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giovedì 20 ottobre 2011

Herman Cain: Il magnate della pizza che sfida Obama

La copertina dell’ultimo numero di Newsweek ha preso lo slogan principe della campagna elettorale di Barak Obama nel 2008 e lo ha regalato a Herman Cain, trasformandolo in “Yes we Cain!”. Non è solo un gioco di parole azzeccato, è quasi il passaggio di un testimone dalle mani del primo presidente nero d’America a quelle del primo sfidante nero repubblicano.
Quando Cain presentò la sua candidatura alle presidenziali 2012 lo scorso maggio, tutti, anche i repubblicani, considerarono la sua scesa in campo alla stregua di una barzelletta. Nessuno diede credito al figlio di un portiere e di una cameriera di Memphis, arrivato fino ai vertici della Godfather’S Pizza e senza alcuna esperienza politica precedente. L’implacabile columnist conservatore, Charles Krauthammer sentenziò: “It’s entertainment!”.
Ma chi ha visto l’ultimo dibattito tra i candidati repubblicani martedì sera a Las Vegas si è certamente accorto che i conti con Cain non sono ancora stati fatti fino in fondo. Non solo Cain aveva scalato tutte le posizioni nella gerarchia dei dibattiti televisivi che è dettata dai sondaggi elettorali, piazzandosi al centro della scena, accanto a Mitt Romney e Rick Perry, ma si è piazzato anche al centro della discussione, costringendo a turno gli altri candidati a duellare solo e sempre con lui.
E’ vero che in questa fase in sondaggi non dicono ancora molto su come andrà a finire la campagna, ma il fatto che oggi Cain sia considerato da molti istituti di ricerca il front runner repubblicano, rivela molto sia dello scarso appeal emotivo che Romney è stato capace si suscitare nel Gop, sia delle insospettate capacità comunicative di Herman Cain.
La sua ricetta fiscale si è imposta nella discussione per la forza di uno slogan irresistibile prima ancora che per la sua fattibilità concreta. Quando Cain ripete alla radio o in televisione, con la sua bella voce baritonale, il mantra del “nine-nine-nine” poco importa se questo – secondo i conteggi degli avversari – sottrarrà alle casse federali qualcosa come 200 miliardi di dollari. Quello che conta è che si incide nella memoria di chi ascolta come una ricetta semplice e desiderabile per tutti: 9 per cento di tasse sul reddito, 9 per cento sulle imprese e 9 per cento sulle vendite. E quando i suoi avversari gli fanno notare le obiezioni degli economisti, lui sorride e risponde che l’autore della proposta è il suo commercialista di Cleveland. Ed è chiaro che oggi la folla applaude molto più volentieri il commercialista di Cleveland che non tutti gli economisti di Princeton o di Berkeley messi assieme.
Per gli analisti elettorali Cain è ancora un mistero. La sua campagna elettorale appare sgangherata e confusa, raccoglie pochi fondi e molti dei suoi collaboratori lo lasciano a metà strada. Eppure lui non ha smesso di crescere nei sondaggi, molti dei quali lo danno in sorpasso su Romney che raccoglie milioni di dollari e a tavolino non ha sbagliato una mossa. Carl Rove, il celeberrimo stratega elettorale di Bush, non si spiega come mai Cain non si sia ancora fatto vedere negli stati che tradizionalmente indicono le primarie in anticipo: “Che cosa sta a fare in Tennessee? – si è chiesto in una intervista sulla Fox – Lì non si vota fino a marzo. Dirotti il suo autobus su Iowa, New Hampshire, South Carolina, dove si vota a gennaio”.
Ma Cain sembra avere un passo diverso dai tradizionali candidati, il suo tour elettorale sembra piuttosto legato alle presentazioni del suo libro “Il mio viaggio verso la Casa Bianca” che non ai calcoli dei pundits. Di se stesso si limita a dire: “sono un ABC”. Un american black conservative, qualcuno – come sottolinea l’articolo del Newsweek – che consente ai repubblicani di scagliarsi contro Obama senza sentirsi razzisti. In fondo Herman è nato in uno stato, la Georgia, dove potevi passare dei guai bevendo a una fontanella “per soli bianchi” o sbagliando posto sull’autobus.

Per questo anche i democratici lo temono e lo definiscono il “nero che piace ai bianchi”. Ma lui non si fa intimidire: “Ho lasciato la piantagione democratica molto tempo fa” ha detto Cain in un’intervista – “lì dove i voti dei neri vengono dati per scontati e i leader neri fanno solo da controllori”. Suscitando così lo sdegno del reverendo Jackson e del mitico Harry Belafonte, che lo ha chiamato “una mela marcia”.
Il primo presidente nero d’America si tiene ancora lontano dalla disputa e preferisce non rispondere alla domanda su chi tema di più come sfidante alle presidenziali. Obama non parla di Cain e ha finora evitato di prenderlo di petto. Ma certo ha visto anche lui l’ultimo sondaggio Rasmussen: se si votasse oggi Cain è l’unico che lo batterebbe, 43 per cento a 41.

Il candidato lascia le elezioni presidenziali il 3 dicembre 2011.

(tratto da Il Tempo)

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