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domenica 18 aprile 2010

Ruffolo.“Un Paese troppo lungo. L’unità nazionale in pericolo”

E’ strano pensare alla politica come ad un lavoro; per molti cittadini i politici fanno parte di una categoria mostruosa, la “casta”, lontana dai bisogni comuni. Per altri, i politici sono amministratori che contribuiscono con il loro lavoro al bene comune. Come una madre ed un padre che lavorano affinché cresca ciò che hanno creato. Uno dei doveri del politico è quello di rispondere alle domande dei cittadini.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare la senatrice Adriana Poli Bortone, presidente del partito “Io Sud” e candidata alla presidenza della Regione Puglia nel 2010; da questo incontro è venuto fuori un dialogo pieno di spunti e riflessioni sulla politica, sulla vita, sul lavoro. Cioè sui bisogni di tutti.

Il giornalista e saggista Giorgio Ruffolo, nel recente libro “Un Paese troppo lungo. L’unità nazionale in pericolo”, disegna un Sud molto simile ad una colonia mafiosa. Il potere della borghesia mafiosa, ossia quello strano rapporto tra voti elettorali garantiti al governo centrale e risorse finanziarie ricevute da esso, rappresenta la depressione politica del Mezzogiorno. Secondo Ruffolo, esiste solo un modo per uscir fuori da questo degrado: un governo autonomo del Mezzogiorno in un Italia federalista. Lei cosa ne pensa?

La letteratura e la saggistica sono sempre state generose di idee per la “soluzione definitiva” dei problemi secolari del Mezzogiorno d’Italia. Non ho ancora letto l’ultimo libro di Giorgio Ruffolo, ma conosco il suo valore di studioso rigoroso della società italiana e di profondo conoscitore della sinistra del nostro Paese. Se la tesi di Ruffolo è quella sinteticamente rappresentata nell’assunto che precede la domanda, mi è stata offerta un’ulteriore spinta ad acquistare il libro. E’ indubbio, infatti, che molte generazioni di classe dirigente meridionale siano cresciute nel tepore di una nicchia privilegiata che ha fruito di una rendita di posizione pressoché intoccabile. E, specialmente nelle aree a forte presenza mafiosa, questo status ha costituito il massimo del prestigio personale e della rappresentatività sociale. Ruffolo proporrebbe una specie di operazione chirurgica: tesi suggestiva, ma praticabile? Il coacervo di elementi che compongono il più complicato puzzle politico-sociale d’Europa (sfido chiunque a dimostrarmi che questa modalità abbia un gemello in una qualsiasi altra democrazia) dovrebbe essere prima di tutto dipanato, smontato e analizzato da occhi puri e menti sane. Dovremmo, poi, vedere come le attuali generazioni possano rapportarsi (e se lo vogliono!) ad un modello diverso da quello che hanno imparato. Io dico, più sommessamente, di lavorare prima sulla costruzione di un’Italia federalista, nel senso più compiuto del termine e non nell’attuale accezione proposta, a metà strada fra il populismo leghista e un progetto moderno. Per raggiungere questo obiettivo occorre che tutti i convitati abbiano pari dignità. A cominciare dal riconoscimento dei diritti dei cittadini meridionali, violati impunemente da decine di anni dai governi centrali.

Da diverso tempo la politica italiana ha abbandonato al proprio destino migliaia di giovani. Questa enorme risorsa, che nel Brasile del presidente Lula rappresenta il motore del nuovo sviluppo economico, tende molto spesso a non riconoscersi in nessuna organizzazione partitica e a privilegiare aggregazioni politiche molto più semplici, basate su idee ben precise (No B Day) o singole persone (Beppe Grillo). Quale consiglio vuol dare ai giovani per non abbandonare la quotidiana vita politica?

Guardarsi intorno, pensare con la propria testa, non delegare più a nessuno il compito di scegliere il “meglio possibile” per loro, riappropriarsi del diritto più bello del cittadino in democrazia: votare secondo le proprie convinzioni. Il presidente Lula guida un Paese che è da sempre sensibile al richiamo della propria autonomia, non a caso il Brasile è uno dei più forti tra i Paesi Non Allineati. Non è stato difficile per lui sganciarsi dalla logica solita dell’appartenenza per puntare tutto il suo impegno sul da farsi per il suo popolo. Da noi è praticamente impossibile. Periodicamente assistiamo al sorgere di ondate, quasi sempre giovanili, che trovano nella Rete la loro via naturale per comunicare ma che non riescono a dotarsi di modelli organizzativi, di strutturarsi in proposta politica. Grillo impersona questa modalità, prima di lui c’era stato il regista Nanni Moretti, con i suoi girotondini di cui si è persa ogni traccia, e dopo Grillo ci sarà qualcun altro… La risposta è in una parola che prendo dal vecchio lessico leninista, così lontano dalla mia formazione: prassi. Organizzate le vostre idee e mettetevi al sole, cari giovani.

Chi è il “buon politico”? Quali sono le caratteristiche che, a prescindere dai tempi e dalle ideologie, un buon politico deve necessariamente avere?

Deve essere capace di avvicinarsi il più possibile alla gente comune e alla sua domanda di giustizia sociale in ogni settore, dalla sanità all’istruzione, dalla sicurezza delle città alla tutela dei minori eccetera. Il salto di qualità del “buon politico” è di percepire il cittadino non più come potenziale elettore da suggestionare con mille promesse sotto elezioni, ma un suo simile da servire in virtù proprio del voto che gli ha accordato. La mia esperienza di parlamentare europea mi ha fatto toccare con mano un vero e proprio solco che differenzia la politica italiana da quella degli altri grandi Paesi; da noi si drammatizza ogni argomento a seconda della propria posizione politica, che è sempre preconcetta, altrove si entra immediatamente nel merito delle questioni e se una soluzione proposta da uno schieramento è valutata la migliore per la collettività viene approvata anche dall’opposizione. Il merito è nell’esito: i cittadini premieranno entrambi gli schieramenti perché hanno portato a casa un buon risultato collettivo.

La crisi economica è come una nebbia abbastanza fitta che limita l’orizzonte quando guardiamo troppo lontano; ha cambiato e continuerà a farlo la percezione della vita, soprattutto quella di molti giovani che diventeranno a breve “le nuove famiglie italiane”.

… per le quali i due ultimi governi non hanno fatto nulla, aggiungo io. La crisi è solo un grande alibi dietro il quale nascondere incapacità ed inefficienze. Anche gli altri Paesi soffrono della crisi mondiale, qualcuno, come la Grecia e la Spagna, sta anche peggio di noi, ma io guardo a quei Paesi che stanno riuscendo a tirarsi su e scopro che le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, si sono messe al servizio dell’obiettivo comune. La storia ha insegnato che proprio nei momenti di crisi un Paese coraggioso deve investire nelle proprie risorse umane. E quale migliore risorsa dei giovani? La ripresa deve iniziare dalla famiglia che un governo che si rispetti deve porre al primissimo posto delle sue priorità. Sono le persone non le statistiche ed i numeri che devono agitare il sonno dei ministri economici, perché se alle persone fai sentire la vicinanza dello Stato, viene più facile superare le difficoltà della quotidianità. Se ciò avvenisse, lanceremmo un potentissimo fascio di luce oltre quella nebbia, tale da consentire di intravedere un approdo, un termine o, quanto meno, una speranza. Soltanto con una politica sociale degna di questo nome il cittadino, specialmente il giovane che si affaccia alla vita senza uno straccio di prospettiva, può ritrovare un po’ di ottimismo. Le Regioni hanno leve decisionali formidabili per ridurre le conseguenza dell’insipienza del governo centrale. Non è ancora troppo tardi.

Quale consiglio può dare, da madre, donna e senatrice, a due trentenni con strani contratti lavorativi che guadagnano quasi mille euro al mese?

Da madre e da donna meridionale in una famiglia a basso reddito, praticissima nell’esercitare la sopravvivenza, direi a questi ragazzi di tenersi ben stretto quel contratto, per quanto strano. Nel Sud la disoccupazione giovanile supera il 60 per cento: una vera e propria tragedia sociale. So che con quella cifra non si possono fare progetti d’avvenire, ma i consigli non servirebbero perché al Sud non c’è mercato del lavoro e la domanda è oggi bassissima, inutile girarci intorno. Da senatrice consiglierei di misurare sul campo il rendimento del rappresentante che i due trentenni hanno scelto nelle varie consultazioni, politiche generali e amministrative. Ripeterò ancora una volta il concetto-cardine della mia visione della politica: ciascuno deve gestire autonomamente la propria scelta, orientarla secondo i convincimenti che matura confrontando tutte le proposte che gli vengono somministrate. Se pone il suo cervello all’ammasso e si adegua a scelte altrui, gli consiglio di non lamentarsi se le cose continueranno ad andargli male e a non sperare di meritarsi, grazie ai propri meriti, più della paghetta di 500 euro.

Se dovesse spiegare ad un bambino in cosa consiste il suo lavoro, cosa direbbe?

Fino ai sei anni: sono come una fata, ma la mia bacchetta magica non funziona quasi mai. Oltre i sei anni: gli regalerei un’edizione illustrata e ben raccontata della Costituzione e risponderei a tutte le sue curiosità.

Quel bambino sogna di diventare un politico, un calciatore o un presentatore televisivo. Quale consiglio sente di potergli dare?

Prima diventa grande con equilibrio. Studia e segui i consigli di genitori ed insegnanti con grande rispetto perché lavorano solo per te. Impara un mestiere, una professione, segui il tuo talento artistico, la tua vocazione religiosa o militare, insomma: impara a conoscere te stesso e trova la tua strada. Se questa strada, una volta valutati onestamente i tuoi mezzi, ti porta alla carriera di calciatore o di presentatore televisivo, provaci senza timore. Quanto alla politica, caro bambino o carissima bambina, pensaci bene. E, se ti metterai su questa strada, sappi che è lunga e faticosa e che le scorciatoie portano sempre al nulla.

Quali sono le tappe da seguire per diventare un politico?

Ognuno conosce le proprie, non c’è il vademecum del buon politico. La prima, fondamentale a mio avviso, è quella che approda ad un’ottima cultura di base. Arrossisco di vergogna quando Le Iene interrogano colleghi parlamentari con domande di geografia, di storia o di semplice grammatica italiane e sento risposte da far inorridire. Un’altra tappa obbligata è la conoscenza profonda del territorio e della popolazione che s’intende rappresentare; l’attuale legge elettorale ha sottratto al cittadino il diritto di scegliersi il proprio deputato o il proprio senatore, così a rappresentare la Puglia al Senato può esserci un signore del Trentino che non è mai sceso più a sud di Roma. Poi c’è la tappa della cultura tecnica e giuridica, perché occorre sapere perfettamente il funzionamento di un’amministrazione pubblica. Ma, prima ancora di iniziare questo cammino a tappe, un aspirante politico deve interrogarsi sul perché intenda cimentarsi. Se la risposta che si dà è di quelle che non vorrebbe sentire mai da un politico in carriera, lasci perdere tutto e s’incammini in un’altra direzione.

Lavoro nero, lavoro precario, contratti a progetto, a tempo determinato, a chiamata. L'Italia è ancora una Repubblica democratica, fondata sul lavoro?

C’è scritto così ed io lo credo ancora fermamente. Ho sempre equiparato il lavoro alla dignità. Se ci esercitiamo a sostituire questo concetto alla parola “lavoro” avremo un risultato agghiacciante: dignità nera, dignità precaria, dignità a progetto, dignità a tempo indeterminato, dignità a chiamata. Pensiamoci.

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