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lunedì 26 aprile 2010

Teoria europea della disoccupazione!

I "check up" sulla disoccupazione si susseguono con una frequenza quasi parossistica. In Italia se ne parla spesso come se si trattasse di un fenomeno solo nostrano da ricondurre alla responsabilità dell’attuale Governo. Il senso delle diverse rilevazioni ed analisi è sempre lo stesso: dovranno trascorrere alcuni anni prima che si inverta il ciclo e che riprendano le assunzioni. In fondo è quanto ha certificato l’Ocse a metà febbraio. Nel 2010 nei Paesi Ocse la ripresa modesta non determinerà significativi impatti sull’occupazione (il tasso sarà pari all’8,5% con 20milioni di posti in meno). Nel 2011 le cose andranno meglio, ma la situazione resterà molto difficile con lunghi periodi di disoccupazione.

Nel 2007 era stato raggiunto il livello d’impiego massimo da almeno 25 anni: i 2/3 della popolazione in età di lavoro erano occupati (+8% rispetto ai primi anni 2000). Nel 2009 si è riscontrato invece il tasso più alto di disoccupazione. Quanto alle caratteristiche della disoccupazione ce ne sono di due tipi: una perdita di posti in conseguenza del calo del Pil (in particolare nel settore delle costruzioni, come in Spagna); una riduzione delle ore lavorate come nel caso della Germania e dell’Italia. I giovani sono quelli più colpiti a fronte di un lieve incremento per altri gruppi d’età.

La disoccupazione giovanile, nei Paesi Ocse, ha raggiunto tassi tra il 20 e il 25% (del 42% in Spagna) e deve essere affrontata con programmi di scolarizzazione, formazione e tirocini allo scopo di preparare le giovani generazioni alle sfide degli anni a venire. La quasi totalità dei lavori persi sono quelli di lavoratori con contratti precari. E sono più uomini che donne. Per non dover attendere troppi anni per riassorbire queste perdite occorre mettere in campo politiche del lavoro che vadano oltre quell’emergenza che il Governo italiano – ormai lo riconoscono tutti, persino gli avversari più faziosi – ha affrontato in maniera adeguata ed efficace.

Quali sono le politiche da adottare ? Occorre aiutare in primo luogo coloro che hanno perso il lavoro e rischiano condizioni di povertà. E’ altresì indispensabile impedire l’incancrenirsi di casi di disoccupazione di lunga durata in attesa che possa ripartire la domanda di manodopera. Nei diversi Paesi vi sono state molte differenze nelle politiche di sostegno passivo. Si è calcolato che tali politiche hanno consentito di salvare in 19 Paesi alcuni milioni di posti di lavoro. Vanno altresì adottati programmi a favore del lavoro giovanile e di arricchimento delle competenze dei disoccupati attraverso la formazione ed individuando con cura i gruppi di disoccupati che rischiano di uscire completamente dal mercato del lavoro. Devono essere evitate la disoccupazione a lungo termine e le misure di prepensionamento. Vanno invece fortemente potenziati i programmi di riconversione professionale e soprattutto i contratti ad alto contenuto formativo come l’apprendistato.

E’ molto interessante riflettere sull’occupazione dei lavoratori stranieri, un tema di cui si parla molto anche nel dibattito interno al PdL. I lavoratori stranieri continuano a collocarsi per circa il 40% nell’industria. Più specificatamente la quota di occupazione straniera nell’industria in senso stretto non è distante da quella italiana (nell’ordine, il 20,7 e il 21,1 per cento degli occupati), mentre nel settore delle costruzioni è di oltre due volte superiore a quella degli italiani (il 16,5% rispetto al 7,7%). All’opposto, il complesso del terziario assorbe una quota di popolazione immigrata inferiore rispetto alla componente italiana, con un’incidenza nel 2009 rispettivamente del 58,4 e del 67,8%. La presenza straniera rimane peraltro molto modesta nei comparti (servizi alle imprese, informatica, ricerca e sviluppo) dove trovano impiego gli italiani. Sotto il profilo di genere l’occupazione maschile straniera si colloca per poco meno del 60% nell’industria (28,8% nell’industria in senso stretto, 27,9% nelle costruzioni), quella femminile nel terziario dove raggiunge l’87% quasi sei punti in più rispetto a quella delle italiane.

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