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lunedì 22 febbraio 2010

Italia e le tendenze disgregatrici!

Procede la brutale controffensiva di settori della magistratura contro la stabilizzazione dell’Italia. La malvagia caratteristica di questa iniziativa non consiste nell’indagine sacrosanta sugli eventuali reati ma nell’uso del “contorno”, spesso senza rilevanza penale come nota perfino Giuseppe D’Avanzo, gestito sempre con regia sapiente finalizzata ai linciaggi necessari per aizzare l’opinione pubblica.

Il governo subisce la controffensiva senza che però – al momento – maturi una reale alternativa politica: sembra di rivedere quei governi di centrosinistra degli anni Sessanta che non erano insidiati dall’opposizione senza sbocchi del Pci, ma da corrosione interna. In questo senso c’è un parallelo tra le lotte feroci tra correnti Dc, l’inizio della concorrenza con il Psi, e certi giochi triangolari tra Gianni Letta, Giulio Tremonti e Gianfranco Fini con i vertici di questo triangolo che si alleano e si combattono in modo intrecciato tra loro. Lo stesso atteggiamento di chi considera un alleato fondamentale come la Lega, un avversario da distruggere, ricorda la dialettica dei vecchi centrosinistra e di certa Dc contro il Psi.

Tutto ciò deve far riflettere su come un assestamento della democrazia italiana sarà possibile solo se sistemico e non puramente movimentistico. Ma deve anche far considerare come una certa politica delle mani libere caratteristica innanzi tutto di Fini, dia un contributo decisivo a una situazione incombente di disgregazione, assai favorita dalla logica impazzita dei settori più corporativi e militanti della magistratura.

Intanto i guasti si sommano ai guasti. Il linciaggio di una personalità così stimata anche internazionalmente come Guido Bertolaso produce effetti immediati sul nostro status globale. Solo un paranoico può pensare che un’inchiesta iniziata nel 2008 possa essere decollata alla fine solo per il via libera di un Dipartimento di Stato offeso dalle critiche di Bertolaso all’intervento americano ad Haiti. Però non è delirante immaginare che i responsabili di un’indagine che aspettavano le “condizioni opportune” per fare “il botto” abbiano anche calcolato la debolezza prodotta a Bertolaso dall’attacco di Hillary Clinton. Ma siccome il mondo è uno solo, se l’Italia si mostra incapace di difendere i suoi uomini migliori, l’attacco non si ferma ai Bertolaso, né gli attaccanti, quelli che usano mezzi moralistici per condizionare l’amministrazione italiana, si limitino solo a quelli americani. E’ una caso che l’attacco a Mario Draghi sulla responsabilità di Goldman Sachs, di cui è stato vicepresidente per l’Europa dal 2002, nel caso crisi greca (la banca americana avrebbe dato consigli ad Atene per occultare il disavanzo dal 2001 in poi), scatti dopo lo scoppio del caso Protezione civile?

Già alcuni altri preziosi servitori dello Stato, da Nicolò Pollari a Mario Mori, sono stati e sono aggrediti anche grazie a regolamenti di conti “globali” (in parte nati dentro le amministrazioni americane in parte tout court contro la nostra “autonomia nazionale”). Consentire nuovi spiragli può essere suicida. D’altra parte fino al voto del 28 marzo, sarà difficile individuare qualche soluzione sistemica che non può non vedere protagonista anche l’opposizione democratica.

In questa situazione elemento di conforto è vedere emergere almeno in campo economico-finanziario forze che puntano sulla stabilizzazione dell’Italia non sulla sua disgregazione: è questo il caso della nuova serie di iniziative intraprese da Francesco Caltagirone, e delle convergenze che queste trovano con personalità molto differenti tra loro come quelle di Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli.

Non si tratta della costruzione di un nuovo assetto di potere centralizzato ma della definizione di un minimo di establishment in grado di fornire un riferimento utile all’Italia per i movimenti economici e finanziari più importanti in corso. E in tal senso questa tendenza trova sponde sia in Mario Draghi sia nella Confindustria di Emma Marcegaglia. Mentre suscita qualche preoccupazione – e qui veniamo allo specifico della nostra rubrica – in tutte quelle forze che della destabilizzazione della politica e dell’economia fanno lo strumento per cercare qualche spazio e qualche “buchino” nel formaggio. Persino alcuni attacchi al governatore di Bankitalia (l’evidenziare come il governo di Atene si affidi a un ex uomo di Goldman Sachs e il sottolineare insieme maliziosamente gli elogi che la grande banca americana fa “oggi” a Tremonti) paiono segnali di un’irrequietezza del mondo che in modo semplificatorio (e lucafobico) chiamiamo montezemolista, persino contro “l’amico” di una vita Draghi.

Naturalmente si tratta di distinguere tra legittime e specifiche lotte collegate ai singoli obiettivi, tra sacrosante valutazioni di merito, tra analisi sull’opportunità di certe scelte (per esempio sul ruolo del Fmi e le tentazioni da “fortezza Europa”) e giochetti di potere connessi a tante partite in corso (in particolare: crescono i difensori di Enrico Salza a Intesa San Paolo, Franco Bernabè riassume un improvviso, un po’ affrettato – e imprudente? - profilo da moralista, la Repubblica cerca di innestare un velenoso conflitto già da ora per la successione di Draghi a Bankitalia).

Nell’assestamento in atto dell’establishment vi sono rischi di nuove soluzioni troppo chiuse? Sono rischi sempre da valutare con attenzione. E che soprattutto un’Italia bisognosa di aprirsi per ridare peso alla sua competitività, non può permettersi. Oggi però il pericolo peggiore è quello delle tendenze disgregatrici in atto (a partire da quelle interne al centrodestra) e quello dell’impaludamento del “sistema” che Carlo De Benedetti persegue con la sua linea neoproporzionalista.

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