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martedì 12 gennaio 2010

Quando si scioglierà la calotta polare artica? Passaggio a Nordest, le conseguenze della sua (prossima) apertura

Il passaggio a Nordest si renderà presto disponibile ai traffici a causa dello scioglimento della calotta polare artica. L'apertura del passaggio comporterà diverse conseguenze geopolitiche, ciascuna foriera di altri effetti a catena.

Nel 1905 l’esito della guerra russo-giapponese fu deciso dalla battaglia navale di Tsushima, nello stretto di Corea. La flotta giapponese giocava in casa, mentre quella russa arrivava nientemeno che da San Pietroburgo, sul Baltico (la flotta russa del Pacifico, infatti, era già stata distrutta dai nipponici), dopo avere circumnavigato l’Europa, l’Africa e l’India. Ci mise quasi un anno ad arrivare in vista del Giappone, un anno di odissea fatto di inconvenienti tecnici, incidenti diplomatici (una flottiglia di pescherecci inglesi fu attaccata per errore dai russi nel Mar del Nord), difficoltà di rifornimento, boicottaggi da parte delle altre potenze europee, usura morale degli equipaggi e usura materiale delle navi.

I russi, a quanto pare, fecero di tutto per farsi sconfiggere: nella lenta corsa verso Oriente portarono al seguito anche un rompighiaccio (a cosa potesse servire nel Golfo di Guinea o nell’Oceano Indiano, non si sa), un comandante imbroglione ad ogni rifornimento di carbone fece caricare qualche tonnellata in meno per risultare il più veloce, ma sbagliò i calcoli, restò fermo in mezzo al mare e costrinse la flotta a fare altrettanto. Inoltre il comandante russo rifiutò di ricorrere ad una nuova diavoleria tecnologica (la guerra elettronica) non comprendendone le potenzialità, i russi pitturarono le navi non di grigio ma di nero e coi camini gialli, visibili da ogni dove, e infine furono scoperti anzitempo dagli esploratori avversari in quanto una nave ospedale non osservò il divieto di oscuramento e procedette a luminarie accese. Le navi russe dell’ammiraglio Rojestvenski si presentarono sul teatro della battaglia impedite nei movimenti a causa delle notevoli incrostazioni marine accumulate in un anno e gli equipaggi vi giunsero stanchi, affamati e irrequieti. Risultato: un’ecatombe. Ventuno navi affondate, cinquemila morti, seimila feriti. I Giapponesi dell’ammiraglio Togo ebbero 116 caduti e persero solo tre siluranti.

Ma la sconfitta russa fu determinata anche da un altro fattore: se il “passaggio a Nordest” fosse stato percorribile, anziché chiuso dai ghiacci, la flotta russa avrebbe attraversato l’Oceano Artico, sarebbe arrivata in Giappone in un tempo di gran lunga inferiore, in tutt’altre condizioni tecniche e psicofisiche, l’esito della battaglia sarebbe stato diverso, e così lo sviluppo successivo della storia.

Il passaggio a Nordest, però, sfortunatamente per lo Zar Nicola II, si renderà disponibile ai traffici, sia commerciali che militari, con più di un secolo di ritardo rispetto alla battaglia di Tsushima, e questo accadrà in conseguenza dello scioglimento della calotta polare artica. I più catastrofisti sostengono che ciò avverrà entro poco tempo (“entro cinque anni!” ha sentenziato un informatissimo Al Gore a Copenaghen), ma anche per i più prudenti non si andrà oltre il 2020 o 2025. Intanto, alla fine della scorsa estate, due navi portacontainer tedesche sono riuscite a percorrere tutto il passaggio per la prima volta praticamente senza l’ausilio dei rompighiaccio, utilizzati solo marginalmente e per brevissimo tempo.

Il passaggio a Nordest comporterà diverse conseguenze geopolitiche, ciascuna foriera di altri effetti a catena, la prima delle quali sarà l’innalzamento del livello del mare, con tutto quel che segue (scomparsa sotto il livello del mare delle Maldive e di numerose isole-stati dell’Oceano Pacifico, necessità di ridislocazione di milioni di profughi climatici, ecc…).

La seconda conseguenza saranno le dispute territoriali, anche fra Paesi alleati come USA e Canada; i primi sostengono che le acque interessate ai nuovi passaggi debbano essere internazionali, il secondo le considera nazionali.

La terza conseguenza, legata strettamente alla seconda, saranno le contese per le risorse naturali che si renderanno accessibili (tutt’altro che limitate, sono state stimate in 90 miliardi di barili di petrolio e in 47,3 triliardi di metri cubi di gas naturale). Ma simili dispute potrebbero scatenare anche effetti positivi, come la sottrazione del monopolio petrolifero ai paesi della penisola arabica e del Golfo persico, le cui petrodittature, non più sostenute dai petrodollari, potrebbero trasformarsi, chissà, in democrazie. Sarà l’Artico a sconfiggere Al-Qaeda?

Siccome le risorse naturali artiche fanno gola a molti, ecco spiegato perché il 2 agosto 2007 il batiscafo russo “Mir-1” ha depositato sul fondo dell’Artico, in corrispondenza del Polo Nord, la bandiera russa, assieme ad uno stravagante messaggio in cui si rivendica la sovranità di Mosca non solo su quel punto ma anche sul milione di chilometri quadrati che lo circondano. Ed ecco perché l’anno successivo un rapporto del Cremlino recitava: “non si esclude un conflitto per le risorse naturali dell’Artico”.

La quarta conseguenza, non certo negativa, sarà l’apertura di nuove rotte commerciali. Anche il celebre “passaggio a Nordovest” a nord delle coste canadesi si renderà agibile, consentendo di cortocircuitare il Canale di Panama con un risparmio del 25% sulla tratta Rotterdam – San Francisco, ma è proprio il passaggio a Nordest che consentirà i risparmi più consistenti. Evitando il Canale di Suez, infatti, la tratta Rotterdam – Yokohama risulterà più breve del 60%. E non basta. Questo potrà avere anche positivi effetti ambientali, dato che le nuove e più brevi rotte comporteranno un risparmio energetico e minori emissioni di CO2. E che dire dei pirati? Le nuove rotte artiche lasceranno senza lavoro i pirati del Golfo di Aden e dello Stretto di Malacca. Oltre ad Al-Qaeda, l’Artico sconfiggerà anche la piaga della pirateria?

La quinta conseguenza sarà non meno delicata delle altre: la tendenza alla militarizzazione dell’Artico, visibile già fin d’ora da diversi indicatori. Nel luglio del 2008, ad esempio, la Marina militare russa ha annunciato il suo ritorno in forze nell’Artico. A novembre dello stesso anno un rapporto della Commissione Europea intitolato “La UE e la regione artica” ha denunciato “forte preoccupazione per la regione artica, che rischia di diventare una fonte di potenziale instabilità”.

A gennaio 2009 una direttiva della Casa Bianca ha affermato che “gli USA sono una potenza artica, con forti interessi in zona…” e nello stesso mese ha avuto luogo un seminario della NATO a Rejkiavik sulle prospettive di sicurezza nell’estremo Nord.

A marzo, il consiglio di sicurezza nazionale russo ha dichiarato che l’Artico diventerà entro il 2020 la principale base di approvvigionamento per il paese e che pertanto saranno necessarie le truppe “per fornire la sicurezza nella regione”. Come? creando una task force militare dedicata all’area, dislocata in basi localizzate sulla costa dell’Oceano Artico e supportata da una rete di intelligence. E a Mosca c’è qualcuno che sta pianificando, per la primavera del 2010, un lancio di paracadutisti sul Polo Nord.

Se lasciamo la soluzione di questi variegati problemi a quei ruderi ottocenteschi che sono gli stati nazionali, ognuno di essi ragionerà in termini di “interessi nazionali” e si materializzerà inevitabilmente lo scenario peggiore: competizione, confrontazione, militarizzazione dell’Artico, possibile nuova guerra fredda, nuovo “Grande Gioco” fra potenze contrapposte in versione artica o, peggio ancora, libera esplosione della conflittualità.

Se invece saranno le Organizzazioni internazionali a farsi carico della ricerca delle soluzioni, allora anche gli stati saranno costretti a ragionare in termini di “interessi comuni” e si lascerà spazio allo scenario migliore possibile: cooperazione, sfruttamento comune delle risorse naturali, più prosperità per tutti.

Si profila quindi un periodo caratterizzato da una pesante responsabilità per le organizzazioni internazionali, soprattutto quelle regionali e subregionali, che nell’area non mancano. Esiste infatti il CBSS (Consiglio degli Stati del Mar Baltico), esiste il BEAC (Consiglio Euro–Artico di Barents) ed è attivo anche il Consiglio Artico, tutti composti dai paesi che si affacciano sui mari interessati: il Baltico, il Mar di Barents, l’Oceano Artico. Alle attività del Consiglio Artico si sono dimostrati interessati anche la Corea del Sud e il Giappone, in considerazione del verosimile aumento di rotte commerciali che li interesseranno con l’apertura del passaggio a Nordest.

La Cina, dal canto suo, nel 2008 ha chiesto e ottenuto lo status di osservatore in seno al Consiglio Artico. Perché, ci si chiederà, se la Cina non si affaccia sull’Artico? “Non ancora!” può essere la risposta giusta. Non va dimenticato che da anni è in atto una silenziosa ma forte spinta migratoria dalla sovrappopolata Cina verso la spopolata Siberia. In virtù di questo flusso migratorio e in funzione del fatto che i Cinesi emigrati in Siberia non sono vincolati alla politica -valida in Cina- dell’unico figlio per famiglia, ormai già diverse province siberiane sono a maggioranza cinese. Se questo trend continuerà invariato, entro due o tre lustri la Siberia avrà una maggioranza etnica cinese. Cosa accadrà se i cino-siberiani dovessero chiedere l’autodeterminazione? Accadrà che la Cina sarà una potenza artica, e non risulterà più tanto misterioso il fatto che nel 2008 Pechino abbia chiesto di entrare nel Consiglio Artico.

Cina e Russia, tuttavia, potranno ricercare la soluzione ai loro problemi o su base bilaterale o nell’ambito della SCO, l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, recuperando lo “spirito di Shanghai” che si rifà a fiducia reciproca, relazioni di buon vicinato, cooperazione in ambito politico, economico, culturale e scientifico.

La Russia e i Paesi artici della NATO (Stati Uniti, Canada, Norvegia, Islanda, Danimarca e, in prospettiva anche la Groenlandia, qualora dovesse rendersi indipendente da Copenaghen) potranno trovare un utile foro di discussione e soluzione dei loro problemi nell’ambito del Consiglio NATO-Russia, che oltre ai tanti argomenti previsti dalla Carta firmata a Pratica di Mare nel 2002, prevede anche “ogni altra materia ritenuta utile”. E allora inseriamo anche la cooperazione in ambiente artico, prima che sia troppo tardi. Altrimenti assisteremo al paradosso secondo cui la zona più fredda del mondo diventerà di “scottante” attualità.

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