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martedì 15 giugno 2010

Spifferi, correnti e preferenze G.Sartori

Faccio sempre fatica, confesso, a seguire la mobilità mentale del Cavaliere. D’un tratto scopre che le correnti sono la «metastasi », il cancro dei partiti. Ma di che si preoccupa? Lui non ha mai avuto un partito che si dichiarasse partito. Il Nostro esordì con Forza Italia (esortazione sportiva per le gare all’estero) e poi inventò il Pdl, che vuol dire «popolo » (non partito) della libertà. Un po’ è che un partito vero Berlusconi non l’ha mai costruito né fatto funzionare (in Germania sarebbe da sempre fuori legge, proibito). Ma è soprattutto che i sondaggisti gli hanno spiegato che la parola partito è impopolare. Per la verità anche la sinistra si è buttata per un po’ sulla botanica (la Quercia, l’Ulivo, la Margherita); ma un sussulto di dignità l’ha riportata a chiamare partito quel che partito è.
Ora ci risiamo con le cosiddette «correnti» interne di partito. Il nome viene proibito. Ma la cosa? In latino la parola che precede «partito» è stata per secoli «fazione». Poi la fazione è man mano diventata una componente interna del partito. In inglese si dice ancora faction, i tedeschi dicono Fraktion. I più melliflui democristiani hanno dolcificato fazione in «corrente ». Ma come si fa ad adoperare ancora una parola che ci compromette con un bieco passato? Io stavo meditando di proporre «spiffero». Purtroppo gli eventi mi hanno scavalcato. La sinistra ha scoperto le «fondazioni» — e quasi ogni leader ha la sua — mentre Berlusconi per una volta tanto era impreparato. Siccome sinora ha avuto un aggregato di genuflessi convocati solo per applaudirlo, ha soltanto potuto decretare, su due piedi, che non solo le correnti in casa sua sono proibite, ma che fanno male alla salute. Ma il problema per gli italiani non è questo. Forse sanno che un partito, qualsiasi vero partito, è sempre suddiviso in correnti, «spifferi», o come i sondaggisti vorranno che si dica. Né è affatto male che sia così. Il problema non è, diciamo, di pluralismo interno ma è la virulenza, slealtà e scorrettezza (o meno) con la quale si dispiega. Però il problema che oggi gli italiani più sentono è quello delle preferenze: il fatto che l’elettore non può «preferire» sulla scheda chi preferisce. A loro sentire questa è una gravissima lesione dei loro diritti.
Ora, è vero che nel proporre i candidati i partiti sostanzialmente li impongono ai loro elettori. Resta però il fatto che fino al 1991 noi le preferenze multiple (tre o quattro) le abbiamo avute, e che un referendum Segni-Pannella le ha cancellate (lasciandone una sola) il 9 giugno 1991 con una travolgente maggioranza del 96 per cento dei votanti. E anche la residua preferenza unica venne poco dopo cassata a furor di popolo.
Allora a che gioco giochiamo? Prima le preferenze le aboliamo, ora ci sembrano un salvatutto. Io, a suo tempo, votai contro la proposta referendaria per le preferenze multiple. E torno a spiegare perché, visto che il tema delle preferenze è collegato al tema delle «correnti» che Berlusconi proibisce. Occulti o palesi che siano, qualsiasi organizzazione si organizza in sottogruppi di potere che ambiscono al potere. Io favorivo, quando c’erano, le preferenze multiple perché consentivano accordi tra «cordate» di aspiranti atte a pacificarle. Ridurre la preferenza a una sola aggrava, invece, il cannibalismo tra le correnti. Ciò ricordato (nessuno sembra ricordarsene) mi chiedo se saremo mai coerenti e contenti.

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