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venerdì 22 gennaio 2010

10 concetti chiave base per capire la globalizzazione

PER CAPIRE LA GLOBALIZZAZIONE
Interculturalitá e globalizzazione: 10 concetti chiave
1. Per una lettura "educativa" della globalizzazione
Non è la prima volta che una "parola" prende il sopravvento sulle altre e per qualche tempo sembra essere quella giusta, quella che racchiude in sé la magia di far comprendere un’epoca. È il caso del termine "globalizzazione", che indica un fenomeno troppo importante per essere liquidato come la "moda" del momento. Al contrario: globalizzazione è una delle parole destinate a creare le connessioni interpretative più profonde (e di lunga durata) tra il presente e il futuro a livello planetario.
Tuttavia la globalizzazione si presenta oggi come un processo caratterizzato soprattutto da una forte ambiguità. Una lettura "educativa" di questo nuovo processo storico, economico e sociale riteniamo che non possa liquidarlo come un fatto tutto negativo o tutto positivo. Appare invece necessario e urgente impegnarsi in un’operazione di discernimento, di analisi critica, di vero e proprio "studio". Chiedersi, ad esempio, quali siano le cause e i fattori che hanno dato vita alla globalizzazione; così pure domandarsi quali siano i suoi effetti positivi e negativi; e ancora, verificare dove ci stia portando la globalizzazione e come si configurino gli scenari futuri; infine, sarebbe quanto mai "educativo" individuare le risorse umane e culturali che potrebbero aiutarci, in questa fase storica, a "resistere" alle tendenze omologatrici della globalizzazione e a promuovere un cammino planetario nuovo partendo dalle "alterità negate".
Due libri per cominciare:
Villaggio globale. La vita ai tempi della globalizzazione, numero monografico di "Internazionale", 1996
B. Amoruso, Della globalizzazione, La Meridiana, Molfetta 1996.
2. Il mercato globale
Il nostro è un tempo idolatrico. Non v’è dubbio che una delle idolatrie più diffuse e pericolose sia quella del Mercato. Nel mondo di oggi l’economia appare dominata, pressoché esclusivamente, dalla logica della massimizzazione del profitto e da imprese economiche a carattere sempre più multinazionale che presentano una concentrazione di potere e di ricchezza superiore a molti Stati nazionali. Un dato eloquente: 358 supermiliardari del pianeta posseggono una ricchezza pari a circa la metà della popolazione mondiale. Siamo dunque dinanzi ad un processo di globalizzazione "a etica zero".
All’economia si riserva il posto di comando, in nome di un "realismo" e di un "pragmatismo" derivati dalla convinzione che il capitalismo non abbia alternative, essendo lo stato naturale della società. Il sistema economico mondiale dovrebbe pertanto sbarazzarsi di ogni vincolo sociale perché l’economia è sovrana e qualsiasi riferimento a regole extraeconomiche apparirebbe come un regresso. Ma dove ci sta portando questa razionalità economica del tutto sganciata da una razionalità etica?
Due libri per cominciare
S. Zamagni (a cura), Globalizzare l’economia, ECP, Fiesole 1995
S. Latouche (a cura), L’economia svelata. Dal bilancio familiare alla globalizzazione, Dedalo, Bari 1997.
3. La comunicazione multimediale
La radio, la televisione, il computer, le reti telematiche e telefoniche, i satelliti e Internet ci hanno introdotto nella dimensione planetaria delle comunicazioni di massa. Viviamo in una società fin troppo "iconizzata" dove tutto si trasforma in spettacolo.
Si parla sempre più spesso di una società "virtuale" dove l’esperienza diretta, il rapporto vitale con le cose, il contatto emozionale con le altre persone vengono messi in pericolo. C’è chi parla della "morte del reale" in una società dei simulacri dove trionfano le apparenze, le ombre, le maschere.
È necessario ricordare che il sistema dei media è, appunto, un "sistema", cioè un tessuto di relazioni, un organismo complesso, nel quale ogni singolo medium è in rapporto di complicità o di interdipendenza con gli altri media.
Leggiamo dal "Libro Bianco su Istruzione e formazione. Insegnare e apprendere, verso la società conoscitiva": "La mondializzazione degli scambi, la globalizzazione delle tecnologie, in particolare l’avvento della società dell’informazione hanno aperto agli individui maggiori possibilità di accesso all’informazione e al sapere... la società del futuro sarà dunque una società conoscitiva".
Sarà importante, di qui in avanti, approfondire di più i rischi e le opportunità che si aprono dinanzi alle nuove generazioni che — almeno nei paesi del Nord — già vivono in quella che viene chiamata "società conoscitiva" dove bisogna acquisire le competenze per informarsi in "tempo reale" sui cambiamenti in atto nella società, altrimenti si è "out", si resta emarginati come analfabeti.
Due libri per cominciare
IRRSAE Puglia, L’educazione interculturale, Curriculo dei media, Quaderno n.30, Bari 1996
P. Levy, L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano 1996.
4. Il pensiero unico
L’idolatria del mercato e il sistema della comunicazione multimediale si stringono la mano in un abbraccio fatale, dando vita al pensiero unico che altro non è che la trasposizione in termini ideologici (che si pretendono universali) degli interessi di quelle forze economiche, che nel loro insieme, rappresentano il capitale internazionale.
A "fondamento" del pensiero unico c’è appunto il primato dell’economia sulla politica. La diffusione della mega-macchina dell’Occidente fa aumentare solo l’uniformità a scapito della creatività locale: l’esito è il mimetismo, tragica caricatura dell’universalità.
L’etnocidio, inteso come aggressione simbolica, genocidio culturale, si effettua ancor oggi, tramite il dono: è donando che l’occidente acquista ulteriore potere e opera la destrutturazione culturale.
L’Occidente continua a dare senza accettare nulla, e continua ad appropriarsi senza riconoscere alcun debito e non intende prender lezioni da nessuno.
Chi sa se, proprio in virtù delle loro specificità, le culture oggi negate e disprezzate non saranno, domani, le più adatte ad accettare le sfide della storia?
Due libri per cominciare
VV., Il pensiero unico e i nuovi padroni del mondo, Ed. Strategia della Lumaca, Roma 1996
S. Vandana, Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995.
5. Il Governo mondiale
Con la caduta del Muro di Berlino, il traguardo del Governo Mondiale sembrava essere dietro l’angolo, a portata di mano. Poi, il crac, il tracollo, la scomparsa del tema dall’agenda internazionale. Che cosa è accaduto? Come mai dopo l’ubriacatura del "Villaggio globale", dell’"arancia blù", del "piccolo pianeta", della "Terra-Patria", della "Interdipendenza"... l’obiettivo del Governo Mondiale invece di decollare a livello politico è naufragato nel nulla?
Certamente non perché sia venuto meno il carattere mondiale delle "emergenze", che sono tutte lì, ieri come oggi: i flussi migratori, i conflitti regionali, le vecchie e nuove povertà, le ferite ambientali, le risorse energetiche, le armi nucleari, le ricerche biotecnologiche, il sistema dell’informazione, le condizioni igienico-sanitarie, l’analfabetismo, gli squilibri Nord-Sud e via elencando. Tutte le organizzazioni internazionali, politiche ed economiche, create fino ad oggi sono caratterizzate da un grave deficit democratico. Nel senso che sono malate di scarsa democrazia interna. L’ONU, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il WTO (ex GATT) ecc.
Come dire: a livello internazionale la democrazia è ferita.
"L’epoca planetaria è già iniziata da un pezzo", ripete Edgard Morin, "ma la conoscenza dell’uomo è ancora all’età del ferro dell’era planetaria".
Due libri per cominciare
F. Lotti, N. Giandomenico (a cura), L’ONU dei Popoli, EGA, Torino 1996
R. Sapienza, Un mondo da governare, SEI, Torino 1995.
6. Ripartire dalle "Alterità negate"
Ma forse il problema che più di tutti concentra su di sé il dibattito culturale contemporaneo è quello dell’altro. Tra i pensatori che criticano la tradizione occidentale per la rimozione e l’oblio dell’alterità spicca il nome di Lévinas, che ha elaborato una concezione dell’uomo a partire dall’altro, dal Tu, dal volto.
Si tratta di comprendere, in maniera "etica" ma non moralistica, che l’altro ci cambia, ci educa, ci interpella; ci costringe a prendere una posizione, a uscire dall’indifferenza, a dare una "risposta" (respondere, da cui deriva il senso pieno e fondante di "responsabilità").
Ripartire dalle "Alterità negate" significa guardare altrove, saltare la siepe e lasciarsi contaminare. Tra le realtà che sono state fino ad oggi emarginate, fra le cosiddette "esternalità", cioè tra le "pietre scartate" (per dirla col Vangelo) è possibile trovare nuovi significati da cui partire per la ricostruzione di una Umanità Nuova.
Giovanni Paolo II, nel suo discorso all’ONU del 5 ottobre 1995, ha affermato che "ogni cultura ha diritto di essere rispettata perché costituisce un tentativo di riflessione sul mistero del mondo e in particolare dell’uomo: è un modo di dare espressione alla dimensione trascendente della vita". E precisa che estraniarsi dalla realtà della diversità o tentare di estinguerla "significa precludersi la possibilità di sondare il mistero della vita umana (...). La differenza, che alcuni trovano così minacciosa, può divenire, mediante un dialogo rispettoso, la fonte di una più profonda comprensione del mistero dell’esistenza umana".
Due libri per cominciare
C. Di Sante, Responsabilità. L’Io per l’Altro, Edizioni Lavoro, Roma 1996
B. Borsato, L’alterità come etica. Una lettura di E. Lévinas, Dehoniane, Bologna 1995.
7. Il pensiero "al femminile"
La prima alterità negata, la prima risorsa di senso che il mondo ha a disposizione per poter sperare in una Umanità Nuova è il pensiero al femminile. Il problema dell’auto-liberazione della donna chiama in causa inevitabilmente l’universo maschile. I valori della nuova cultura "al femminile" rappresentano una grande opportunità di cambiamento dell’Ordine Simbolico globale del nostro sistema sociale.
La storia della nostra cultura occidentale (ma il discorso è transculturale) non lascia dubbi: al di là di rare accezioni, è una storia di sostanziale anti-femminismo: Atene, Gerusalemme e Roma appaiono alleate nel loro comune sguardo misogino. Come anche La Mecca e Benares. La nostra convinzione è che un nuovo umanesimo, una nuova paideia per il terzo millennio potrà affermarsi soltanto se gli educatori e le educatrici sapranno mettere in discussione, a partire da se stessi, l’Ordine Simbolico Maschile e i parametri sociali che ne derivano. Le vere rivoluzioni sono infatti quelle che rinnovano i paradigmi fondamentali della cultura.
Due libri per cominciare
C.O.N. Moser, Pianificazione di genere e di sviluppo, Rosenberg Sellier, Torino 1996
S. Ulivieri, Educare al femminile, Edizioni ETS, Pisa 1995
8. Le culture locali tra omologazione e resistenza
Se guardiamo al rapporto tra l’Occidente e le "altre" culture oggi nel mondo ci rendiamo conto che la situazione è fortemente squilibrata. Si può dire, in generale, che si sta affermando una nuova coscienza sulla necessità di salvare l’integrità della propria identità culturale, una sorta di contrappeso alle tendenze omologanti, e si avverte l’esigenza di conoscere in modo profondo altre culture e di valorizzare le differenze in un ordine di reciprocità.
Ma il rapporto tra le culture non deve essere idealizzato perché si colloca sempre all’interno di un rapporto conflittuale di forza che finisce inevitabilmente per produrre "asimmetria" e "squilibrio".
Lo studio di Serge Latouche sui processi di "occidentalizzazione" diventa quanto mai interessante.
L’aspetto unico, che definisce l’Occidente è la sua cultura:
·la credenza in un tempo lineare e cumulativo che riguarda tutta l’umanità
·l’attribuzione all’uomo della missione di dominare la natura
·la credenza nella ragione calcolatrice dell’uomo per organizzare la sua azione, ecc.
Chi sono gli Altri?
Sono tutte le società dotate di un senso antico e tradizionale della vita e quindi di pratiche sociali di integrazione del "negativo", della morte, della miseria, della sofferenza. Queste resistenze "culturali" alla seduzione dell’Occidente sono una fonte di speranza, perché lasciano intravedere che la crisi epocale dell’Occidente non sarà necessariamente la fine del mondo...
Due libri per cominciare
L. Bergnach, G. Delli Zotti, Etnie, confini, Europa, Angeli, Milano 1994
V. Bernardi, L’insalatiera etnica, Ed. Neri Pozza, Padova 1992
9. Etiche della mondialità
Il nostro mondo sta sperimentando una crisi fondamentale: una crisi dell’economia mondiale, dell’ecologia mondiale e della politica mondiale. La mancanza d’una visione completa, il groviglio di problemi non risolti, la paralisi politica, la mediocre leadership con poca capacità d’intuire o di prevedere, e in generale un troppo scarso senso del bene comune si percepiscono ovunque. Troppe sono le vecchie risposte a sfide nuove.
Non esisterà alcun nuovo ordine mondiale senza una nuova etica mondiale!
L’esperienza storica dimostra che non si può migliorare la Terra se non otteniamo una trasformazione della coscienza degli individui e della vita pubblica.
Occorre una "svolta etica interculturale", un consenso etico delle culture per riorientare la convivenza mondiale. Senza una Carta fondamentale dei valori non è immaginabile la pacifica convivenza dei Popoli. Possono aiutarci le opere di autori come Jonas, Kung, Boff, Panikkar, Balducci, Morin, Apel, Moltmann, Ricoeur, Lévinas, e altri.
La nascita di una coscienza planetaria non si improvvisa. Ma nessun educatore che abbia il senso della storia potrà sottrarsi a questo compito essenziale e decisivo per il futuro dell’umanità.
Due libri per cominciare
AA. VV., Etiche della mondialità, Cittadella, Assisi 1996
P. C. Bori, Per un consenso etico delle culture, Marietti, Genova 1991.
10. L’Occidente come "siepe". Andare oltre
Nonostante tutto è possibile riscontrare segnali positivi anche all’interno di questa nostra società malata. Esistono infatti germi che ispirano fiducia e promettono speranza; si ascoltano voci di protesta, sorgono iniziative e movimenti civili e religiosi (ecologici, pacifisti, femministi, antirazzisti, spirituali, ecc..) che intendono battersi per rinnovare questa società, per dare corpo e vitalità ai grandi valori della vita, della comunità, dello spirito.
Vaclav Havel, Presidente della Repubblica Ceca, ha scritto: "Non possiamo aspettarci di raccogliere i fiori che non abbiamo mai piantato".
Ciò vuol dire che dobbiamo avere il coraggio di "osare", di avere fiducia e speranza almeno nel "piantare", nel gettare i semi nel cuore degli uomini e delle donne di questo mondo.
Dobbiamo saper camminare con piccoli passi ma avendo dinanzi a noi grandi orizzonti. Non è facile costruire insieme "una paideia" per il nuovo millennio, ma è certo che non potrà essere la stessa dei millenni precedenti o semplicemente degli ultimi decenni. Siamo veramente di fronte ad un passaggio d’epoca, ad un cambio di paradigmi.
Noi, almeno nei paesi occidentali, proveniamo da una tradizione filosofica e pedagogica molto ben radicata sul principio "conosci te stesso" (... tanto l’altro è uguale a te, oppure è barbaro, pagano, infedele...). Insomma: se conosci te stesso (l’identità) hai conosciuto ciò che è essenziale. E questo basta. Ma che ne è di tale principio quando l’altro è proprio diverso da me e io non riesco più a considerarlo un barbaro, un estraneo, né a restare indifferente di fronte a lui?
La svolta antropologica sta tutta qui. Andare oltre la "siepe" dell’io, della propria cultura e aprirsi al mistero dell’Altro.
Due libri per cominciare
S. Latouche, L’occidentalizzazione del mondo, Bollati Boringhieri, Torino 1992
O. Zanini, Significati del confine. I limiti naturali, storici, mentali, Mondadori, Milano 1997.

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