai rare: costoro avrebbero sorriso delle domande e dei concorrenti di Chi vuol esser milionario? Nella televisione di cui Capograssi si era fatto spettatore lavoravano attori e attrici grandissime, presentatori, cantanti, imitatori: uomini e donne dalle spiccate abilità. Il pubblico le riconosceva e per questo li apprezzava: sapeva che erano professionisti con doti non comuni. Oggi l’«uomo della vita frivola» non tollera queste differenze: anche nel piccolo schermo, non vuol vedere che se stesso, individui come lui, che non sanno far niente. E’ il trionfo del reality, del talk show che finisce nella rissa da bar.
Altrettanto complicata è la situazione dell’uomo “frivolo” quando giunge allo stadio dell’amicizia, cioè della valorizzazione del “privato”. Vede un sacco di gente, ma non ha rapporti profondi con nessuno; frequenta palestre per “socializzare”, ha una cura maniacale per il proprio corpo, detesta i segni dell’invecchiamento. Ha terrore delle responsabilità (quindi niente famiglia e figli), consuma un amore dopo l’altro, senza mai veramente innamorarsi. Come porta un abito alla moda, così fa sua la politica “alla moda”: quella che gli suggeriscono i suoi giornali di riferimento, che sono quelli della gente comme il faut. Una politica composta da un “pacchetto” che va acquistato in blocco, in cui idiosincrasie e letture obbligate, parole ritornanti e giudizi prestabiliti si amalgamano in un modo assolutamente prevedibile. L’uomo “frivolo” arriva a banalizzare anche il momento religioso: esorcizza la paura della morte, affidando la sua speranza a nuove religioni, culti esoterici, filosofie orientali o più banalmente a maghi, cartomanti, indovini. Temo che riesca a ridurre di significato anche la pratica di una religione “tradizionale”.
Capograssi – lo ripeto – non intendeva dividere il genere umano in due “razze” e disporle gerarchicamente: sottolineava come ciascuno di noi è insieme “frivolo” e “serio”, ma non dubitava che esistano individui che più o meno consapevolmente puntano a far prevalere la componente più umana del loro io. Può sembrare che nel mezzo secolo intercorso dalla sua morte la schiera degli «uomini della vita frivola» si sia enormemente ingrossata, ma forse ha semplicemente acquistato una visibilità e un peso sociale maggiore che per l’innanzi: in definitiva tutta la società mediatica, che nel mondo d’oggi sembra essere la società, li ha presi come interlocutori privilegiati, li impone come modelli di comportamento, adotta i loro stili di vita e di pensiero. Parlo – vorrei sottolinearlo - soprattutto del «dotto», del «ricco» e del «patrizio vulgo, decoro e mente» della società contemporanea. E l’«individuo comune anonimo statistico»? A quel livello forse la partita non è ancora perduta.

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