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mercoledì 20 gennaio 2010

Ordinanze amministrative. Il governo dei vigili urbani

Il governo dei vigili urbani

In origine fu Giuliani, sindaco di New York. Nel ’93 il primo sindaco-sceriffo del mondo lanciava la famosa campagna della “zero tolerance” avvalendosi di una teoria coniata da Wilson, un criminologo conservatore, secondo cui può essere sufficiente rompere un vetro di un edificio per finire in galera. Una tendenza che presto si è fatta sentire anche in Italia coinvolgendo la maggior parte dei sindaci di destra e di sinistra. Nel giro di pochi anni, infatti, come stima l’Anci, 318 sindaci, quasi tutti del nord e del centro, hanno firmato ben 600 ordinanze amministrative orientate a garantire la cosiddetta sicurezza urbana. Un numero che sale di giorno in giorno e che sembra essere destinato a generare un vero e proprio “governo dei vigili urbani”.


Contro lavavetri, accattoni, prostitute, graffitari, “giovani dediti al bivacco”, comuni cittadini -che se invitati a cena sono costretti a comprare la classica bottiglia di vino prima delle otto di sera altrimenti rischiano la multa-, esercenti di locali per il ritrovo serale, vige ormai la legge del “decoro urbano”. Una nozione che sembra giustificare da sé l’uso autoritario delle ordinanze da parte dei sindaci. Così mentre il governo cerca di approvare l’ennesimo pacchetto sicurezza, un vero e proprio tentativo di “etnicizzazione” del diritto penale, abbiamo de facto già un potenziamento dei poteri della polizia municipale e dei sindaci-sceriffo attraverso la legge 125 (anch’essa ex decreto sicurezza poi convertito in legge lo scorso luglio).

Il regime parallelo delle ordinanze amministrative in materia di sicurezza si struttura su un principio discutibilissimo che prevede la punizione, attraverso l’uso delle sanzioni amministrative, di condotte altrimenti non punibili attraverso il codice penale. Sino a prova contraria, infatti, il vagabondaggio, la mendicità, la prostituzione etc. non costituiscono fattispecie di reato. Ciononostante, in virtù di un ipocrita principio estetico altrimenti denominato “decoro urbano” o “problema di viabilità” è possibile porsi nell’ottica della “prevenzione” del crimine, l’altro lato della sicurezza. Come se andare a comprare una bottiglia di vino possa automaticamente produrre un eventuale reato nei confronti dei commensali o come se il tanto vituperato “abbigliamento adescante che può produrre tensione nella cittadinanza” –così come si legge nell’ordinanza Alemanno sulla prostituzione- possa costituire in sé la costruzione di un comportamento non conforme alle regole del pubblico decoro urbano o possa generare incidenti stradali.

Che cosa dovremmo fare, allora, spegnere la tv perché la vista di una tetta può generare un incidente domestico? Coprire con un burqua tutte le donne che la sera escono di casa? Ma c’è di più. In un’ordinanza del 2007, il sindaco Domenici di Firenze, ha addirittura oltrepassato la soglia della semplice sanzione amministrativa che punisce i comportamenti ritenuti “a rischio”, sdoganando l’art. 650 del codice penale contro i lavavetri. Attraverso un’ordinanza amministrativa lo sceriffo nostrano ha così attribuito rilevanza penale all’esercizio di una professione “abusiva” che per la legge 689 dell’81 costituisce solo un illecito amministrativo. Dinanzi alla negazione a procedere da parte della Procura di Firenze, però, Domenici non si è fermato riproponendo una nuova ordinanza che trasforma i lavavetri in persone che, al di là del loro essere affiliati o meno alla criminalità organizzata, producono uno “stato d’ansietà negli automobilisti”. Poco prima anche Tosi aveva impropriamente utilizzato una sanzione penale contro gruppi di giovani definiti nella stessa ordinanza come “nullafacenti” e dediti al bivacco serale. Bacco, tabacco e venere, insomma, sembrano non essere più i capisaldi della vita leggera e dionisiaca, una dimensione della relazionalità pubblica nelle nostre città ormai caduta in disuso almeno formalmente. Mentre il sindaco di Cittadella, sempre attraverso un’ordinanza, ha pensato bene di vietare l’iscrizione all’anagrafe del suo comune ai cittadini che non superano una determinata soglia di reddito ripristinando una correlazione tra lo status economico e il diritto di cittadinanza pre-rivoluzione francese. Ma anche un chiaro provvedimento anti-immigrati e anti-precari. Questi ultimi, oltre a non avere un reddito, sono pure costretti a trasferirsi in altri comuni in grado di certificare la loro cittadinanza.

Ma attenzione. E’ scientificamente provato, infatti, che l’ansia e la tensione che si presume colpire la cittadinanza “perbene”, quella che non beve, non fuma, non pratica l’eros, non si siede sulle scale dei monumenti pubblici e non vuole vedere dinanzi a sé il suo rovescio, ovvero la cosiddetta marginalità sociale, può produrre forme di pericolosità sociali ben più recrudescenti di una tetta mostrata o di un venditore ambulante. E non saranno certo i sindaci-sceriffo e i vigili urbani dotati di manganelli di ultima generazione ad impedirlo.

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