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giovedì 17 febbraio 2011

Fenomenologia democratica della Rivoluzione Francese


All'interno delle dinamiche politiche della Rivoluzione Francese non solo è possibile scorgere in nuce le radici del dibattito politico successivo, specialmente per quanto riguarda la dialettica democratici vs. liberali, ma anche molti meccanismi che, con le loro giustificazioni teoriche, rappresentano il modello più immediato per la successiva elaborazione delle procedure democratiche contemporanee; allo stesso tempo, tuttavia, proprio taluni eccessi presenti nella rivoluzione hanno portato a ripensare quei presupposti teorici, opponendoli criticamente a modelli di partecipazione politica diversi.

Prima degli Stati Generali

La situazione delle finanze francesi negli anni immediatamente precedenti alla Rivoluzione è disastrosa. Si impone l'esigenza di una riforma fiscale che intervenga contro gli antichi privilegi detenuti di primi due stati. Un'operazione del genere è tuttavia portatrice di gravi implicazioni politiche, che portano al malcontento dell'aristocrazia e alla richiesta, da parte dei parlamenti locali (che in questo si rivelano conservatori), che il re convochi gli Stati Generali: sono infatti questi l'unico organo dotato di autorevolezza legittima sufficiente alla promulgazione della riforma fiscale auspicata dai vari ministri delle finanze succedutisi durante la crisi degli anni '87-'88.
La convocazione degli Stati Generali non è tuttavia un fatto pacifico: ad essa si oppongono in un primo tempo il re e i funzionari a lui vicini, soprattutto i ministri delle finanze, i quali temono il confronto politico con i propri oppositori appartenenti ai ceti privilegiati.
Il problema del conflitto tra ceti privilegiati e governo sottende in realtà una questione più ampia, di natura che si potrebbe definire con buona approssimazione costituzionale: i parlamenti locali e soprattutto quello parigino, che interveniva (anche se con un poter reale praticamente nullo) sulle delibere del sovrano, si sentono sempre più rappresentanti della nazione francese nel suo complesso.
Allo stesso tempo si infittiscono i documenti in cui i sudditi rivendicano per sé lo statuto di cittadini: si percepisce insomma sempre più l'esigenza di un contratto che vincoli il sovrano al paese e alle sue leggi, in modo tale che i Francesi non siano più sottoposti all'arbitrio di un potere assoluto, ma divengano soggetto politico rilevante.

Si tratta evidentemente di rivendicazioni che si muovono sulla falsariga della tradizione contrattualistica moderna, ma che hanno nella loro oggettivazione storica un carattere tutto sommato originale, dal momento che contemporaneamente alla loro espressione si assiste a una crescita dell'importanza politica dei ceti non privilegiati, fino a quel momento esclusi dalla possibilità di partecipare al dibattito politico: in un contesto del genere, la rivendicazione della cittadinanza attiva di cui si è detto sopra si trasformava, nell'immaginario collettivo del Terzo Stato, in un'insperata prospettiva nella quale tutti avrebbero potuto rappresentare ed essere rappresentati nelle istituzioni politiche del paese, condizionando le attività del governo.
Non è inutile sottolineare come tale coinvolgimento del Terzo Stato sia assolutamente strumentale alla tutela degli interessi dell'una o dell'altra parte: all'interno degli Stati Generali il supporto dei rappresentanti dei ceti non privilegiati poteva essere vitale per far prevalere le istanze del governo piuttosto che quelle dell'aristocrazia.
Resta però il fatto indiscusso del nuovo modo con cui il Terzo Stato è chiamato in causa: per la prima volta si fa riferimento ad esso come ad un soggetto politico autonomo e significativo, consapevole, almeno nei suoi strati più ricchi e acculturati, del proprio peso economico e, quel che più conta, della propria rilevanza nel computo delle entrate fiscali dello Stato.

E' chiaro allora come, nonostante il carattere strumentale della convocazione degli Stati Generali e del nuovo ruolo che qui è assunto dai non privilegiati, prima del 1789 tutto questo creasse forti aspettative non solo in senso liberale, ma anche, sebbene inconsciamente, in senso democratico.

Gli Stati Generali: fase preparatoria

Le aspettative del Terzo Stato sono testimoniate dalle due esplicite rivendicazioni che esso rivendica relativamente alla composizione e alle modalità di lavoro dell'assemblea convocata per il maggio '89:

* Raddoppio dei membri rappresentanti del Terzo Stato, nonostante l'opposizione dell'alto clero e della nobiltà, che vedevano così a rischio i propri privilegi a causa dell'inedita alleanza re+ceti non privilegiati;
* Carattere assembleare dei lavori (tutti e tre gli Stati si riuniscono a discutere in seduta comune) e conseguente introduzione del voto per testa (a ogni deputato un voto).

Si tratta di misure senza dubbio significative, in quanto introducono nella prassi politica delle procedure squisitamente democratiche il cui valore sarà tuttavia pienamente riconosciuto solo in fasi successive della Rivoluzione.
Il primo punto sancisce infatti, per quanto in modo incompleto, il principio della proporzionalità numerica tra rappresentanti e rappresentati: certo la distanza tra Terzo Stato e aristocrazia o clero è ancora notevole, tant'è che per designare i propri rappresentanti questi ultimi procedono per designazione diretta, mentre i deputati dei ceti non privilegiati provengono da un complesso meccanismo elettorale strutturato in più fasi, corrispondenti a diversi livelli locali (parrocchia e circoscrizione nelle campagne, quartiere o corporazione, città e circoscrizione nei centri urbani).
Il secondo punto rappresenta invece un precedente significativo, per quanto strettamente strumentale, per la successiva elaborazione teorica del suffragio universale. Nella fattispecie delle elezioni dei rappresentanti del Terzo Stato il suffragio è ancora ristretto, sebbene estremamente ampio per l'epoca: possono votare ed essere eletti tutti i sudditi di età superiore ai 25 anni, con domicilio fisso e iscrizione nei ruoli delle imposte (dotati dunque di un certo reddito).
Sono quindi sostanzialmente due i prodotti degli Stati Generali nella loro fase preparatoria: da un lato l'esemplificazione involontaria di pratiche democratiche, con tutto il loro portato operativo (la stessa definizione dei collegi elettorali sarà recuperata con l'introduzione del suffragio universale), dall'altro la formazione politica del Terzo Stato.
Non bisogna infatti dimenticare che una delle caratteristiche fondamentali dei regimi democratici sia antichi sia moderni (anzi, secondo alcuni uno dei caratteri distintivi della modernizzazione) è la diffusione del dibattito politico a tutti i livelli, sia nelle sedi istituzionali, sia all'interno di gruppi organizzati, sia in privato.
In corrispondenza delle elezioni dei rappresentanti del Terzo Stato si era infatti intensificato il confronto su temi di attualità politica e sociale, attraverso le assemblee (noi le chiameremmo tribune elettorali) dei candidati, ma anche con la formazione di gruppi di opinione - i cosiddetti clubs - tra cui spicca la Società dei Trenta, alla base del nascente partito patriota di orientamento liberale e riformista.

Gli Stati Generali e la costituzione della Assemblea Nazionale

In conformità con le pressioni avanzate dal Terzo Stato nei mesi antecedenti all'apertura dei lavori, gli Stati Generali si trovano ad affrontare anzitutto la spinosissima questione delle modalità con cui l'assemblea si deve riunire e deliberare.
Il Terzo Stato chiede infatti la riunione in seduta congiunta delle assemblee dei tre Stati con lo scopo manifesto di verificare i mandati dei delegati, ma in realtà per ottenere, quale automatica conseguenza, la concessione del voto per testa. Ovviamente i ceti privilegiati non accettano la proposta, ma il basso clero si coalizza in questa occasione con il Terzo Stato: nonostante la bocciatura del provvedimento, quindi, i non privilegiati decidono comunque di riunirsi per verificare i mandati, assieme a alcuni delegati del basso clero.

Si tratta di un passo significativo, in quanto equivale all'affermazione dell'irrinunciabilità di uno dei fondamenti del sistema democratico: il voto per testa è percepito sempre più come un diritto fondamentale dell'individuo inserito nella comunità politica.
A partire da questa scissione si costituisce l'Assemblea Nazionale, cui aderiscono in breve tutti quanti i delegati del clero. Il re, tuttavia, sospende i lavori della neonata assemblea, affermando la propria sovranità assoluta. Il problema che si pone allora agli occhi dei delegati è un altro: si tratta di definire un limite alla sovranità della corona, cosicché essa non possa ingerire nei lavori di rappresentanti eletti dal popolo.
E' evidente allora come a questo punto il problema squisitamente costituzionale di limitare l'arbitro del sovrano, già noto e dibattuto da pensatori anteriori alla Rivoluzione, si saldi nelle circostanze storiche alla questione del ruolo del popolo e dei suoi rappresentanti: se nella teoria democratica la sovranità appartiene al popolo, gli eventi dimostrano il conflitto tra quest'ultima e la sovranità del re.
E' inoltre rilevante lo stesso nome che i delegati che danno vita all'Assemblea danno alla loro iniziativa: la loro riunione coinvolge, a livello programmatico, quelli che sono ritenuti i legittimi rappresentanti della Francia e del suo popolo, per cui l'Assemblea può giustamente definirsi Nazionale.

Naturalmente non è ancora possibile parlare di rivendicazioni democratiche in senso proprio per questa fase della Rivoluzione, dal momento che la richiesta esplicitamente e consensualmente avanzata non è quella della sovranità popolare, bensì quella, ridimensionata, di un controllo sul potere del re sul modello della monarchia parlamentare inglese.
Saranno viceversa i fatti rivoluzionari a premere nel senso di una democrazia sostanziale e radicale, anticipando nella loro anche brutale concretezza storica teorizzazioni e progetti costituzionali: non a caso la Costituzione dell'anno II, elaborata dietro la pressione delle masse urbane, non verrà mai di fatto applicata, in quanto sostituita, nella degenerazione del processo rivoluzionario, da una legislazione eccezionale che, se non esplicitamente antidemocratica (rispetto alle poche elaborazioni teoriche precedenti), limita tuttavia fortemente la libertà individuale dei cittadini.

L'Assemblea Nazionale Costituente

Con il giuramento della pallacorda del 20 giugno 1789, l'Assemblea Nazionale si ripromette di non dividersi prima di aver dato una costituzione alla Francia. Di fronte alla caparbietà dei delegati, che non cedono di fronte alle intimidazioni della corona, il re obbliga anche la nobiltà a associarsi all'Assemblea, che resta così Nazionale, ma diviene istituzionalmente Costituente.

La Comune di Parigi

Un interessante esperimento politico della Rivoluzione è la creazione di strutture democratiche locali, destinate al governo delle città e soprattutto a coordinare la resistenza alle iniziative repressive ordinate dal re contro le rivolte popolari che si moltiplicano nelle città e soprattutto a Parigi, dove culminano nella celeberrima presa della Bastiglia (14 luglio).

La Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino

I principi elaborati dall'Assemblea Nazionale Costituente, che risultano evidentemente modellati sulla falsariga della Dichiarazione di indipendenza americana, affermano innanzitutto l'esistenza di diritti inalienabili, naturali e sacri di cui gli uomini sono titolari dal momento della nascita e rispetto ai quali sono da ritenersi uguali.
Le conseguenze di questa tesi che hanno più immediatamente una ricaduta nella teorizzazione democratica e nelle stesse vicende rivoluzionarie sono sostanzialmente due, strettamente correlate tra di loro:

* Se tutti hanno uguali diritti, analogamente a tutti appartiene la facoltà di partecipare alla gestione degli affari pubblici: per andare a costituire il corpo sovrano o il legislativo non sono quindi necessarie competenze particolari, così come non si deve essere necessariamente illuminati dalla scienza di pochi eletti . Il diritto di fare le leggi appartiene dunque al popolo come nazione.
* Le leggi che scaturiscono da simili principi non possono che essere allora espressione della volontà generale.

E' evidente la matrice rousseauiana di queste teorie, in particolare per quanto concerne l'affermazione dell'eguaglianza a partire dai diritti inalienabili del singolo e la consacrazione della volontà generale: il potere legislativo non appartiene ai cittadini in se stessi, cioè come individui isolati: diversamente e in contrapposizione con i loro diritti naturali, essi acquisiscono il diritto di fare le leggi solo come corpo unitario, dove l'individualità tende a dissolversi in quella che i redattori della Dichiarazione chiamano la Nazione.
Una conseguenza elementare dell'attribuzione della sovranità al popolo nel suo complesso, così come del riconoscimento al singolo individuo di diritti inalienabili, è l'attribuzione di una funzione nuova alo Stato: esso, in quanto associazione umana, deve conservare i diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo; in altre parole, lo Stato deve tutelare l'eguaglianza, la libertà, la proprietà privata, la sicurezza e la resistenza all'oppressione.
E' interessante notare come i redattori della Dichiarazione non si siano posti più di tanto il problema della compatibilità tra i diversi diritti di cui l'uomo era portatore: ad esempio, non sembra che sia rilevata alcuna frizione tra il diritto alla proprietà privata, definito addirittura sacro e inviolabile, e quello all'eguaglianza.
Analogamente, il diritto alla resistenza all'oppressione, che di fatto rappresenta la giustificazione stessa dell'azione rivoluzionaria, viene interpretato esclusivamente come resistenza allo stato dei fatti precedente alla Rivoluzione o tutt'al più nel senso di una legittima difesa di fronte ad attacchi mossi dall'esterno contro la Francia e, come accadrà, contro i principi ispiratori del nuovo ordinamento sociale e politico.
Per spiegare queste apparenti aporie possono essere addotte due ipotesi:

* Non vi è contraddizione, nella Dichiarazione, tra proprietà privata e eguaglianza nella misura in cui quest'ultimo principio è formulato, al di là delle sue successive elaborazioni legislative, pressochè esclusivamente in senso formale: eguaglianza è anzitutto isonomia, equivalenza di fronte alla legge e ai suoi ministri, così come equivalenza delle leggi per tutti i cittadini. Da questo punto di vista la Dichiarazione sembra subire l'influsso di due schemi del pensiero politico moderno tra loro non perfettamente compatibili:

1. Rousseau sostiene la necessità di leggi universalmente valide, in quanto per sua natura la legge, scaturita dalla volontà generale, per essere veramente efficace all'interno dei parametri del Contratto Sociale deve avere oggetto generale;
2. La nascita dello Stato come organo preposto alla tutela del diritto alla proprietà privata e l'interpretazione dell'eguaglianza esclusivamente in senso formale sono tesi sviluppate nella riflessione politica moderna inglese, in particolare da Locke; d'altro canto, anche dal punto di vista storico lo stato moderno si sviluppa a partire dall'esigenza inedita di superare la frammentazione giuridica del vecchio sistema feudale e di tutelare la proprietà privata della nascente borghesia di fronte alla rapacità fiscale dell'obsoleta e parassita classe dirigente del vecchio sistema.

Evidentemente la borghesia francese di fine Settecento era partecipe di problemi analoghi a quelli della borghesia tra Basso Medioevo e età moderna, con una significativa differenza: l'avversione nei confronti del potere non è fenomeno locale, ma si trasferisce su scala nazionale, con una moltiplicazione delle problematiche, degli interessi specifici e delle forze sociali ed economiche in campo.

* Il fatto che i redattori della Dichiarazione non prendano in conto la possibilità di dover un giorno resistere contro uno Stato diverso dalla vecchia monarchia allora combattuta dimostra l'entusiasmo rivoluzionario di quei giorni, ma soprattutto la convinzione quasi taumaturgica dell'impossibilità di una involuzione in senso autoritario del nuovo ordinamento: da basi solide come quelle della prima fase rivoluzionaria, sembra che si dica, non può nascere che una nuova civiltà immune dai problemi precedentemente conosciuti.


La Costituzione del 1791

Va sotto il nome di Costituzione del 1791 la legge fondamentale dello Stato francese che, pur essendo approvata solo nel '91, comincia ad essere discussa in seno all'Assemblea Costituente del 1789.
I principi più significativi di questo testo possono essere così riassunti:
1. Permanenza della monarchia ereditaria, sebbene nella forma costituzionale;
2. Separazione dei poteri;
3. Monocameralismo;
4. Rappresentanza su base censitaria;
5. Larga autonomia locale.

E' tuttavia necessario interpretare questi sintetici punti prendendo in considerazione l'evoluzione del dibattito politico da cui sono scaturiti. In particolare occorre soffermarsi sugli ultimi quattro principi, i quali rivestono maggiore rilevanza e incidono più profondamente nel cammino storico dell'idea di democrazia, sia come discendenti dall'esperienza storica antecedente, sia come precedenti storici significativi per esperimenti politici del XIX secolo.

La separazione dei poteri

Nella Costituzione dei 1791 al re è assegnato il potere esecutivo, comprendente quello di nominare e revocare i ministri; a questo si affiancano il diritto di veto sospensivo e l'autorità in merito a questioni diplomatiche e militari.
Il potere legislativo è invece assegnato al parlamento, composto da rappresentanti della cittadinanza alla cui elezione si è proceduto su base censitaria.
Affermando il principio della separazione dei poteri, la Costituente sembra aver assimilato in modo particolare la lezione di Montesquieu, che su questa opzione si era lungamente soffermato.

Il monocameralismo

La soluzione bicamerale è scelta dai redattori della Costituzione sulla base dell'esempio inglese a loro ben presente, se non altro per il fatto di essere l'unico esempio compiuto di parlamentarismo sviluppatosi in Europa fino a quel momento.
L'esperienza inglese aveva portato alla costituzione di un parlamento in due camere, delle quali, come è noto, una composta dai Pari, di nomina ereditaria, e l'altra, dei Comuni, elettiva.
In Francia una struttura siffatta è rifiutata nella misura in cui la Costituente intende cancellare in toto i privilegi politici della vecchia aristocrazia: ne consegue l'impossibilità di adottare il bicameralismo, se si vuole evitare di creare privilegi anche nella nuova istituzione.
La decisione degli estensori della Costituzione testimonia da un lato che questi ultimi sono ancora molto vincolati alla realtà politica europea passata e contemporanea, così da non essere ancora in grado di elaborare soluzioni completamente inedite; d'altro canto, tuttavia, l'opzione per il monocameralismo adottata nella Costituzione del 1791 rappresenta un enorme passo avanti nell'elaborazione del concetto di democrazia nella misura in cui traduce in legge il principio fondamentale per cui la sovranità deve essere esercitata da corpo dei cittadini, intendendo con questo termine coloro che sono dotati di diritti civili e politici (nel caso della Costituzione del 1791 si tratta ancora di una ristretta minoranza).

La rappresentanza su base censitaria

La scelta di estendere il diritto all'elettorato (attivo e passivo) solo a coloro che fossero in possesso di requisiti economici specifici, secondo parametri peraltro molto restrittivi, è testimonianza da un lato della natura borghese di questa prima fase rivoluzionaria, dall'altro della non volontà, da parte dei costituenti, di trascendere l'esperienza storica delle varie realtà politiche europee, se non altro per l'assoluta imprevedibilità delle conseguenze di un allargamento del suffragio: il monocameralismo era un già un rischio aggiuntivo al difficile trapasso verso la monarchia costituzionale, dunque perché creare ulteriori problemi di gestione dello Stato?
Il problema dell'estensione della cittadinanza, di fondamentale importanza nelle democrazie di tutti i tempi, è risolto in Francia secondo le stesse linee teoriche emerse anche nella precedente Rivoluzione Inglese del 1647-48 che, sebbene considerata oltremanica niente più che una guerra civile, include dei momenti importanti per lo sviluppo dell'idea di democrazia.
Gli estensori della Costituzione francese del 1791 sembrano avere presenti, in particolare, le risposte di Ireton alle richieste avanzate dai settori più radicali della rivolta, i cosiddetti diggers, nell'ambito dei dibattiti di Putney dell'autunno 1647: alle pressioni di questi ultimi per il suffragio universale si era ribattuto con due argomenti:

* Il diritto di voto può spettare solo a coloro che hanno nel Paese un interesse locale permanente, cioè, in ultima analisi, a coloro che detengono proprietà fondiarie o sono membri delle corporazioni, cioè titolari della ricchezza che al Paese stesso deriva dal commercio.
* E' da escludere un'estensione indiscriminata del diritto di voto a coloro che non hanno proprietà private da difendere, poiché in quel caso i nullatenenti tenterebbero di eliminare l'istituto stesso della proprietà, minacciando i legittimi titolari del diritto a intervenire nella gestione dello Stato.
E' probabilmente uno scrupolo di questo genere, volto cioè a proteggere i titolari di proprietà privata, a frenare l'evoluzione in senso democratico delle istituzioni francesi; si tenga presente, a questo proposito, che la stessa Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino prevedeva la proprietà come diritto sacro e inviolabile dell'individuo.

L'autonomia locale

Il terreno del decentramento politico e amministrativo è tra quelli fondamentali dello scontro politico interno alla Rivoluzione, specialmente nel trapasso successivo dalla Convenzione girondina a quella montagnarda.
In particolare, l'esigenza di creare centri di potere al di fuori della capitale sia dal punto di vista geografico sia da quello dell'influenza politica si legherà sempre più, dal 1791 in poi, al bisogno di ridurre la pressione delle masse popolari sulle istituzioni legittime in maniera tale da evitare degenerazioni o provvedimenti di emergenza adottati trascendendo il dettato costituzionale, come effettivamente accadrà.
Su questo punto si consumerà il conflitto tra girondini e montagnardi, in quanto i primi continueranno a premere per il rispetto della Costituzione del 1791 a scapito del peso della capitale, i secondi troveranno consenso proprio nelle masse parigine e proprio per questo saranno contrari a delegare parte dell'autorità alla periferia.

La fuga del re e l'intervento delle masse parigine

Sorvolando in questa sede sugli altri provvedimenti dell'Assemblea Costituente e sulla cronaca dei fatti accaduti nella capitale e nei distretti francesi, è utile tuttavia soffermarsi su un evento destinato ad evere, come è logico, un'amplissima risonanza sullo svolgimento successivo della Rivoluzione: alla fine del giugno 1791 il re e la famiglia reale tentano la fuga verso il Belgio, seguendo l'esempio in precedenza dato da moltissimi aristocratici refrattari, ma sono bloccati a Varennes.

Le conseguenze di questo fatto sono sostanzialmente due, pertinenti a diversi livelli della vita politica:

* Gli uomini della Costituente si sentono in un certo senso traditi dal comportamento del sovrano, cui comunque la nuova costituzione lasciava largo spazio: aumenta il dissenso nei confronti della monarchia e personaggi prima possibilisti rispetto al mantenimento della monarchia stessa passano a posizioni repubblicane.
* Nonostante la Costituente decida per il mantenimento del re sul trono, la folla parigina scende in piazza manifestando per la deposizione di Luigi XVI: è praticamente la prima volta in cui si assiste, nella Rivoluzione Francese, a un intervento tanto significativo e pressante delle masse popolari; un ulteriore elemento di originalità è dato, oltre che dall'aspetto quantitativo delle mobilitazione, anche dalla sua qualità: non si tratta di una generica protesta, ma di un a vera e propria presa di posizione politica in vista di un obiettivo ben preciso.

Il re decide comunque di giurare fedeltà alla costituzione; l'Assemblea Nazionale Costituente si scioglie nel settembre 1791.

L'Assemblea Legislativa

Nel mese di ottobre del 1791 si aprono i lavori dell'Assemblea Legislativa, chiamata a tradurre in leggi le norme generali contenute nella Costituzione appena approvata.
Il dibattito politico interno all'Assemblea si configura da subito come piuttosto acceso a causa della complessa geografia politica presente al suo interno:
* I foglianti di La Fayette ritengono che il processo rivoluzionario si sia già spinto abbastanza lontano; loro principale interesse è la tutela dell'aristocrazia e il mantenimento della monarchia, per cui tendono a pilotare l'Assemblea nel solco limitato dei principi costituzionali.

* Sono invece più o meno esplicitamente favorevoli a uno sbocco repubblicano e quindi al proseguimento della Rivoluzione gli esponenti del gruppo giacobino; all'interno di questa compagine si distinguono però tre correnti, destinate a separarsi nettamente in seguito, con l'estromissione dei foglianti:

1. I girondini, rappresentanti degli interessi della borghesia provinciale, in particolare dei ceti mercantili gravitanti attorno ai grandi porti atlantici, sostengono l'opzione repubblicana ma non trovano -né d'altronde lo cercano- consenso nelle masse popolari.
2. I seguaci di Robespierre, che più accesamente criticano il potere monarchico.
3. La Società degli amici dei diritti dell'uomo, capeggiata da Danton e Marat, sostenitori del suffragio universale e supportati più direttamente, a livello di massa, dal movimento sanculotto parigino.

A prima vista sembrerebbe che i principi democratici siano a questo punto incarnati dal movimento giacobino e in particolare da Robespierre e da Danton; è proprio da questa semplice equazione che, dal punto di vista storico, si svilupperà nel XIX secolo l'avversione per la democrazia, nella misura in cui essa sarà fatta coincidere con il giacobinismo e soprattutto con quello del Comitato di salute pubblica robespierreano.
Si fanno invece portavoce della fedeltà alla costituzione foglianti e girondini: i primi con l'obiettivo di preservare la monarchia, i secondi, che invece sono favorevoli a uno sbocco repubblicano della Rivoluzione, in nome dei diritti individuali e delle garanzie politiche affermati dalla Costituente.

Il movimento sanculotto

Il movimento sanculotto, variamente giudicato dagli storici ed altrettanto variamente classificato tra i movimenti di massa della storia europea moderna e contemporanea, compare nel 1792 e si caratterizza in breve come movimento di pressione politica in vista non soltanto di obiettivi pertinenti alla sfera economica e sociale, ma anche di innovazioni politiche di spicco, come il suffragio universale.
Sulla composizione del movimento sanculotto si è molto discusso. Attualmente sembrano superate posizioni, tipiche della storiografia di marca marxista, che vedono nei sanculotti il primo proletariato urbano: ricerche più approfondite hanno mostrato che pochissimi tra i sanculotti sono lavoratori dipendenti, mentre nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di piccoli borghesi, artigiani o bottegai parigini. E' vero che essi si contrappongono alla borghesia del terzo stato, ma il loro attacco è sostanzialmente volto alla rivendicazione del diritto di voto, di sicurezza sociale garantita dallo Stato e così via; in altre parole, non attaccano la borghesia in quanto tale (non essendosi, tra l'altro, ancora formato chiaramente questo concetto socio-politico) né in quanto detentrice del potere economico, ma si scagliano contro chi, pur affermando costituzionalmente che la sovranità appartiene alla Nazione, ha poi escluso da quest'ultima il quarto stato, composto da coloro che non rientrano nei parametri censitari del suffragio.

Non mancano, tuttavia, rivendicazioni di carattere prettamente economico: lavoro garantito da parte dello Stato, garanzie sociali per i poveri, ma anche rispetto per la (piccola) proprietà privata. Si tratta di richieste le cui radici sono da far risalire alle condizioni economiche francesi del 1792: l'inflazione, l'instabilità politica e soprattutto la guerra non solo acuiscono il disagio popolare, ma catalizzano anche il malcontento delle masse urbane di fronte alle contraddizioni contenute nel testo costituzionale.

La seconda rivoluzione

Il movimento di pressione popolare e la polarità delle posizioni politiche interne all'Assemblea Legislativa divengono palesi a partire dalla primavera del 1792 a causa delle molteplici sconfitte francesi subite contro le potenze monarchiche europee: per la prima volta, secondo un modello destinato a ripetersi nel corso degli anni successivi, le vicende belliche influiscono significativamente sulla politica interna.

Sono soprattutto i movimenti popolari a essere permeabili alle notizie provenienti dal fronte e sono in particolare i sanculotti parigini a prendere l'iniziativa, in quanto è sulla capitale che ricadono gli effetti economici più immediati della guerra; il coinvolgimento delle masse comporta una fondamentale conseguenza: il processo rivoluzionario subisce brusche accelerazioni nella direzione democratica (in senso positivo o negativo), per cui la classe politica si classifica non tanto in base a astratti principi, quanto in base alla sua disponibilità ad assecondare o meno il popolino.
Su questo terreno si consuma dapprima la fine del patto di stabilità tra foglianti e giacobini, prima reciprocamente tolleranti, quindi il divorzio tra girondini e giacobini di Robespierre ed infine quello tra Robespierre e Danton.
L'estromissione dei foglianti di La Fayette si ha in corrispondenza della cosiddetta seconda rivoluzione del mese di agosto 1792.
La crisi politica si articola a partire da un empasse costituzionale: il governo girondino e l'Assemblea Legislativa adottano una serie di provvedimenti tesi a ostacolare le manovre di aristocrazia e clero refrattario, reputati promotori del dissenso interno e, per conseguenza, responsabili della sconfitta francese sul campo di battaglia; il re, tuttavia, rifiuta di sanzionare quelle leggi, ricorrendo al diritto di veto che gli spetta costituzionalmente, e revoca il governo girondino.
I fatti precipitano: il dissenso nei confronti della monarchia cresce, come in corrispondenza dei fatti di Varennes, sia a livello popolare, sia all'interno del partito giacobino: si assiste a una vera e proprie propulsione delle istanze democratiche nel dibattito politico francese.
I giacobini si mobilitano a livello locale e nazionale per la modifica della costituzione in senso democratico, avanzando in particolare richieste quali:

* Riduzione del potere competente alla corona, mediante revoca del diritto di veto;
* Suffragio universale.

I sanculotti delle sezioni parigine da un lato accolgono le proposte giacobine, dall'altro si organizzano autonomamente per manifestare contro il rifiuto del re di sanzionare le leggi contro i nemici interni. E' proprio la manifestazione sanculotta a sconvolgere gli equilibri politici francesi: le sezioni parigine, affermando il principio del suffragio universale, mettono in questione anche l'operato dell'Assemblea Legislativa, eletta su base censitaria.
I sanculotti, tra l'altro, trovano nelle conseguenze politiche della loro iniziativa una conferma alla loro tesi secondo la quale il dibattito politico rivoluzionario deve necessariamente comprendere forme di democrazia diretta, ossia di coinvolgimento popolare immediato e massiccio.
In corrispondenza dell'annuncio di un'ulteriore sconfitta della Francia contro la coalizione austro-prussiana, si radica ancor di più nella classe politica e a livello popolare la convinzione che la responsabilità dell'andamento negativo della guerra sia da imputare a intrighi tra il re luigi XVI e le potenze reazionarie europee: è questo il momento di più alto dissenso nei confronti della monarchia.
Le sezioni e i federati, provenienti da tutta la Francia, anticipano l'azione politica dell'Assemblea Legislativa:
1. Luigi XVI è arrestato durante l'irruzione alla reggia di Versailles;
2. E' proclamato il suffragio universale;
3. Si istituisce una nuova municipalità rivoluzionaria a Parigi, egemonizzata da Robespierre e concorrente alla più moderata Assemblea Legislativa.
Nel periodo che va da maggio all'agosto 1792 si assiste dunque all'estensione delle rivendicazioni tipicamente democratiche e alla loro radicalizzazione; riassumendo, gli elementi di novità che emergono con la seconda rivoluzione sono questi:

* Affermazione del suffragio universale
* Deposizione del monarca
* Coinvolgimento dell'intera nazione francese nei fatti rivoluzionari parigini, cui si accompagna però ancora una netta egemonia della capitale sulla periferia in corrispondenza dell'istituzione della nuova municipalità
* Forme massicce di pressione popolare di massa sull'attività politica e condizionamenti di quest'ultima
* Rivendicazione teorica della democrazia diretta per un più efficace esercizio della sovranità popolare
* Terrorismo volto all'eliminazione del dissenso
In corrispondenza della seconda rivoluzione cominciano a emergere con chiarezza sconcertante gli influssi delle teorie politiche di Rousseau sulla Rivoluzione Francese, soprattutto per quanto riguarda due punti:
* L'eguaglianza e il conseguente diritto al suffragio universale come espressione della sovranità (volontà generale) della Nazione
* L'opzione per la democrazia diretta

Il primo terrore

Il primo terrore rappresenta l'inizio di quello che è stato indicato da Furet come lo slittamento della Rivoluzione Francese; più in generale, fin dai primissimi anni del XIX secolo o addirittura prima, si afferma l'opinione secondo la quale la Rivoluzione avrebbe conosciuto uno sbocco liberale se i fatti non fossero degenerati, portando in breve al terrorismo e all'infrazione dei limiti costituzionali. Al contrario, gli sviluppi terroristici della Rivoluzione e soprattutto la sospensione della Costituzione in virtù della situazione di emergenza determinata dal bisogno di contrastare sia i nemici interni che quelli esterni ebbero come conseguenza, dal punto di vista ideologico, la crisi del concetto di democrazia, nella misura in cui quest'ultima forma di governo si legava, nei fatti, all'esperienza di brutalità della seconda fase rivoluzionaria.

Sono in definitiva rilevabili due diversi aspetti del fenomeno in questione:

* Uso repressivo e preventivo della violenza per bloccare l'azione dei nemici interni; si può facilmente comprendere come questi atti siano una conseguenza diretta, non per questo meno esecrabile, dell'andamento non proprio felice delle guerre esterne, andamento appunto imputato a un fronte reazionario interno solidale con l'aristocrazia emigrata: si genera insomma una sorta di fobia nei confronti di tutto ciò che odora di refrattario o è semplicemente calunniato come tale.
* Progressivo allontanamento dalla lettera della Costituzione del 1791 e più precisamente sostituzione del legittimo potere esecutivo da parte di un organo (la Municipalità di Parigi) non investito di questa autorità sulla base delle leggi dello Stato, bensì in virtù del suo carisma e della sua capacità di trascinamento delle masse.
Proprio l'aspetto del carisma di cui sono rivestiti alcuni esponenti di questo organo straordinario consente non solo di interpretare il successo da essi ottenuto presso le masse alla luce della teoria della democrazia carismatica, ma anche evidenzia come la Rivoluzione francese sia, almeno in questa fase, interprete di rivendicazioni estremamente avanzate ma premature rispetto ai tempi in cui furono attuate e certo completamente viziate nei metodi con cui si applicarono (violazione del diritto, terrorismo, etc).
Nel Primo Terrore inizia infatti a delinearsi chiaramente il conflitto tra la democrazia formale di stampo voltaireano sancita nella lettera della Costituzione e la democrazia sostanziale, ricercata animosamente dalle frange radicali del Terzo Stato (sanculotti), rimasti esclusi dalla spartizione del potere avvenuta in precedenza, soprattutto a causa del suffragio limitato su base censitaria.
Risulta quindi chiaro lungo quali linee si muova il dibattito istituzionale che succede ai momenti più concitati del Primo Terrore: di fronte alla palese inadeguatezza o quantomeno alla incompleta accettazione della Costituzione del 1791 gli interrogativi sono sostanzialmente due:
* La costituzione va mantenuta ad ogni costo o situazioni di particolare emergenza possono comportare la sua modifica, la sua sospensione o (meno ufficialmente) il suo vero e proprio trascendimento?
* All'interno del nuovo assetto che lo Stato francese intende darsi, qual è il peso delle masse popolari? E' sufficiente avvalersi dei metodi di consultazione elettorale periodica, come nell'esempio inglese, o è necessario, secondo le regole democratiche, concedere l'accesso al potere anche a chi ne è stato fino a quel momento escluso, ad esempio mediante forme di democrazia diretta o addirittura di pressione della massa sulle istituzioni attraverso iniziative popolari di vario tipo?
Senza dubbio la spinta a favore della concessione del suffragio universale e la rivendicazione di uno Stato democratico non solo a livello procedurale (di fronte a una realtà che neanche a questo livello, forse, poteva essere definita come democratica) rappresentano dei grossi passi nello sviluppo del concetto di democrazia presente nell'Europa contemporanea, ferme restando gli sbagli imputabili alla Rivoluzione sul piano pratico.

La Convenzione girondina (settembre 1792-giugno 1793)

All'inizio dell'autunno 1792 si aprono i lavori della Convenzione, eletta con allargamento del suffragio in una situazione molto particolare, in cui sono presenti spinte opposte:
* La Francia è politicamente spaccata: le campagne e la provincia sono per lo più favorevoli a un rallentamento del processo rivoluzionario, per cui si schierano con i fronti conservatore o moderato (girondini, momentaneamente detentori della maggioranza);
* La vittoria di Valmy e il mito rivoluzionario della nazione in armi comportano un forte stimolo ideologico a favore della prosecuzione della Rivoluzione; il militarismo, in particolare, rappresenta un fattore coesivo nettamente favorevole all'avvento della democrazia (il coinvolgimento di tutti implica la partecipazione di tutti al potere, come nell'Atene antica) e alimenta la consapevolezza ideologica dei Francesi, sempre più persuasi (a torto o a ragione?) di essere investiti di una missione di liberazione dei popoli europei dallo spettro dell'oppressione verso il radioso sole democratico.
Il primo provvedimento della Convenzione consiste nell'abolizione della monarchia e nella proclamazione della Repubblica; la nuova assemblea, che formalmente sostituisce la Legislativa, si assume infatti l'onere di redigere una nuova Costituzione.
Nonostante queste prese di posizione, non è tuttavia corretto affermare la democraticità della Convenzione: nella stragrande maggioranza essa è composte da borghesi del tutto simili a quelli eletti per gli Stati Generali del 1789, mentre solo un paio di delegati sono di provenienza operaia.
La Convenzione si configura inoltre come un organo estremamente variegato al suo interno:
1. La maggioranza girondina è tutto sommato ostile all'eccessiva pressione popolare, soprattutto nella misura in cui tale fenomeno implica un eccessivo peso della capitale rispetto a i dipartimenti nella gestione politica del Paese;
2. La Pianura o Palude si compone di conservatori, favorevoli al proseguimento della Rivoluzione esclusivamente nell'alveo delle istituzioni e delle linee-guida già tracciate nella Costituzione del 1791; non a caso si trasformeranno in oppositori degli organi e della legislazione di emergenza degli anni immediatamente successivi;
3. La Montagna, composta da giacobini, è vicina alle masse popolari sia per quanto riguarda le rivendicazioni politiche, sia in merito ai provvedimenti di limitazione del libero mercato per limitare l'inflazione;
4. Il movimento sanculotto, forse il più avanzato laboratorio politico della Rivoluzione, promotore di azioni di base a Parigi e sporadicamente anche nelle campagne aventi per obiettivi l'eguaglianza sostanziale (economica) e l'istituzione di forme di democrazia diretta per facilitare la partecipazione alla politica da parte delle masse.
Se il successo della Gironda nella prima fase di vita della Convenzione può essere letto nel senso di una svolta in senso moderato quale reazione al Primo Terrore, è altrettanto vero che in breve la pressione della Montagna e, in maniera mediata, del movimento popolare radicale comporta in breve una svolta della direzione politica della Rivoluzione: al cospetto di eventi sconcertanti come la rivolta reazionaria dalla Vandea, l'aumento del dissenso interno nei dipartimenti a causa della crisi economica, la conclusione della parabola positiva dell'offensiva francese sul fronte nord-occidentale, si riacutizza quella fobia nei confronti dei nemici interni della Rivoluzione già incontrata in corrispondenza del cosiddetto Primo Terrore.
Esiste però una differenza sostanziale tra questo e ciò che accade dal 1793 in poi: nel primo caso la repressione si orienta verso categorie piuttosto precise della popolazione (clero, aristocrazia, alta borghesia…), viceversa nel secondo si assiste alla sistematica epurazione di intere fette del panorama politico: prima tocca ai moderati, poi ai radicali di Danton.
Proprio quest'ultimo fatto è illuminante: la democrazia di massa diviene alla lunga lo strumento ideale mediante il quale una èlite politica altamente carismatica è in grado di detenere il potere. Quando il carisma non è più sufficiente, il dissenso è cancellato con il sangue e con l'allontanamento dalle garanzie costituzionali.

Nel periodo della maggioranza girondina si assiste in particolare a questi provvedimenti:
* Istituzione di un tribunale rivoluzionario con giuria popolare;
* Creazione del Comitato di Salute Pubblica allo scopo di smaltire i provvedimenti urgenti relativi alla salvezza dello Stato di fronte agli attacchi di nemici interni ed esterni.

Si sanciscono in questo modo:

* La fine dello Stato di diritto per quel che concerne le libertà personali e le garanzie giuridiche elementari, come quella di un processo accurato e equilibrato in cui parte inquirente e giudicante non coincidano e, cosa ancora più importante, non siano entrambi rappresentati dalla folla, incapace di assumersi qualsiasi responsabilità.
* L'avvento di una vera e propria dittatura rivoluzionaria da parte del Comitato, che detiene il potere esecutivo e quello legislativo (in delega), senza peraltro essere controbilanciato da alcun altro organo, data la sospensione della Costituzione.
* Il predominio della volubilità delle masse, incapaci di assumere un'iniziativa politica seria ed anzi in grado di farsi trascinare verso decisioni avventate.

La Convenzione montagnarda (giugno 1793-luglio 1794)

In seguito all'aumento delle difficoltà sui fronti esterno ed interno, la maggioranza girondina è esautorata dalla Convenzione: il controllo dell'assemblea è assunto dai Montagnardi, che controllano anche gran parte del Comitato di Salute Pubblica e sono favorevoli al mantenimento della legislazione eccezionale.
Tra le varie misure che la nuova maggioranza mette in atto allo scopo di guadagnare il consenso di un Paese sempre più sfiduciato sugli esiti della Rivoluzione e soprattutto della guerra contro le potenze monarchiche europee, tre sono significative, tra le quali la prima di carattere economico, le altre due di ordine politico ma agenti in sensi completamente diversi:
1. I beni di Stato sono venduti a piccoli lotti per creare un ceto di piccoli proprietari terrieri grati alla Repubblica al posto dei contadini conservatori che avevano dato mostra di sé nella rivolta vandeana.
Questo provvedimento, in apparenza insignificante, ha però delle conseguenze non solo economiche ma anche ideologiche profonde: in particolare, è sulla piccola proprietà terriera diffusa che si basava l'ideale sociale di Rousseau, secondo il quale scopo dello Stato era eminentemente quello di garantire l'indipendenza economica dei suoi cittadini, ad esempio mediante l'autosussistenza; l'omogeneità economica è inoltre ritenuta presupposto necessario all'avvento della democrazia, se non altro in quanto dall'omogeneità scaturiscono, in linea teorica, comunanza di vedute e compattezza ideologica in vista del bene comune.
2. E' promulgata una nuova Costituzione, allo scopo di far tacere le proteste di chi stigmatizzava l'inerzia dei delegati e di assecondare le richieste di democrazia diretta e sostanziale avanzate dai radicali sanculotti: la Convenzione ha infatti bisogno di notevole consenso per contrastare i nemici interni.
Tale Costituzione è tuttavia sospesa essendo stata rilevato il bisogno di una legislazione eccezionale e di rapidità decisionale, cose che solo il Comitato di Salute Pubblica (organo illegittimo) avrebbe potuto garantire.
3. Si moltiplicano i provvedimenti terroristici e di restrizione delle libertà personali; tra questi è opportuno rammentare la legge sui sospetti, mediante la quale si processano con procedura sommaria, quand'anche snellita, tutti coloro che sono sospettati di intralciare l'operato del Comitato.
Conseguenza primaria della legge sui sospetti è la radicale eliminazione del dissenso rappresentato dai girondini prima e dai radicali di Danton poi a favore di Robespierre e dei suoi.
Indipendentemente dalle spiegazioni che si possono addurre per interpretare l'avvento del Terrore, resta opportuno evidenziare come proprio queste degenerazioni della Rivoluzioni comportarono per circa mezzo secolo un vero e proprio pregiudizio ideologico nei confronti di qualsiasi forma di democrazia, nella misura in cui quest'ultima forma di govero era sempre assimilata alla sua realizzazione insieme più compiuta e più controversa, quale appunto quella che si ebbe nella seconda fase della Rivoluzione Francese.

L'ultima fase della Convenzione e la Costituzione dell'anno III

L'esasperazione della politica terroristica montagnarda ha come conseguenza, nel luglio 1894, l'eliminazione della maggioranza guidata da Robespierre.
Il potere resta in mano ai cosiddetti "termidoriani", per lo più esponenti di quella borghesia arricchitasi con le speculazioni monetarie e fondiarie, i quali cercano di stabilizzare la situazione eliminando la legislazione eccezionale e i suoi organi esecutivi, i comitati.
E' interessante però notare come gli stessi termidoriani si macchino di una colpa gravissima di fronte all'ideale democratico contemporaneo: esattamente come le maggioranze che li hanno preceduti, hanno, una volta ottenuto il consenso, estirpato gli oppositori politici con una dose più o meno intensa di violenza, secondo una logica da guerra civile che in un regime sedicente democratico trova una analogo solo nelle lotte tra partiti dell'Atene del VI-V secolo a.C..
Viene inoltre promulgata la Costituzione dell'anno III, ispirata a quella del 1791: anche a livello formale sembra di assistere alla restaurazione del regime borghese precedente alla Convenzione, ma l'esperienza del Terrore ha lasciato i suoi segni: gli estensori del testo costituzionale cercano di limitare al massimo il rischio del coinvolgimento delle masse in politica.
Non solo, dunque, si limita il suffragio su base censitaria, ma si instaura un regime bicamerale e il poetre esecutivo è assunto da un collegio di cinque membri, il cosiddetto Direttorio, controllati dagli altri due poteri dello Stato. Ci si avvia verso un regime semiautoritario che già prelude al colpo di Stato napoleonico.

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