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sabato 12 febbraio 2011

Organi della democrazia ateniese


La teoria costituzionale della democrazia ateniese è molto semplice: il popolo è sovrano (kurios). Sieda nell’Assemblea o nei tribunali, è il sovrano assoluto di tutto ciò che concerne la città e i cittadini sono liberi e uguali sotto l’egida della legge.
Partecipazione all’Assemblea o Ecclesia
Per far parte dell’Ecclesia erano necessari due requisiti:

1.essere cittadino ateniese: una legge del 450 a. C., voluta da Pericle, stabiliva che divenisse cittadino solo chi fosse nato da padre e madre ateniesi (mentre prima, e nella maggior parte delle altre poleis, bastava che fosse cittadino il padre);

2.essere maggiorenne. La maggiore età si acquisiva a diciotto anni, per via dell’iscrizione sui registri del demo (i demi erano le unità territoriali più piccole in cui era stata divisa l’Attica dalla riforma di Clistene –508 a. C.-, dotate di autonomia dal punto di vista amministrativo. Questa frammentazione del territorio statale di Atene era dovuta alla sua estensione -più di 2400 kmq, all’incirca come l’attuale Granducato di Lussemburgo-). Non sempre questi registri erano sicuri: infatti molti meteci (che erano gli stranieri che si stabilivano ad Atene ma erano privi dei diritti politici) riuscivano a farsi iscrivere e quindi a partecipare ai lavori dell’Assemblea che si tenevano sulla collina della Pnice. Questa, nonostante le sue modeste dimensioni, bastava largamente poiché molti Ateniesi spesso preferivano non assentarsi da casa, non rinunciando così a delle giornate lavorative.

Riunioni e funzionamento dell’Assemblea

In origine, l’Ecclesia si riuniva una volta per pritania, ovvero dieci volte all’anno; ma, col passare del tempo, vennero aggiunte tre sedute supplementari per pritania. Ogni assemblea aveva il proprio ordine del giorno, tuttavia, nel caso di una sventura pubblica o di un evento imprevisto che esigessero un provvedimento urgente, potevano essere indette assemblee straordinarie. La seduta incominciava di buon mattino quando un segnale era dato da una bandiera sventolante sulla Pnice. Così la polizia sbarrava le strade che conducevano all’Agorà e spingeva i cittadini verso la collinetta della Pnice, cui si accedeva per una ripida scalinata e che poteva raccogliere fino a 6000 persone. Presidente dell’Assemblea era l’epistate dei pritani (presidente anche della Bulè), designato dall’estrazione a sorte ogni giorno, che, dopo una cerimonia religiosa in onore di Zeus, dava inizio alla seduta. Si incominciava con la discussione delle proposte di legge della Bulè , i probuleumata: ogni cittadino poteva prendere la parola e proporne emendamenti, salendo su una tribuna e mettendosi sul capo una corona di mirto, simbolo d’inviolabilità. Dopo la discussione, i pritani indicevano le votazioni per alzata di mano (epicheirotonìa) e il presidente, proclamatone il risultato, poteva togliere la seduta.

Poteri dell’Assemblea

All’Ecclesia competevano svariate funzioni:

1. le relazioni estere,
2. il potere legislativo,
3. il potere giudiziario e il controllo del potere esecutivo, con la nomina di tutti i magistrati.

In materia di politica estera l’Assemblea , sotto la direzione della Bulè, decideva della pace, della guerra e delle alleanze e nominava gli ambasciatori. Per quanto riguarda invece il potere legislativo, l’Ecclesia non si arrogava il diritto di abolire formalmente le leggi e votarne di nuove, ma trovava le forme necessarie per legiferare attraverso decreti. Il popolo era anche supremo giudice, ma delegava il potere giudiziario ai tribunali, intervenendo direttamente solo nelle questioni più delicate e importanti.

Riunioni straordinarie dell’Assemblea

Nel V secolo, in circostanze di particolare importanza, si riuniva anche l’Assemblea plenaria, convocata nell’agorà, divisa per tribù e considerata come rappresentante l’intera città. Il minimo di unanimità era un voto espresso da seimila suffragi. L’Assemblea plenaria era convocata per designare chi dovesse essere bandito per ostracismo, per conferire l’adeia, cioè l’impunità o la grazia, o nel caso di collazione del diritto di cittadinanza. Il bando per ostracismo venne decretato per la prima volta nel 487 e, con gli anni più frequentemente, nelle circostanze gravi e nelle guerre perché non vi fossero continui dissensi in merito alla difesa nazionale e nella politica interna, e servì così alle fazioni opposte a decapitarsi a vicenda. L’operazione dell’ostracophorìa si effettuava in seduta plenaria durante la sesta pritania: il voto veniva espresso per mezzo di pezzi di coccio, ostraca, e il condannato doveva lasciare l’Attica entro dieci giorni e per dieci anni, salvo eventuali amnistie.

Composizione del Consiglio dei Cinquecento o Bulè

La Bulè, organizzata dalla riforma di Clistene (508 a. C.), era un organo composto da cinquecento membri detti buleuti, sorteggiati, come afferma Tucidide, "per mezzo della fava" tra i demoti aventi più di trent’anni che si presentassero come candidati. Questi solitamente non erano in grande numero dal momento che, nonostante venissero retribuiti, dovevano comunque sacrificare un’intera annata agli affari pubblici. Prima di entrare in carica i buleuti dovevano prestare giuramento e cingevano la corona di mirto, segno della loro inviolabilità, mentre, al termine dell’annata, il Consiglio intero doveva rendere conto al popolo del proprio operato. La Bulè era convocata dai pritani e si riuniva nel Buleuterio, situato a sud dell'agorà. Ma come l’Ecclesia, non poteva sedere in permanenza per un’intera annata; per il disbrigo degli affari ordinari aveva bisogno di una giunta direttiva controllata a turno da una delle dieci tribù per una decima parte dell’anno : essa era costituita da cinquanta pritani (ovvero 1/10 dei buleuti) e presieduta da un epistate (sorteggiato ogni giorno tra i pritani) che teneva per ventiquattro ore le chiavi dei templi dove si trovavano i tesori, gli archivi e i sigilli dello Stato. Questa giunta aveva il compito di mettersi in relazione con l’Ecclesia , con i magistrati, gli ambasciatori e gli araldi stranieri; convocava in caso di urgenza il Consiglio, l’Assemblea, gli strateghi e aveva a disposizione le forze di polizia. Nell’esercitare le sue molteplici funzioni la Bulè nominava poi diverse commissioni speciali: per controllare le entrate all’Assemblea, per sorvegliare l’amministrazione marittima o per la consacrazione e le celebrazioni dei misteri (commissioni di ieropi).

Poteri della Bulè

A un tempo organo preparatorio-esecutivo e magistratura suprema, aveva tre mezzi per esercitare i suoi diversi poteri:

1. presentava all’Assemblea i probuleumata che servivano di base ai decreti del popolo;
2. promulgava decreti per far eseguire le decisioni prese dall'Assemblea;
3. collaborava direttamente, col consiglio o con l’opera, con le altre magistrature.

La Bulè aveva attribuzioni importanti anche in campo finanziario, poiché sorvegliava l’impiego del denaro pubblico e si occupava degli appalti delle imposte, delle concessioni minerarie, delle locazioni dei terreni sacri, della costruzione e conservazione delle opere pubbliche (come si deduce dai conti sui lavori dell’Acropoli nell’età di Pericle). Infine, fra le sue molte funzioni giudiziarie, si occupava della procedura rapida per punire i reati contro la sicurezza dello Stato: l’eisangelìa. Un tempo chi giudicava i reati per eisanghelìa contro la costituzione era l’Areopago: una legge di Solone gli riconosceva questo diritto. Ma, dopo la riforma di Efialte (462 a. C.), la competenza in materia di questi crimini passò al Consiglio, che divenne così un organo centrale della democrazia ateniese.

Tipi di magistrature

Anche con l’aiuto di un Consiglio permanente, il popolo non poteva fare eseguire le sue volontà che delegando parte della propria sovranità a certi magistrati: tra i pubblici uffici si distinguevano le magistrature propriamente dette, d’ordine governativo o politico (archai), e le funzioni puramente amministrative (epimeleiai), senza dire delle funzioni subalterne (huperesiai), le quali potevano essere affidate anche a meteci e schiavi. Qualsiasi cittadino poteva esercitare delle magistrature, che erano di breve durata, generalmente annuali, e non potevano essere accumulate. Le magistrature, cui si poteva accedere per sorteggio o elezione, erano tutte indipendenti le une dalle altre perché coordinate dal Consiglio, eccetto quelle militari, come la strategia, dov’era necessaria una gerarchia. Infatti gli strateghi, comandanti in capo, davano ordine ai tassiarchi, colonnelli di fanteria, e, per il tramite degli ipparchi, ai filarchi, colonnelli di cavalleria.

Responsabilità dei magistrati

I magistrati prima di entrare in carica dovevano prestare giuramento e sottoporsi alla prova della "dokimasia", un primo esame davanti al Consiglio. Superata questa prova, essi erano persone inviolabili che godevano di molte prerogative e di una speciale protezione. Ma la loro responsabilità era duplice; anzitutto finanziaria, e poi morale e politica: ogni funzionario doveva presentare un rendiconto dei fondi pubblici di cui aveva avuto la gestione (logos), verificato da un altro collegio di magistrati, i loghistài. Otre alla resa dei conti in senso stretto e preciso della parola, c’era nel diritto pubblico ateniese un rendimento dei conti in senso largo, l’euthuna, davanti agli euthunoi. I magistrati erano pertanto sottoposti a una sorveglianza incessante e minuziosa e se commettevano atti illeciti potevano essere deposti dall’Assemblea, attraverso una votazione per alzata di mano, epicheirotonìa, e rinviati davanti al tribunale. Era lo stesso principio democratico a esigere questo rigido controllo sul potere esecutivo e a portare il popolo ateniese a una profonda diffidenza che non risparmiò nessuno, neppure Pericle.

L’Areopago

Il più importante dei tribunali era l’Areopago, che sedeva sulla collina di Ares, vicino alla grotta delle Eumènidi

Il mito vuole che il nome derivi da Ares (Marte), che vi sarebbe stato giudicato per primo avendo ucciso Alirrozio, figlio di Poseidone (Nettuno), che aveva tentato di rapirne la figlia Aleippe. Secondo la versione eschilea (Eumenidi 681-753, 778-836), l’Areopago avrebbe anche giudicato Oreste dopo che questi ebbe ucciso la madre Clitemnestra: Oreste fu assolto e Atena, per placare l’ira delle Erinni, i demoni che perseguitavano il giovane a seguito del matricidio, le rese divinità benefiche e protettrici della città di Atene, dette appunto Eumènidi.

Questo tribunale, probabilmente fondato da Solone e composto dagli ex-arconti, fu modificato nella sua costituzione già subito dopo la riforma di Clistene poiché ne venne abbassato il valore. Infatti, sempre più inferiore al compito affidatogli dalla tradizione, esso doveva apparire ben presto un’istituzione dell’altra età. Era tale non solo per l’inamovibilità dei suoi membri, appartenenti alle classi ricche e nobili, ma anche per i poteri per i poteri che aveva ereditato. Le sue attribuzioni, a un tempo giudiziarie e politiche, non erano ben definite; ma, poiché comprendevano la sorveglianza delle leggi, potevano diventare esorbitanti. In compenso, per i servizi resi nei momenti peggiori dell’invasione persiana, aveva acquistato maggiore prestigio. Era dunque inevitabile che il popolo attaccasse questa roccaforte dell’aristocrazia. Nel 462 a. C. a capo del partito democratico era Efialte. Da lui l’Areopago, già epurato per mezzo di provvedimenti giudiziari, ricevette il colpo di grazia. Fu privato delle funzioni sovraggiunte e mal definite che gli conferivano la custodia sulla costituzione e gli permettevano di esercitare un controllo sul governo (e venne invece introdotto il procedimento della graphè paronomon); perdette la giurisdizione dei reati di assassinio che interessavano la città, delle infrazioni commesse contro l’ordine pubblico dai privati o dai funzionari. Conservò soltanto attribuzioni di carattere religioso, del resto assai estese, poiché comprendevano, insieme con la sorveglianza dei luoghi consacrati, la giurisdizione sui reati di assassinio premeditato (phonos hekousios), di ferite inferte con intenzione omicida, di incendio di una casa abitata e di avvelenamento. La separazione dei beni accumulati dall’Areopago era resa necessaria dal progresso delle istituzione politiche in una grande città e, compiuta la democrazia, doveva andare a vantaggio di questa, anche se Efialte pagò poi con la vita la sua devozione alla causa popolare.
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Altri tribunali (dikastèria) e procedura giudiziaria

Al di sotto dell’Areopago stavano altri tribunali del sangue:

* il Palladio, che era competente in materia di omicidio involontario (phonos akousios)
* e di istigazione all’assassinio; il Delfinio, che era competente se l’arconte re, incaricato dell’istruttoria, decideva che l’omicidio era scusabile o legittimo (phonos dikaios);
* a Freatto, sulla riva del mare, erano giudicati coloro che, esiliati temporaneamente per omicidio involontario, avessero commesso un nuovo omicidio con premeditazione;
* il Pritaneo, che era competente in materia di omicidio causato da ignoti, da animali o da oggetti.

Tutta la procedura seguita nei processi di sangue era di un arcaismo singolare: se la vittima, prima di morire, perdonava l’uccisore, nessuno poteva far nulla contro di lui. Altrimenti i campioni della vittima erano il padre, i fratelli e i figli. Questi potevano venire a patti con l’uccisore o deferirlo al tribunale. In questo caso l’istruttoria avveniva in tre dibattimenti che venivano tenuti a un mese di intervallo, mentre il processo avveniva all’aperto, affinché i giudici e l’accusatore sfuggissero al contagio propagato dall’impurità dell’accusato. Quel giorno l’arconte re si toglieva la corona, simbolo d’inviolabilità, e offriva un sacrificio; ciascuna delle parti in causa aveva il diritto di parlare due volte. Se poi i voti si dividevano in eguale misura tra l’accusa e la difesa, l’accusato beneficiava del suffragio detto di Atena ( psephos Athenàs), in ricordo del voto espresso, secondo la tradizione, dalla dea a favore di Oreste. Infine, scendendo dalla collina di Ares, l’assolto si recava alla grotta delle Eumènidi e a ringraziare le dee con un sacrificio.

L’Eliea

Tutti gli affari che non erano di competenza dei tribunali del sangue erano, in via di principio, di competenza del popolo. Questo era un compito enorme e, già dall’età di Pisistrato (tiranno dal 546 al 527 a. C.) , vennero creati dei giudici che si occupassero delle cause civili. I più importanti erano i dieteti , semplici arbitri pubblici, e gli eliasti , che dovevano avere almeno trent’anni compiuti e essere in pieno possesso dei diritti civici. Nel V secolo gli eliasti, i dikastài per eccellenza, erano seimila, numero che, nel diritto pubblico, rappresentava l’unanimità, come lo attesta la procedura dell’Assemblea plenaria (infatti non va dimenticato che, in molte città, il nome di Eliea designava l’assemblea del popolo). I giudici, eletti per sorteggio (seicento per tribù), dopo aver prestato giuramento, erano divisi fra i differenti tribunali civili e, di conseguenza, fra i magistrati che li presiedevano. La maggior parte di questi giudici era fornita dalle classi medie e inferiori della città, del porto e dei dintorni attratte da una retribuzione (misthophorìa)di due oboli al giorno e, dopo il 425, di tre oboli, che potevano compensare i loro redditi spesso esigui. Anche ai vecchi piaceva l'idea di guadagnare qualche soldo, attraverso cui costituirsi, con un'occupazione onorevole e poco faticosa, una modesta pensione; i ricchi, invece, che avevano altro da fare e non erano attratti dal diobolo o dal triobolo, si tenevano volentieri in disparte.
Il processo si divideva in due parti: l'istruttoria, che si svolgeva davanti all'arconte re, e il processo vero e proprio, che aveva luogo davanti ai giudici riuniti nel tribunale designato dall'arconte. In quest'ultima fase, le parti in causa pronunciavano personalmente i discorsi di difesa o di accusa; a ciascuna di esse era consentito pronunciare due discorsi, il primo della durata di venti-quaranta minuti, il secondo di una decina di minuti. I giudici dovevano infine procedere alla votazione; se l'imputato era assolto il processo era concluso; se risultava colpevole, si valutava quale sanzione era opportuno infliggere.

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