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mercoledì 9 giugno 2010

Ritorna il taglio delle mini-province


È tornato, in versione minima ma è tornato. Stralciato dalla manovra di correzione dei conti pubblici, il taglio delle Province più piccole ieri è rispuntato con un emendamento al disegno di legge sulla Carta delle Autonomie. Fin qui tutto come previsto: la maggioranza aveva già spiegato che la norma avrebbe seguito questo percorso. Quindi Donato Bruno, che del ddl è il relatore, ha proposto il taglio in un emendamento al testo in discussione alla commissione Affari Costituzionali della Camera. La norma stabilisce il criterio col quale il governo, entro 24 mesi, procederà con la soppressione delle Province: andranno razionalizzate quelle con meno di 200mila abitanti, escluse le Province che confinano con altri Stati e quelle che fanno parte delle Regioni a statuto speciale. Nella bozza circolata con la manovra la soglia era più alta: 220mila abitanti. Una differenza da poco, rispetto alla vera sorpresa, arrivata con un subemendamento proposto da Beatrice Lorenzin, deputata della circoscrizione Lazio. La Lorenzin ha introdotto un criterio aggiuntivo: le Province il cui 50% del territorio è montuoso non vengono abolite se hanno almeno 150mila abitanti.

Votata la correzione, in tutte le Province a rischio è partita la caccia alle mappe, in cerca dei dati sulla morfologia del territorio. Non è chiaro che cosa si intenda per territorio montuoso, spiegava ieri Roberto Simonetti, deputato leghiesta che è anche presidente della Provincia di Biella. Probabilmente si considererà montuoso tutto il terreno con un’altitudine superiore ai 600 metri. In questo modo Biella si salva. Come lei scansano la riorganizzazione l’altra piemontese "a rischio", Verbano-Cusio-Ossola, Ascoli Piceno nelle Marche e, nel Lazio, Rieti. Crotone è in forse. Si salvano in molte, perché il taglio delle Province alla fine farà solo quattro "vittime": la piccolissima Isernia (solo 88mila abitanti), poi Vercelli, Fermo e Vibo Valentia, che non hanno abbastanza montagne.

Quattro piccoli centri rimasti i soli a tremare. Tra loro c’è chi spera ancora, come Isernia, dove il presidente Luigi Mazzutto (del Pdl) pensa che le ultime correzioni lascino «ben sperare che si possano creare ulteriori vincoli» al taglio delle Province, magari criteri legati a «morfologia accidentata» che salverebbero anche Isernia. Da Fermo invece il sindaco Saturnino Di Ruscio (anche lui del Pdl) promette battaglia e «non esclude di tornare ad occupare l’autostrada A14» mentre da Vibo Francesco De Nisi del Pd parla di scelte «imbarazzanti» e trova una sponda nel centrodestra con il presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti, che definisce il provvedimento «inefficace e inutile».
Come Scopelliti la pensa anche Ignazio La Russa, segno che anche nel governo non mancano i perplessi su un taglio ridotto ai minimi termini. Il ministro della Difesa ritiene che «l’abolizione di sole tre piccole Province non porterebbe significativi vantaggi economici». Un taglio simile non è una rivoluzione ma solo «un piccolo passo avanti verso la razionalizzazione delle province» ammette Mario Valducci, responsabile vicario degli Enti Locali per il Pdl. Mentre l’opposizione è unita nell’interpretare il senso del subemendamento. Mario Tassone dell’Udc e Nicodemo Oliverio del Pd dicono la stessa cosa: la misura serve solo a salvare le Province care alla Lega Nord. Mentre Gianclaudio Bressa, capogruppo del Pd in commissione Affari Costituzionali, spiega: «Abbiamo votato contro l’emendamento perché viola l’articolo 133 della Costituzione che prevede che l’abolizione parta dal basso».

Comunque il testo è passato, coi voti di Lega e Pdl, mentre sono stati bocciati gli emendamenti dell’opposizione, compreso quello di Linda Lanzillotta dell’Api, che voleva innalzare la soglia fino alle 500mila persone. Oggi, dopo il parere delle altre commissioni competenti, dovrebbe esserci l’ok al mandato al relatore. L’ultimo passaggio prima dell’aula, dove la Carta delle Autonomie dovrebbe arrivare lunedì prossimo.

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