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mercoledì 28 giugno 2017

Papa Bergoglio: «Le pensioni d’oro sono un’offesa al lavoro»

Il Papa dice no alle pensioni d’oro, e rilancia un “nuovo patto sociale per il lavoro”, affinché i giovani trovino un’occupazione. Francesco ha ricevuto in Vaticano i delegati della Cisl, che da oggi a sabato sono riuniti a congresso, guidati dal segretario generale Anna Maria Furlan.
Il Papa mette l’accento sulla centralità del lavoro. Francesco afferma che “è una società stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti”.

Ne fanno le spese i giovani, circa il 40% di loro non ha un lavoro:
“Quando i giovani sono fuori dal mondo del lavoro, alle imprese mancano energia, entusiasmo, innovazione, gioia di vivere, che sono preziosi beni comuni che rendono migliore la vita economica e la pubblica felicità”.
Poi una critica alle pensioni d’oro:
“E quando non sempre e non a tutti è riconosciuto il diritto a una giusta pensione – giusta perché né troppo povera né troppo ricca: le “pensioni d’oro” sono un’offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni”.
Il mondo del lavoro è in rapida trasformazione, ecco perché bisogna rivedere gli schemi:
“È allora urgente un nuovo patto sociale per il lavoro, che riduca le ore di lavoro di chi è nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il diritto-dovere di lavorare. Il dono del lavoro è il primo dono dei padri e delle madri ai figli e alle figlie, è il primo patrimonio di una società. È la prima dote con cui li aiutiamo a spiccare il loro volo libero della vita adulta”.
Francesco, poi, di fronte alla Cisl, mette in guardia dalle malattie che possono colpire il sindacato: “Nelle nostre società capitalistiche avanzate il sindacato rischia di smarrire questa sua natura profetica, e diventare troppo simile alle istituzioni e ai poteri che invece dovrebbe criticare. Il sindacato col passare del tempo ha finito per somigliare troppo alla politica, o meglio, ai partiti politici, al loro linguaggio, al loro stile. E invece, se manca questa tipica e diversa dimensione, anche l’azione dentro le imprese perde forza ed efficacia”.
E questo perché l’economia deve essere sempre e solo al servizio dell’uomo: “Diciamo economia sociale di mercato, come ci ha insegnato San Giovanni Paolo II: economia sociale di mercato. L’economia ha dimenticato la natura sociale che ha come vocazione, la natura sociale dell’impresa, della vita, dei legami e dei patti”
Fonte: radio vaticana

martedì 20 giugno 2017

Addio al roaming a pagamento

Il roaming a tariffa nazionale
Le norme dell'UE sul roaming a tariffa nazionale (" roam like at home") consentono di utilizzare il cellulare all'estero in qualsiasi altro paese dell'UE senza dover pagare tariffe aggiuntive di roaming. Le norme si applicano alle chiamate (a telefoni cellulari e fissi), all'invio di messaggi di testo (SMS) e all'uso di servizi di dati all'estero.
Per l'uso di questi servizi quando viaggi nell'UE paghi lo stesso prezzo che ti verrebbe applicato nel tuo paese. In pratica, il tuo operatore addebita o detrae il consumo in roaming dai volumi del tuo piano tariffario / pacchetto nazionale.
Se hai un contratto con un operatore di telefonia mobile che include servizi di roaming, questo sarà automaticamente considerato un contratto con roaming a tariffa nazionale. Ogni nuovo contratto di telefonia mobile dovrà applicare ai servizi di roaming la tariffa nazionale.

Condizioni
Le norme sul " roam like at home" sono intese per coloro che viaggiano occasionalmente al di fuori del paese in cui vivono o hanno vincoli, ovvero quello in cui lavorano o studiano. Non vanno interpretate come alternativa al roaming permanente. Per poter usufruire del roaming a tariffa nazionale quando si viaggia all'interno dell'UE occorre infatti trascorrere più tempo o utilizzare più spesso il telefono cellulare nel proprio paese che all'estero. Questo viene considerato un "uso corretto dei servizi di roaming".
Se usi il cellulare all'estero in modo permanente, il tuo operatore potrebbe applicare delle tariffe aggiuntive di roaming, che comunque prevedono dei massimali (vedere sotto "Politica dell'uso corretto").
Quando ti rechi in un altro paese dell'UE continuerai a ricevere dal tuo operatore di telefonia mobile un messaggio per informarti che sei in modalità roaming e ricordarti della sua politica dell'uso corretto.

Politica dell'uso corretto
Gli operatori di telefonia mobile possono applicare la cosiddetta "politica dell'uso corretto" per garantire che tutti i clienti abbiano accesso e possano beneficiare delle norme sul roaming a tariffa nazionale (vale a dire dei servizi di roaming regolamentati a prezzi nazionali) quando viaggiano nell'UE. Gli operatori sono tenuti ad applicare meccanismi di controllo equi, ragionevoli e proporzionati per evitare un uso abusivo delle norme.

Politica dell'uso corretto e limiti per i dati
Le norme sul roaming a tariffa nazionale prevedono l' assenza di restrizioni sui volumi per le chiamate vocali e gli SMS, ma il mantenimento di regole e limiti per l'uso dei dati a tariffa nazionale a seconda del tipo di contratto sottoscritto.
In alcuni casi specifici (vedere sotto), al di là di un volume ragionevolmente elevato di roaming dati a tariffa nazionale, potrebbe essere applicato un sovrapprezzo pari al massimale previsto per i prezzi all'ingrosso in tutta l'UE (per il 2017 7,70 euro per GB di dati, IVA esclusa). Il prezzo all'ingrosso per il roaming rappresenta il prezzo massimo che l'operatore nazionale deve pagare a quello estero quando usi i servizi di roaming dati.

Limiti per i dati: carte prepagate
Se hai una carta prepagata (con un importo versato in anticipo per l'uso del cellulare) la tariffa del roaming sarà uguale a quella nazionale. Tuttavia, l'operatore di telefonia mobile può applicare un limite per il traffico di dati se il prezzo pagato è per unità e il prezzo unitario nazionale dei dati è inferiore a 7,70 euro per GB.
Se l'operatore applica un limite al volume di dati per il roaming a tariffa nazionale, tale limite deve corrispondere almeno al volume ottenuto dividendo per 7,70 euro il credito restante sulla carta prepagata. Otterrai lo stesso volume per il quale hai effettuato il pagamento anticipato. Naturalmente puoi aumentare il credito mentre usi la carta in roaming.

Esempio
Jana vive in Slovacchia e ha acquistato per il cellulare una carta prepagata da 20 euro (IVA inclusa) che include chiamate, SMS e servizi di dati. Quando parte in vacanza per la Spagna le rimane un credito di 12 euro (IVA esclusa). Ciò significa che durante le vacanze Jana potrà avere un volume di dati pari al valore del credito rimanente sulla carta prepagata. Avrà cioè almeno 1,5 GB per il roaming dati (12/7,70 euro = 1,5).

Limiti per i dati: pacchetti nazionali con un volume di dati illimitato
Se il tuo contratto prevede il pagamento di una tariffa mensile fissa e un pacchetto con un volume di dati illimitato, l'operatore di telefonia mobile è tenuto a fornirti un volume consistente di dati in roaming a tariffa nazionale. L'entità esatta dipende dal prezzo del pacchetto. Il volume dei dati in roaming deve essere pari almeno al doppio del volume ottenuto dividendo per il massimale previsto per i prezzi all'ingrosso (7,70 euro nel 2017, IVA esclusa) il prezzo del pacchetto di servizi di telefonia mobile.
Ad esempio: pagando 40 euro (IVA esclusa) un pacchetto con un volume illimitato di chiamate, SMS e dati, si ha diritto al roaming a tariffa nazionale con chiamate e SMS illimitati e almeno 10,3 GB di dati (2 x (40/7,70 euro) = 10,3)
L' operatore è tenuto a fornirti informazioni chiare su questo monte dati disponibile con il roaming a tariffa nazionale. Se lo superi in modalità roaming il sovrapprezzo corrisponderà al massimale previsto per i prezzi all'ingrosso, vale a dire 7,70 euro per GB di dati nel 2017 (IVA esclusa), 6 euro per GB (IVA esclusa) nel 2018. I massimali caleranno ulteriormente dopo il 2018.

Limiti per i dati: pacchetti nazionali con un volume di dati limitato
Se disponi di un traffico di dati mobili limitato o di tariffe molto convenienti (meno di 3,85 euro per GB nel 2017), l'operatore potrebbe applicare un limite di salvaguardia ("uso corretto") al roaming. Il limite viene calcolato sulla base del prezzo al dettaglio del pacchetto nazionale di servizi mobili, come nel caso dei dati illimitati (vedere sopra). L'operatore è tenuto a informarti preventivamente del limite e ad avvisarti nel caso in cui venga raggiunto. In caso di superamento, puoi continuare il roaming dati, ma l'operatore applicherà un sovrapprezzo, che corrisponderà al massimale previsto per i prezzi all'ingrosso, vale a dire 7,70 euro per GB di dati nel 2017 (IVA esclusa), 6 euro per GB (IVA esclusa) nel 2018. I massimali caleranno ulteriormente dopo il 2018.

Altri contratti
Gli operatori possono anche offrire contratti senza servizi di roaming, oppure appositi contratti alternativi per il roaming con tariffe che esulano dalla normativa sul roaming a tariffa nazionale (ad esempio per i paesi extra UE), ma queste opzioni vanno lasciate alla scelta del cliente. Poiché gli operatori sono liberi di offrire tariffe più basse, ti consigliamo di cercare l'offerta più adatta alle tue esigenze specifiche.

Politica dell'uso corretto: monitoraggio
Nell'ambito della politica sull'uso corretto, il tuo operatore ha la possibilità di monitorare e verificare la tua attività di roaming negli ultimi 4 mesi. Se, nel corso di tale periodo, hai trascorso più tempo all'estero che nel tuo paese eil roaming supera l'uso nazionale , l'operatore può contattarti e chiederti di chiarire la tua situazione. Avrai 14 giorni per farlo. Se continui a trascorrere più tempo all'estero e a ricorrere più al roaming che al traffico nazionale, l'operatore potrebbe iniziare ad applicare un sovrapprezzo al consumo in roaming. I sovrapprezzi sono soggetti ai seguenti massimali (IVA esclusa):
3,2 centesimi al minuto per ogni chiamata vocale effettuata
1 centesimo al minuto per ogni SMS
7,70 euro per GB di dati (nel 2017).
Il massimale per i dati verrà ridotto progressivamente dal 1° gennaio di ogni anno a partire dal 2018 come segue: 6 euro, 4,50 euro, 3,50 euro, 3 euro e 2,50 euro nel 2022. Dopo il 2019 il massimale verrà rivisto a seguito di un'analisi dei mercati all'ingrosso.

Politica dell'uso corretto: lavoratori transfrontalieri
Se vivi in un paese dell'UE, ma lavori in un altro, puoi scegliere un operatore di telefonia mobile di uno dei due paesi ed avvalerti del roaming a tariffa nazionale con una carta SIM del paese in cui vivi o di quello in cui lavori. In entrambi i casi si applica la politica dell'uso corretto, a condizione che almeno una volta al giorno ti colleghi alla rete nazionale, perché varrà come giorno di presenza (anche se il giorno stesso ti rechi all'estero).

Chiamate all'estero dal tuo paese / in roaming al di fuori dell'UE
Le chiamate effettuate dal tuo paese verso un altro paese dell'UE o extra UE non sono considerate in roaming e quindi non rientrano nelle norme sul roaming a tariffa nazionale. Non essendo regolamentati, i prezzi per queste chiamate possono essere elevati.
Il roaming (specie quello di dati) al di fuori dell'UE può essere costoso. Prima di recarti all'estero controlla quindi i prezzi applicati dal tuo operatore per evitare brutte sorprese in bolletta.

Roaming nei viaggi in nave o aereo
Quando viaggi in nave o aereo all'interno dell'UE hai diritto al roaming a tariffa nazionale se sei collegato a una rete terrestre di telefonia mobile. Quando i servizi mobili sono forniti tramite sistemi satellitari, il roaming a tariffa nazionale non si applica più e ti sarà addebitato il costo dei servizi di roaming non regolamentati (nessun massimale tariffario).

Protezione dei dati personali
Il tuo operatore è tenuto a osservare le vigenti norme sulla protezione dei dati personali e può avvalersi dei tuoi dati (di cui già dispone a fini di fatturazione) soltanto per verificare e confrontare la tua attività di roaming con il tuo consumo nazionale.

In caso di problemi: i tuoi diritti di consumatore
Se ritieni che il tuo operatore non abbia rispettato il tuo diritto al roaming a tariffa nazionale e ti abbia addebitato dei servizi in roaming mentre viaggiavi all'interno dell'UE, puoi contattarlo e avvalerti della procedura di reclamo esistente per contestare contestare i costi aggiuntivi.

Se non sei soddisfatto della sua risposta, puoi rivolgerti alle autorità nazionali di regolamentazione competenti (di solito l'ente nazionale di regolamentazione delle telecomunicazioni), che si occuperanno di dirimere la questione.

Fonte: Europa.eu

lunedì 19 giugno 2017

Gestire e curare la relazione con i clienti

Alla luce del fatto che le aziende, esposte on-line, devono far fronte a nuovi rischi informatici, alla violazione di dati e privacy, al furto di proprietà intellettuale e a guasti tecnici, c'è qualcosa di più da fare sul campo relazionale con il cliente.
Oggi la relazione con i clienti è a 360° e cioè significa capire al più non posso le loro difficoltà. E non è una cosa semplice. Eppure nella vasta gamma di quesiti capire i clienti per personalizzare l’offerta sta prendendo nuove strade e nuovi percorsi.
E’ questa la sfida che hanno di fronte le aziende, e per vincere sono chiamate ad aggiornare gli strumenti in uso. Le nuove strade del cambiamento si esprimono con nuovi linguaggi e scegliendo nuovi strumenti per affrontarli.
E’ certo che questo cambiamento è dettato dalla trasformazione digitale e dai continui cambiamenti tecnologici che “aiutano” il benessere lavorativo e personale.

Un esempio: al livello informatico per garantire la sicurezza alle aziende è fondamentale approcciare nella sua totalità i problemi, sapendo individuare le migliori tecnologie, per dare la giusta consulenza globale e gestendo il rischio analizzando le vulnerabilità.
Quello per cui tutti si dovrebbero spendere è per il cliente soddisfatto, questo implica anche che questo è il miglior rappresentante del proprio marchio o brand, il testimonial più credibile e ascoltato dalla sua cerchia di conoscenze. In poche parole è il nostro "pane quotidiano".
Una conquista che viene affrontata giorno dopo giorno.

Non mancano di certo le azioni di marketing e customer care necessarie e programmate per avvicinarsi al cliente, altresì c’è la necessità di dirigersi verso azioni sempre più personalizzate e avvincenti.
Il fulcro di ogni relazione con i propri clienti nuovi e “vecchi” è la seguente: bisogna emozionarli. Il customer experience si dovrebbe basare sull'interazione del rapporto con la gestione delle richieste di cambiamento e innovazione, agendo con affidabilità e precisione sull'intera catena dei valori che il cliente richiede. Significa anche vivere ogni giorno e in prima persona tutte le evoluzioni di ogni progetto e soprattutto fidelizzarlo e aumentare l’appagamento del cliente “fino alla fine”. Ogni cliente vive e si muove in una realtà particolare e ha una sua specifica personalità.

Ogni proposta avanzata deve dimostrare di tenerne conto, facendo tesoro delle esperienze vincenti per riadattarle al nuovo contesto in cui si trova ed adoperare nuove strategie per affrontare “collassi” e nuovi rischi.
Poiché le aziende dovrebbero dotarsi di strumenti in grado di soddisfare le esigenze per coordinare e governare i processi in maniera proporzionata agli attacchi dall'esterno, in ambito informatico, nel tempo, è la qualità che viene apprezzata di più.

Nel mondo del digitale molte aziende hanno accompagnato i propri clienti, che più delle volte sono anch'esse aziende, nel loro percorso di crescita e sviluppo fornendo soluzioni software e hardware per aiutarli a lavorare meglio, in modo efficace ed efficiente. Partendo da una attenta analisi delle loro esigenze di “gestione dati” a delle proposte di "pianificazione delle risorse d'impresa" (ERP) di ultima generazione.

La forza motrice del ciclo azienda- cliente sta nell'approccio di mercato che da un punto di vista funzionale, e lo vediamo nella telefonia e non solo, adotta la necessità di utilizzare nuovi modelli organizzativi e culturali basati sulla collaborazione e la condivisione delle informazioni.
Per esempio per aiutare chi legge a capirne di più sugli aspetti della sicurezza informatica dovrebbe aver chiaro che un’azienda fornitrice di cyber-sicurezza, per fornire alle aziende un supporto adeguato, deve avere alcuni elementi fondamentali da tenere presente: è determinante essere aggiornati sulle normative e sui processi di supporto per poter definire azioni successive. Deve avere grande esperienza sulle tecnologie e una linea di servizi, tra cui la cura del cliente, come valore aggiunto dei servizi professionali erogati. Poi immediatamente dopo ogni azione prende forma di uno o più progetti dove la tecnologia rappresenta uno strumento idoneo, e pertanto in un mercato così ricco di soluzioni è necessario avere una conoscenza approfondita (know-how) delle singole capacità di ogni strumento che le aziende informatiche in questo caso ci propinano.

Nel momento in cui la priorità è quella di instaurare relazioni durature con i clienti, la prima cosa da fare è conoscerli. Non si tratta solo di raccogliere dati e basta, ma di trarne un valore reale e di condividere ogni fase del processo della relazione, per riuscire a prevedere comportamenti ed esigenze future.
Grazie e buone vacanze.

mercoledì 17 maggio 2017

Non c'è più scampo per i cyberbulli!

L'aula della Camera ha dato il via libera definitivo alla proposta di legge contro il cyberbullismo. Il testo ha avuto il voto unanime dell'aula.
La legge opera in contrasto alle forme di cyberbullismo è stata approvata alla quarta lettura dalla Camera dei Deputati con 432 voti a favore e nessun contrario ed è ora legge dello Stato.
Il testo che ha avuto un percorso lungo e accidentato, è passato per tre volte dalle commissioni e le aule di palazzo Madama e di Montecitorio, ha avuto il definitivo lascia passare.

A chi è rivolto? E anzitutto chi è il cyberbullo?

Per la prima volta entra nell’ordinamento italiano una puntuale definizione legislativa di cyberbullismo.  Viene punita in sostanza la diffusione di contenuti online al preciso scopo di isolare il minore mediante un serio abuso, un attacco dannoso o la messa in ridicolo.

Tra le novità del testo di legge c’è la definizione del fenomeno e la possibilità, per il minore anche senza che i genitori lo sappiano, di sollecitare immediatamente il gestore del sito web o social network per l'oscuramento o la rimozione della “aggressione on-line”.

Questa legge va contro il bullismo telematico e identifica il soggetto che vìola con ogni forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, manipolazione, acquisizione o trattamento illecito di dati personali realizzata per via telematica in danno di minori.

Nel caso in cui il gestore ignori l'allarme, la vittima, stavolta con il genitore informato, potrà rivolgersi al Garante per la Privacy che entro quarantotto ore dovrà intervenire.

Il disegno di legge istituisce, tra l'altro, un Tavolo tecnico interministeriale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri con il compito di coordinare i vari interventi e di mettere a punto un Piano integrato contro il bullismo via web.

In caso di ingiuria, diffamazione, minaccia o trattamento illecito di dati personali via web, fino a quando non vi sia una querela o denuncia, il cyberbullo, sulla falsariga di quanto già  è previsto per lo stalking, potrà essere formalmente ammonito dal questore che lo inviterà a non ripetere gli atti vessatori. Insieme al minore sarà convocato anche un genitore. Gli effetti dell'ammonimento cessano al compimento della maggiore età.

In ogni istituto scolastico dovrà essere designato un docente con funzioni di referente per le iniziative contro il cyberbullismo, che collaborerà con le Forze di polizia, le associazioni e con i centri di aggregazione giovanile presenti sul territorio in caso di necessità. Le scuole sono chiamate a elaborare interventi di prevenzione e informazione, con la promozione dell'uso consapevole di internet.

(Di seguito la spiegazione della Onlus, Telefono Azzurro, che da anni lotta contro questo fenomeno.)

Che cos’è il Cyberbullismo?
Internet ha aperto nuove possibilità per tutti noi. L’altra faccia della medaglia è però rappresentata dai rischi legati ad un uso improprio di questo strumento: tra questi c’è il cyberbullismo.

Per i giovani che stanno crescendo a contatto con le nuove tecnologie, la distinzione tra vita online e vita offline è davvero minima. Le attività che i ragazzi svolgono online o attraverso i media tecnologici hanno quindi spesso conseguenze anche nella loro vita reale. Allo stesso modo, le vite online influenzano anche il modo di comportarsi dei ragazzi offline, e questo elemento ha diverse ricadute che devono essere prese in considerazione per comprendere a fondo il cyberbullismo.

Qui trovate le risposte alle domande che più frequentemente ricorrono su questo tema: avrete modo di capirne le cause e gli effetti e cosa fare per aiutare bambini ed adolescenti a mettere in atto comportamenti responsabili, senza essere autori, vittime o coloro che guardano senza reagire.

Si può definire cyberbullismo l’uso delle nuove tecnologie per intimorire, molestare, mettere in imbarazzo, far sentire a disagio o escludere altre persone.
Tutto questo può avvenire utilizzando diverse modalità offerte dai nuovi media. Alcuni di essi sono:
  • Telefonate
  • Messaggi (con o senza immagini)
  • Chat sincrone
  • Social network (per esempio, Facebook)
  • Siti di domande e risposte
  • Siti di giochi online
  • Forum online
Le modalità specifiche con cui i ragazzi realizzano atti di cyberbullismo sono molte. Alcuni esempi sono:
  • pettegolezzi diffusi attraverso messaggi sui cellulari, mail, social network;
  • postando o inoltrando informazioni, immagini o video imbarazzanti (incluse quelle false);
  • rubando l’identità e il profilo di altri, o costruendone di falsi, al fine di mettere in imbarazzo o danneggiare la reputazione della vittima;
  • insultando o deridendo la vittima attraverso messaggi sul cellulare, mail, social network, blog o altri media;
  • facendo minacce fisiche alla vittima attraverso un qualsiasi media.

Queste aggressioni possono far seguito a episodi di bullismo (scolastico o più in generale nei luoghi di aggregazione dei ragazzi) o essere comportamenti solo online.  

martedì 16 maggio 2017

Come riorganizzare le periferie urbane?

Nelle periferie degradate dei paesi e delle città non sembra per niente smorzato il problema della questione sociale. Per questione sociale intendo riferirmi all'estensione dalle disparità sociali. Molto spesso, come accade anche in altre città europee, le aree di esclusione sociale combaciano con i quartieri di edilizia residenziale pubblica.

… “Le città svolgono un ruolo fondamentale nell'attuazione delle politiche dell'UE, compresa la strategia Europa 2020. L'attuale processo di elaborazione delle politiche a livello nazionale e dell'UE non sfrutta sempre pienamente le competenze disponibili a livello di città o non riconosce il ruolo fondamentale che le amministrazioni locali potrebbero rivestire in vista del conseguimento degli obiettivi fissati ad altri livelli di governance.”...

Prima di ogni altra cosa, la causa del degrado è riconducibile alla “spending review” locale, la quale ha indebolito il benessere sociale, ricreando una situazione difficile di gestione amministrativa. I tagli onnicomprensivi passano dai progetti a sfondo culturale, a quelli di riordino degli immigrati richiedenti asilo politico e a quelle spese di fattispecie ordinaria necessarie. Il rischio di scarsa integrazione con strategie più ampie, demoliscono la rispondenza ai processi di sviluppo sul territorio locale.  

Rinnovare le situazioni di ordine sociale non è una questione di poco conto. Visto che ancora oggi, sulla continua stagnazione della crisi del 2008, sembra essersi affievolita parte dell’aggregazione sociale, intrinseca nella cultura familiare italiana. Oggigiorno conformazioni varie di povertà distribuita, vedi caso della zona di Bolognina o San Donato a Bologna,  o i quartieri Spagnoli o Scampia a Napoli, oltrepassano zone limitrofe al vivere civile. Oltremodo in alcune zone della città si enunciano chiare forme di isolamento sociale. Un esempio sono i campi di accoglienza degli immigrati in Sicilia o svariati campi rom limitrofe nella capitale romana.

Far ripartire le periferie, nel loro nuovo contesto urbano, porta a ridefinire ciò che da anni si è cercato di valicare solo a parole. Questa ultima nota di pessimismo è accentuata dai molteplici fallimenti delle precedenti amministrazioni politiche che hanno dimenticato questa questione importante che ricade tassativamente nella nuova luna dell’ “estensione metropolitana”. 
Il concetto principale, che sta alla base della rinascita della periferia, accentua ancor di più l’urgenza dei problemi sociali di circostanza da affrontare. Il soggetto principale che ricopre un ruolo fondamentale in questa “edificazione sociale” è rappresentata dall’Unione europea.

A luglio del 2014 la Commissione europea si è espressa con una “La dimensione urbana delle politiche dell’UE – elementi fondanti di una agenda urbana UE”.

La compattezza sociale diviene proposito chiave della politica urbana dell’Unione Europea.
Come viene riportato sul documento… “La creazione di reti di contatti e gli scambi tra città continueranno ad essere promossi dal programma URBACT di prossima generazione. Lo sviluppo urbano, comunque, non è promosso soltanto dalla politica regionale dell'UE e dai Fondi strutturali. Un numero crescente di politiche settoriali dell'UE è incentrato esplicitamente sulle zone urbane: politica dell'energia, della società dell'informazione, dell'ambiente, dell'istruzione e della cultura, dei trasporti…”

Con il tempo ci si è scordati nella sua essenza della rielaborazione della politica civica urbana. E i progetti di riqualificazione urbana oggigiorno non sono così forti e concreti a sostegno della questione sociale. Nondimeno l’assenza di un’agenda comune nazionale sulle questioni urbane hanno prodotto in Italia generalmente un ammontare di singoli casi che stentano tra di loro a risolvere i casi. Non c’era e forse non c’è una vera visione di lungo periodo.
Qui si vuole sottolineare la divergenza che ha contribuito a diffondere disagio, e in alcuni casi questo disagio si è trasformato anche in qualcos’altro di più pericoloso e grave. Escludendo dal discorso ogni malumore civico verso gruppi etnici sul territorio.

In ogni modo un elemento di definizione e di sostegno nel margine dell’intervento istituzionale l'ha posto la presidenza del consiglio dei ministri che ha stipulato l’anno scorso il  “Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle cittàmetropolitane e dei comuni capoluogo di provincia” con le seguenti risposte alle domande poco chiare che erano saltate fuori dal bando in questione. Sottolineo che non c’è stato un’efficiente presenza delle amministrazioni, con lo scopo di facilitare il pensiero politico su un progetto urbano dell'Unione Europea. Comunque qualcosa per iscritto esiste ma siamo ben lontani.

La scarsa partecipazione, a mio avviso, non ha permesso dei grandi passi avanti. Bisognerebbe riconfigurare i frame mancanti per accelerare la ricerca di punti fissi, di punti sicuri da cui ripartire.

E probabilmente seguendo i passi della Commissione Europea… “Un'agenda urbana UE potrebbe permettere di conseguire numerosi obiettivi. Potrebbe servire ad accrescere la qualità, l'efficienza e l'efficacia delle politiche grazie a un miglior coordinamento delle politiche, dei soggetti e dei livelli di governance e a una migliore comprensione dei contesti di sviluppo urbano in sede di concezione e di attuazione delle politiche. Potrebbe accrescere l'impegno e il senso di partecipazione delle città nel processo di definizione e di realizzazione delle politiche a livello nazionale e dell'UE. Potrebbe rafforzare la capacità delle città di promuovere transizioni e cambiamenti strutturali al fine di garantire economie urbane sostenibili e uno sviluppo sostenibile sotto il profilo territoriale, ambientale e sociale delle zone urbane”

giovedì 11 maggio 2017

Differenza: Liberale o socialdemocratico?

Qual è la differenza tra un liberale e un socialdemocratico?
E, soprattutto, è una differenza formale o sostanziale?

Michael Walzer, filosofo statunitense che si occupa di filosofia politica, sociale e morale, è un socialdemocratico. Il suo distintivo d’onore è la vecchia Volvo che ha guidato per tanti anni (l’auto di seconda mano tradizionalmente associata ai socialdemocratici di mezz'età).

Sidney Morgenbesser, anch'egli filosofo e professore alla Columbia University, un maestro in questo tipo di indovinelli, provò a rispondere alla domanda con una celebre battuta: il liberale è disposto a chiedere ai più ricchi per dare ai poveri, ma si identifica in quella categoria di cittadini a cui non va chiesto né dato nulla; il socialdemocratico è disposto a dare qualcosa anche di suo.

Rispetto ai liberali, i socialdemocratici hanno molto più a cuore la distribuzione del reddito. Ai loro occhi, non basta chiedere ai ricchi per dare ai poveri: occorre applicare il principio di equità a tutte le fasce di reddito.

Cito un’altra battuta (di cui però ignoro l’autore): il socialdemocratico è un socialista che è sceso a compromessi con la realtà, il liberale è un anarchico sceso agli stessi compromessi con la realtà.

I liberali sono passati dalla difesa del libero scambio per affrancarsi dal giogo del protezionismo di ottocentesca memoria alla promozione dell’intervento del governo nel mercato. 
Al contempo, i socialdemocratici sono passati dall'ideale della proprietà pubblica dei mezzi di produzione a un’economia mista di imprese private e pubbliche nella cornice di uno Stato sociale.
Quanti biasimano le versioni annacquate delle due ideologie non dovrebbero dimenticare che il cambiamento è stato dettato da una nobile causa: gli uni e gli altri erano disposti a conquistare il potere solo con mezzi democratici. 
La democrazia parlamentare richiede continui compromessi, i quali tendono a stemperare i messaggi e ad attenuare le differenze.
Ma il rapporto tra liberalismo e democrazia non è complementare, come quello tra latte e caffè. Il liberalismo è in tensione con la concezione popolare della democrazia.


Il liberalismo pone l’accento sui diritti individuali (civili e umani), soprattutto in contrapposizione allo Stato. 
In quasi tutte le nazioni, a eccezione forse dei Paesi scandinavi e dell’Olanda, l’interesse per tali diritti è circoscritto alle élite culturali e rimane estraneo a quanti concepiscono la democrazia come governo della maggioranza e sistema per cambiare l’esecutivo senza ricorrere alla violenza.
Neppure la socialdemocrazia è frutto di un connubio perfetto: si è dovuta scontrare con i rivoluzionari scettici riguardo alla possibilità di realizzare un cambiamento strutturale solo con mezzi democratici. Eppure, tanto i liberali quanto i socialdemocratici sono fedeli alla democrazia, con le sue continue esigenze di compromesso. E per questo meritano rispetto e ammirazione.

In realtà, i partiti democratici dovrebbero essere giudicati non in base ai loro programmi, ma per la qualità dei loro compromessi. È importante passare al vaglio non tanto i loro ideali, quanto le loro effettive soluzioni. 
Il liberalismo e la socialdemocrazia ormai condividono più o meno gli stessi valori. 

La differenza sta nell'importanza relativa che attribuiscono a tali valori e, di conseguenza, nel tipo di compromessi che sono disposti ad accettare: per i socialdemocratici i diritti dei lavoratori vengono prima di quelli dei gay, per i liberali vale il contrario.
Vorrei mettere in luce alcuni presupposti fondamentali della distinzione tra il prototipo del liberale e quello del socialdemocratico, così come evidenziata da Michael Walzer negli articoli pubblicati su Dissent Magazine e nei suoi saggi.

Partiamo dalla discrepanza tra la concezione socialdemocratica e quella conservatrice della psicologia umana. Solo in un secondo momento prenderò in considerazione la prospettiva liberale. I conservatori attribuiscono grande importanza ai tratti caratteriali, e in particolare ad attitudini come il coraggio e la pigrizia.
I liberali sono convinti che tali caratteristiche rappresentino validi indicatori del comportamento umano: l’individuo coraggioso darà prova di audacia, in battaglia così come nella società civile; il fannullone si sottrarrà ai suoi doveri e vivrà del denaro pubblico, se ci saranno degli stupidi a procurarglielo.
I conservatori ci mettono bene in guardia dal chiudere un occhio sulle cattive propensioni, che a loro giudizio fanno parte della natura umana. Gli individui possono essere tenuti sotto controllo solo con una rigorosa disciplina, che infonda in loro un forte senso di dovere e responsabilità.

I socialdemocratici sono di diverso avviso. Per capire le propensioni di un individuo occorre considerare la situazione in cui si trova, non la sua indole caratteriale.
Le probabilità che si comporti da buon samaritano di fronte a una persona in stato di bisogno dipendono non tanto dal suo carattere, quanto dagli eventuali altri impegni che deve affrontare in quel momento.
I socialdemocratici sono dunque scettici riguardo alla possibilità di plasmare il carattere degli individui. Ma credono fermamente nell'importanza delle istituzioni e di un ambiente vivibile in cui tutti possano comportarsi in modo “decente”.
Per esempio a Stoccolma e a Oslo la gente rispetta la fila per salire sull'autobus, al Cairo e a Calcutta no. E non perché gli scandinavi abbiano un carattere migliore; il punto è che vantano servizi di trasporto pubblico più efficienti. I conservatori accusano i socialdemocratici di non considerare i cittadini responsabili delle loro azioni. I socialdemocratici, dal canto loro, accusano i conservatori di attribuire ai cittadini colpe non loro.

Qual è la collocazione dei liberali nell'asse carattere-ambiente?
Gli esponenti del liberalismo classico, come Wilhelm von Humboldt, promossero l’ideale della Bildung (formazione), della formazione del carattere in un percorso di autoeducazione; erano contrari a uno Stato impegnato in quel ruolo.
Il liberale contesta la pretesa, da parte dei conservatori, di plasmare il carattere degli individui, ma guarda con sospetto anche al paternalismo dei socialdemocratici e al proposito di intervenire sull'ambiente sociale.

I socialdemocratici più avveduti, come Walzer, non credono che la “buona vita” sia un’idea oggettiva, né che si riduca a una questione di desiderio o appagamento soggettivo. Quel che rende buona la vita umana è inter-soggettivo: è determinato non individualmente ma socialmente. Società o – per essere più precisi – culture diverse possono avere concezioni radicalmente diverse del bene.
Nelle parole di Walzer, “la giustizia ha le sue radici in quelle specifiche concezioni delle posizioni sociali, degli onori, dei lavori e di tutti i generi di cose che costituiscono una forma di vita condivisa. Calpestare queste concezioni significa sempre agire ingiustamente”.

In quest’ottica, il socialdemocratico è disposto ad accettare l’idea che culture diverse possano avere concezioni diverse del bene, ma non radicalmente diverse.
Il liberalismo e la socialdemocrazia sono due ideologie di pace. Non intendo dire che siano ideologie pacifiste (anche se non è una possibilità da escludere).
Il punto è che sono concepite solo ed esclusivamente per tempi di pace.
Viceversa, il fascismo, il comunismo rivoluzionario e il neo-conservatorismo sono tutte ideologie di guerra. Un’ideologia di guerra non richiede necessariamente uno Stato governato da guerrafondai. Mussolini era un fascista temerario, mentre Franco si muoveva con prudenza. A fare la differenza non è il carattere del leader, ma quello dell’ideologia; per un’ideologia di guerra, lo scontro violento (o la minaccia di innescarlo) è qualcosa di essenziale.

Tra i socialdemocratici, Michael Walzer è forse l’unico ad aver affrontato la questione della guerra sul piano dei principi. I partiti socialdemocratici hanno dovuto spesso fare i conti con l’azione bellica, ma in circostanze del tutto eccezionali, e di solito senza successo. Quando erano lontani dal potere, venivano attaccati sul piano morale dalla destra, che ha sempre messo in dubbio il loro patriottismo. Una volta saliti al governo, sono passati all’eccesso opposto, rifacendosi a un nazionalismo aggressivo.
Guy Mollet, per esempio, nominato Primo ministro francese alla fine degli anni Cinquanta, intraprese la sua carriera politica da convinto anticolonialista.
Ma fu traumatizzato dai manifestanti di destra che in Algeria lo ricoprirono di pomodori marci, accusandolo di complicità con il nemico. A quel punto Mollet diede inizio a una “campagna di pacificazione” nella colonia francese che sfociò in una guerra a tutti gli effetti, tra le più dure e violente del Ventesimo secolo.

Walzer non è l’artefice della teoria della guerra giusta; il problema era già stato affrontato da una lunga serie di importanti autori cattolici. Ma è stato l’unico a impostare il dibattito in chiave laica e contemporanea.

La teoria “walzeriana” della guerra giusta può essere utile tanto ai liberali quanto ai socialdemocratici. Walzer pone le due dottrine di fronte alla necessità di pronunciarsi sulla legittimazione morale della guerra. E lo fa passando al vaglio tutti gli interventi militari statunitensi dalla Guerra del Vietnam in poi.
La sua è una prospettiva internazionalista più che cosmopolita.
Walzer parte dal presupposto che la realtà del mondo sia quella degli Stati-nazione, senza possibilità di appellarsi ad autorità politiche superiori. E questo, a mio giudizio, è perfettamente in linea con l’approccio dei socialdemocratici in generale.
Come lui stesso fa notare, i socialdemocratici prendono i confini nazionali molto sul serio; non solo perché l’azione politica si svolge per lo più al loro interno, ma anche perché solitamente delimitano la portata della solidarietà effettiva.
La solidarietà espressiva può superare i confini nazionali, mentre quella effettiva – caratterizzata cioè da un concreto impegno ad agire – non lo fa quasi mai. La solidarietà effettiva può determinare un’azione collettiva, quella espressiva solo un sentimento collettivo. Svariate organizzazioni non governative, come Medici Senza Frontiere (MSF), si impegnano concretamente per cause nobili, ma sono una goccia nel mare dell’indifferenza.
Agli occhi dei socialdemocratici, la solidarietà è un fine umanamente importante in sé e per sé, ma anche un mezzo indispensabile per affermare la giustizia sociale.
Agli occhi dei liberali, non è la solidarietà ma il contratto sociale a tenere unita la società.
I socialdemocratici fanno affidamento su due tipi di solidarietà: la solidarietà di classe e quella nazionale, ovvero sulla loro combinazione.
Nelle società capitalistiche avanzate, tuttavia, la solidarietà di classe è ormai ininfluente. La classe operaia industriale, su cui i socialdemocratici hanno sempre contato per realizzare un cambiamento sociale, si è notevolmente rimpicciolita.
Tutto ciò ha contribuito ad attenuare le differenze tra liberali e socialdemocratici. L’universo della “classe media” comprende praticamente chiunque abbia un reddito fisso, una famiglia stabile e aspirazioni borghesi per i propri figli. Ed è diventato il bacino di riferimento di entrambe le ideologie.

Walzer prende la solidarietà molto sul serio, ma non solo per le ragioni già citate. Lo fa perché considera altrettanto seriamente la realtà, o la possibilità, della guerra. Le guerre nazionali richiedono un sentimento di solidarietà; i contratti hanno valore solo per i mercenari. E la difesa dello Stato comporta enormi sacrifici: dal punto di vista fisico, ma soprattutto sul piano umano. La solidarietà è un importante fattore motivazionale, mentre i contratti si riducono a un semplice calcolo.

L’idea di una giustizia sociale limitata ai confini nazionali solleva quella che è probabilmente la questione più importante nell’attuale agenda politica internazionale, ossia la sfida dell’immigrazione.
I poveri della Norvegia sono ricchi in confronto alla maggior parte della popolazione dell’Africa rurale, dell’Asia o dell’America Latina. Il fatto di essere norvegesi è di per sé una garanzia di successo. I socialdemocratici norvegesi hanno giustamente a cuore la giustizia distributiva. Ma il loro interesse è comunque circoscritto a un club di privilegiati. A quanto pare, la vera questione non è come distribuire il reddito, ma come, e se, concedere visti d’ingresso.

In Sfere di Giustizia, Walzer è stato probabilmente il primo filosofo a rilevare l’incongruenza tra l’interesse per la giustizia distributiva in una data società e il disinteresse rispetto a chi potrebbe o dovrebbe entrare a far parte di quella società.
Il fenomeno dell’immigrazione pone i socialdemocratici di fronte a un dilemma. Essi intendono difendere le conquiste dei lavoratori e dei loro sindacati. Per farlo, tuttavia, di solito ricorrono a politiche fiscali e di immigrazione protezionistiche. È qui che liberali e socialdemocratici seguono strategie diverse.
I primi adottano politiche più permissive in materia di immigrazione, ma sono meno attenti alla sorte degli immigrati una volta che hanno varcato i confini del loro paese; i secondi fanno l’opposto.

Anche laddove non si pongono il problema della guerra giusta, liberali e socialdemocratici hanno a cuore la condizione umana (sia effettiva sia ideale) nelle società capitalistiche avanzate.
Il capitalismo è un’etichetta di comodo applicata a una realtà che è molto più complessa. Il sistema capitalistico è associato a un particolare tipo di società, definito “borghese” da Karl Marx e Max Weber.
Il liberalismo classico mirava a un’economia di libero scambio, non soggetta a vincoli protezionistici. Il liberalismo dei giorni nostri presta molta più attenzione alla natura della società capitalistica. L’interesse non si concentra più sul libero scambio, ma sulla libertà di espressione, sui matrimoni gay e altri diritti civili.

Il liberale e il socialdemocratico hanno una posizione diversa rispetto al capitalismo.
Il primo considera il mercato uno strumento fondamentale per mettere in relazione domanda e offerta, e attribuisce un enorme valore al libero scambio.
Il secondo ha un atteggiamento molto più ambivalente. Ai suoi occhi il mercato è un po’ quello che la democrazia era per Winston Churchill: il sistema peggiore, eccetto tutti quelli già sperimentati. Per il socialdemocratico, la politica deve cercare di correggere gli aspetti più iniqui e vergognosi del capitalismo.

Tale differenza si manifesta nel modo in cui le due ideologie rispondono alle tre domande fondamentali dell’economia:
  • cosa produrre?
  • in che modo produrre?
  • e come distribuire i prodotti?

Nel sistema capitalistico, la risposta dipende da quanto sono liberi i prezzi del mercato. È il “quanto” che fa la differenza.
I liberali invocano una limitazione delle regolamentazioni e dell’intervento da parte di soggetti esterni, primo tra tutti il governo.
I socialdemocratici, dal canto loro, sono pronti a intervenire sulla distribuzione del reddito e della ricchezza.
Walzer giudica la distribuzione di un bene giusta o ingiusta solamente in base al significato di quel bene in una determinata società. I criteri in base ai quali si riconosce prestigio, per esempio, in una società di eruditi (come quella vagheggiata dagli ebraici ultraortodossi) o in una società di guerrieri sono molto diversi. Le due società, infatti, concepiscono diversamente ciò che merita prestigio.

Per spiegare le mie perplessità al riguardo, ricorro all’aiuto di un altro esempio. Pensiamo a una società che attribuisce un grande valore alla classe dei guerrieri, come la Prussia del XIX secolo, con la sua élite degli Junker, una casta rigorosamente aristocratica. Le barriere all’accesso alla classe degli Junker vanno considerate un problema di giustizia? In fondo, i suoi membri morivano anche giovanissimi nelle interminabili battaglie, e, nonostante la pompa e il prestigio, venivano sepolti sotto tetre e pesanti lapidi. Quale che fosse la considerazione del guerriero nello Stato prussiano, ritrovarsi a marciare verso il fronte non era poi una grande fortuna. Gli Junker erano anche grandi proprietari terrieri, ma questo meriterebbe un discorso a parte.
In ogni caso, il principio affermato da Walzer, prestare attenzione al significato intrinseco di ogni bene della società che si vuole trasformare, è una buona norma generale per una politica tesa a conseguire un’effettiva giustizia sociale. Ed è proprio questa, in fondo, la cosa che più sta a cuore ai socialdemocratici.

La tesi “walzeriana” secondo cui beni diversi devono essere distribuiti per ragioni diverse è di fondamentale importanza. Il servizio sanitario e la pubblica amministrazione svolgono due funzioni ben distinte. Le disparità di reddito non dovrebbero incidere sulla distribuzione di servizi come la sanità e l’istruzione. La giustizia del socialdemocratico è sostanziale, non formale (quest’ultima sta più a cuore al liberale).

Come si ricollega tutto ciò al divario tra socialdemocratici e liberali?
I liberali concepiscono la giustizia sociale come il raggiungimento di un corretto equilibrio tra uguaglianza e libertà individuale, con la libertà come valore prioritario.
Di qui la forte enfasi sul diritto degli individui di fare quel che desiderano, purché non rechino danno agli altri.
Ai socialdemocratici, eredi della tradizione socialista, interessa non tanto il diritto di fare quel che si vuole, ma la possibilità di accedere alle risorse per fare (legittimamente) quel che si vuole. Accedere a tali risorse significa, nell'ottica socialdemocratica, accedere alla libertà.

È sbagliato pensare che la differenza tra il socialdemocratico e il liberale stia nel fatto che il primo tiene soprattutto all'uguaglianza mentre il secondo privilegia la libertà. Entrambi mettono al primo posto la libertà, ma per il socialdemocratico quel che conta è la libertà sostanziale, e l’uguaglianza è uno strumento indispensabile per raggiungerla.
Jean Jaurès, padre e martire della socialdemocrazia, esortava a prendere dall'altare degli avi non le ceneri, ma la fiamma. Michael Walzer ha raccolto il testimone di quella gloriosa tradizione. La speranza è che dalla sua fiaccola scaturisca la scintilla di una nuova socialdemocrazia.

Di Avishai Margalit 

(Traduzione di Enrico Del Sero)

Avishai Margalit è Professore emerito di Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme. Il suo ultimo libro, Sporchi compromessi (Il Mulino 2011), è stato premiato nel 2012 dall’Istituto di ricerca filosofica di Hannover (FIPH). L’autore desidera ringraziare Nancy Rosenblum per la preziosa collaborazione.

Fonte: reset.it

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