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giovedì 3 marzo 2011

Chi includere nel demo? La Cittadinanza punto centrale.


E' un problema difficile, al quale né la teoria né le idee democratiche hanno trovato alcuna soluzione soddisfacente. Il problema è infatti duplice:

1. Il problema dell’inclusione: quali persone possono legittimamente rivendicare l’inclusione nel demo?
2. L’ambito della sua autorità: quali limiti legittimi esistono al controllo esercitato da un demo? Esistono casi in cui l’alienazione è moralmente ammissibile?

I due problemi sono collegati fra di loro. La misura in cui un particolare demo (ad esempio una comunità locale) deve avere il controllo finale sull’agenda dipende, evidentemente, da un precedente giudizio relativo all’ambito dei problemi che il demo è qualificato a affrontare. Il giudizio sulla competenza del demo incide sull’ambito dell’agenda, e la natura di essa è legata al giudizio relativo alla composizione del demo. Una volta definito il demo, si può determinare l’ambito della sua agenda.

La questione dell’inclusione o dell’esclusione da un demo rappresenta una sfida meno impegnativa se un demo potesse emanare norme vincolanti solo per sé. Alcune associazioni evitano il problema proprio in questo modo. O tutti i membri sono anche cittadini, nel qual caso l’associazione è pienamente inclusiva, oppure ogni membro è libero di lasciare l’associazione in qualunque momento senza particolari difficoltà, nel qual caso un membro che sia contrario a una norma può semplicemente evitarne l’applicazione ritirandosi dall’associazione. Tuttavia, non in tutte le associazioni il demo può emanare norme vincolanti solo per sé. Un sindacato può promulgare una norma che impedisca ai non membri di lavorare in un particolare settore o luogo di lavoro. Un’eccezione ancora più ovvia e certamente più importante è naturalmente rappresentata dallo Stato. Se alcune persone sono escluse dal demo di uno Stato, ma sono tuttavia obbligate a obbedire alle sue leggi, è giustificabile che rivendichino l’inclusione nel demo o, in alternativa, l’esclusione dalla sfera di applicazione della legge? Esistono criteri per giudicare quando l’esclusione sia legittima, se può mai esserlo, o quando l’inclusione deve essere obbligatoria? Quanto dovrebbe essere inclusivo il demo? La tesi a favore del Principio Forte di Uguaglianza fornisce le basi necessarie per formulare il criterio di inclusione che un processo democratico dovrebbe soddisfare: il demos dovrebbe includere tutti gli adulti soggetti alle decisioni collettive vincolanti dell’associazione. Questa proposizione costituisce il quinto e ultimo criterio per un processo pienamente democratico. Ma, prima di poterlo accettare, occorre considerare diverse soluzioni alternative che risalgono a epoche assai lontane della storia della teoria e della pratica democratica.
Contenuti:

* Cittadinanza soggetta a criteri contingenti
* La cittadinanza come diritto categorico
* La cittadinanza condizionata alla competenza
* Una giustificazione dell'inclusione

Cittadinanza soggetta a criteri contingenti

Una soluzione consiste nell’affermare che le ragioni che consentono di stabilire chi dovrebbe essere incluso in un demo sono intrinsecamente contingenti e storiche, spesso addirittura primordiali, e non possono essere formulate sotto forma di principi generali. Di conseguenza, la cittadinanza è completamente contingente, essendo condizionata da circostanze che non è possibile specificare in anticipo. Come descrizione della realtà storica, questo principio non può essere criticato. E dal momento che i filosofi politici non possono evitare del tutto l’influenza del tempo in cui vivono, le loro opinioni sul problema dell’inclusione spesso riflettono alcuni pregiudizi correnti dell’epoca. Così Aristotele riuscì a concepire una razionalizzazione filosofica della schiavitù, affermando che alcune persone sono "per natura schiave". E malgrado egli riconoscesse che le pratiche cambiavano da uno Stato all’altro, non pensava che braccianti e artigiani dovessero essere cittadini. Anche filosofi politici più recenti, quali Locke e Rousseau, che nelle loro opere adoperavano termini universali, come "tutti gli uomini" in cui era sottintesa un’ampia estensione della cittadinanza, non si opposero agli angusti limiti alla cittadinanza che di fatto esistevano al loro tempo. Tuttavia, descrivere una situazione storica non significa rispondere a un interrogativo normativo. Cionondimeno, il metodo consistente nell’affidarsi alle contingenze della storia per risolvere il problema dell’inclusione ha i suoi difensori. Fra questi, il più esplicito è forse Joseph Schumpeter. E’ impossibile "sfuggire alla conclusione" afferma, che si debba "lasciare a ciascun populus il compito di definire se stesso". La sua tesi si fonda su un dato storico incontestabile: il concetto e la nozione legale di ciò che costituisce un "popolo" hanno subito enormi variazioni, anche tra i paesi "democratici". E inoltre non esistono basi per rifiutare un criterio di esclusione in quanto improprio: "Non è pertinente stabilire se noi, in quanto osservatori esterni, ammettiamo la validità di quelle ragioni o delle norme concrete da esse derivanti che servono a escludere certe parti della popolazione; l’unica cosa che conta è che la società in questione le ritenga valide". Schumpeter sostiene la propria tesi a spada tratta. L’esclusione dei neri nel Sud degli Stati Uniti non ci permette di dire che il sud non fosse democratico. Il ruolo del partito bolscevico nell’Unione Sovietica "di per sé non ci autorizza a definire non democratica la Repubblica Sovietica. Siamo autorizzati a definirla in questo modo soltanto se lo stesso partito bolscevico è retto in maniera non democratica, come palesemente accade"(Schumpeter, 1947, pp.243-45). A tali conseguenze si arriva inevitabilmente perché Schumpeter non ha distinto, e anzi ha continuato a confondere, due diversi tipi di proposizione:

Il sistema X è democratico in relazione al proprio demo.

Il sistema Y è democratico in relazione a chiunque sia soggetto alle sue norme.

La cittadinanza come diritto categorico

Supponiamo di voler sostenere che nessuna persona soggetta alle regole del demo debba essere esclusa dal demo stesso. Questo sarebbe allora equivalente all’appartenenza all’associazione. Analizzando Locke, Rousseau, e la lunga serie di autori che subirono la loro influenza, è possibile vedere che proposero una soluzione in questo senso. La tesi in questione si basa sull’assioma morale che nessuno dovrebbe essere governato senza il suo consenso o, per dirla con Rousseau, a nessuno dovrebbe essere chiesto di obbedire a leggi che non ha formulato personalmente. Nello sviluppare questa tesi, gli autori hanno trovato utile la distinzione tra l’atto iniziale di formazione della comunità politica e il successivo processo di formulazione e applicazione delle norme della collettività. Così, sia Locke che Rousseau affermarono che la fondazione iniziale richiede il consenso di tutti coloro che vi sono soggetti; tuttavia, in seguito, le leggi potrebbero essere emanate e applicate con il solo avallo di una maggioranza. IL "consenso di ogni individuo" e la "determinazione della maggioranza" di tali individui si riferiscono letteralmente a ogni membro, nel senso che la maggioranza deve essere la maggioranza di tutte le persone soggette alle leggi? E’ chiaro che né Locke né Rousseau intendevano giungere a questa conclusione. Per cominciare, i bambini devono essere naturalmente esclusi dal demo. La loro esclusione generalmente non viene nemmeno messa in discussione, cosicché a stento si fa caso a quanto la rivendicazione della cittadinanza, basata sul diritto categorico di tutte le persone, sia contraddetta da questa semplice esclusione, perché essa si fonda sul fatto che i bambini non siano competenti a governare se stessi e la comunità. Supponiamo allora che la rivendicazione basata sul diritto categorico venga rivista, in modo da diventare: tutti gli adulti soggetti alle leggi di uno Stato saranno membri del demo di quello Stato. Era realmente nelle intenzioni di Locke e Rousseau giustificare tale rivendicazione? Certamente no, per quanto riguarda Rousseau, sebbene nel Contratto sociale egli sembri a volte affermare un diritto incondizionato a essere membri del demo. Ma egli stesso chiarisce che non intende dire questo. Così loda Ginevra, sebbene il demo della città consistesse solo in una piccola minoranza della popolazione. I bambini ne erano, ovviamente, esclusi, ma lo erano anche le donne. E, in più, anche la maggioranza degli uomini era esclusa dal demo di Ginevra. Rousseau era cosciente di queste esclusioni, ma sembra darle semplicemente per scontate. In realtà, egli potrebbe aver anticipato la soluzione di Schumpeter. Nel sostenere che è sbagliato considerare il governo di Venezia come un esempio di vera aristocrazia, egli nota che, sebbene la gente comune sia esclusa dal governo, la nobiltà fa le veci del popolo. Di conseguenza, il governo di Venezia non è più aristocratico di quello di Ginevra (Il contratto sociale, libro IV, capitolo III). Quello che Rousseau sembra avere presupposto, come altri sostenitori della democrazia dai tempi delle città stato greche dell’antichità, è che in qualunque repubblica molti individui (bambini, donne, stranieri, e numerosi uomini adulti residenti) sono sudditi, ma non qualificati a essere cittadini. In questo modo, Rousseau stesso scardinò il principio categorico dell’inclusione che sembrava avere esposto nel Contratto sociale. Il linguaggio che Locke usa nel Secondo trattato è categorico e universalistico come quello di Rousseau, se non di più. Tuttavia, la sua apparente affermazione di un diritto categorico e assoluto era limitata implicitamente e esplicitamente da un requisito di competenza. Naturalmente, i bambini erano esclusi. E’ assai dubbio che intendesse includere le donne di diritto. Quanto agli uomini adulti, egli escludeva esplicitamente "i pazzi e i deficienti che non vengono mai emancipati dalla tutela dei genitori" (Secondo trattato, cap.6 par.60). E ancora, "gli schiavi, che essendo prigionieri catturati nel corso di una guerra legittima sono per legge di natura soggetti al dominio assoluto e all’incondizionato potere dei loro padroni". Probabilmente intendeva escludere anche i servitori (cap.7 par.85). Come Rousseau, Locke silura da solo la propria opinione secondo la quale ogni persona soggetta alle leggi emanate dal demo possiede un diritto categorico e assoluto a essere membro del demo.

La cittadinanza condizionata alla competenza

Locke e Rousseau sembrano aver proposto due diversi principi su cui si potrebbe fondare il diritto alla cittadinanza. Uno è esplicito, categorico e universale; l’altro è implicito, contingente e limitativo:
Principio categorico: ogni persona soggetta a un sistema politico e alle sue leggi ha il diritto incondizionato di essere membro del demo (cioè, cittadino).
Principio contingente: soltanto le persone che sono qualificate a governare, ma senza esclusione di alcuna di esse, devono essere membri del demo (cioè, cittadini).
Se alcune persone soggette alle leggi non sono qualificate a governare, allora è ovvio che i due principi portano a conclusioni contraddittorie. Quale principio dovrebbe prevalere sull’altro? Locke e Rousseau sostenevano, almeno implicitamente, che il secondo principio dovesse avere la precedenza sul primo. Quanto era solo o soprattutto implicito nelle argomentazioni di Locke e Rousseau fu espresso esplicitamente da John Stuart Mill, che affrontò apertamente il problema del conflitto che credeva esistesse tra i due principi. Nelle Considerazioni sul governo rappresentativo, Mill stesso invalida la propria tesi a favore dell’inclusione universale esponendo una controtesi fondata sulla valutazione della competenza. Nel corso della discussione egli afferma esplicitamente che il criterio della competenza è prioritario rispetto a qualunque altro principio, sia esso categorico o utilitario, che faccia dell’inclusione nel demo una questione di diritto generale esteso a tutti gli adulti soggetti alle leggi. Come minimo, sostiene, per provare che le persone sono qualificate a impegnarsi nell’attività di governo è necessario che dimostrino di avere "acquisito i requisiti più comuni e di base per poter badare a se stessi, per perseguire con intelligenza i propri interessi e quelli delle persone più strettamente alleate". I moderni ammiratori delle idee democratiche "classiche" sembrano aver ribaltato la relazione tra cittadinanza e competenza così come venne intesa dai Greci fino a Mill. Nella prospettiva classica non ogni adulto, e tantomeno ogni persona, era necessariamente qualificato a governare e di conseguenza a entrare nel demo. Più esattamente, il demo era costituito soltanto da coloro che, a loro stesso avviso, erano qualificati a governare. In questa prospettiva, proprio perché costituivano una minoranza qualificata dell’intero popolo, i cittadini avevano il diritto di governare e davano in assoluto garanzie di buon governo. Quindi, le idee classiche rendono la difesa intellettuale della democrazia molto vulnerabile, come si può facilmente vedere se le confrontiamo con il concetto secondo cui l’inclusione è un diritto categorico. Se chiunque sia soggetto alla legge ha il diritto categorico di partecipare al processo legislativo, se il requisito del consenso è universale e incontestabile, allora la tesi a favore della democrazia molto forte e quella contro le alternative che prevedono l’esclusione (aristocrazia, meritocrazia, governo di un’élite qualificata, monarchia, dittatura e così via) ne risulta indebolita. Il criterio della competenza calpesta una rivendicazione fondata sul principio forte di uguaglianza, cioè la più importante delle condizioni del processo democratico: la tesi a favore della democrazia poggia così su di un terreno instabile. La condizione di cittadino viene a dipendere da giudizi contingenti, non da diritti categorici. E i giudizi contingenti non portano necessariamente a un’inclusione universale. In tal modo il confine tra democrazia e governo dei custodi diventa confuso e indeterminato. Inoltre, questi giudizi contingenti e pratici sono facilmente influenzati dai pregiudizi del tempo.

Una giustificazione dell’inclusione

Il principio categorico modificato potrebbe essere riformulato nel seguente modo: si deve presumere che ogni adulto soggetto a un governo e alle sue leggi sia qualificato e che abbia un diritto incondizionato a essere membro del demo. Tuttavia, il principio modificato presenta almeno due tipi di difficoltà. In primo luogo, il confine tra infanzia e età adulta non è facile da stabilire. Un secondo tipo di difficoltà connesso al principio modificato consiste nella presenza in un paese di stranieri, adulti secondo qualsiasi ragionevole parametro, che sono soggetti alle leggi del paese in cui risiedono temporaneamente, ma che non per questo sono qualificati per partecipare al governo. Il principio forte di uguaglianza fornisce del resto motivazioni ragionevoli per adottare un criterio prossimo alla universalità per gli adulti. Non solo tale criterio è molto meno arbitrario della soluzione di Schumpeter, ma è anche molto più inclusivo del ristretto demo accettato, implicitamente o esplicitamente, nella polis classica, nonché da Aristotele, Locke, Rousseau e Mill. Il quinto e ultimo criterio per il processo democratico è dunque il seguente:
Il demo deve comprendere tutti i membri adulti dell’associazione, tranne i non residenti e i minorati mentali accertati.

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