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sabato 21 agosto 2010

Al Femminile. I corpi che contano di Judith Butler

Judith Butler, "la più autorevole esponente del pensiero lesbico americano" [Cavarero in Butler 1996:I], ha da una decina d'anni una grande rilevanza sul piano internazionale. Essa insegna retorica all'università di Berkeley ed è una delle maggiori pensatrici del postmodernismo americano. Nel 1990 esce Gender trouble, testo che diviene il punto di riferimento della gay and lesbian theory.
Butler si schiera contro l'impostazione base di tutta la letteratura femminista, ritenendo che l'elemento centrale contro cui combattere sia il paradigma eterosessuale, e lo fa poggiando la sua analisi su Freud, Lacan, Foucault, Derrida e Deleuze; "in perfetta coerenza con l'orizzonte postmoderno il risultato consiste in un contaminarsi delle identità che diventano multiple e transitano continuamente l'una nell'altra, problematizzandosi e sostenendosi a vicenda" [Cavarero in Butler 1996:I]. Essa conduce il suo pensiero attraverso continui interrogativi, analisi profonde e dettagliate ed aspre critiche, dandosi risposte soddisfacenti e mai definitive. Rileggendo alcuni testi della cultura occidentale, nota come in tutti "l'instabilità prodotta dallo sforzo di delimitare il posto del corpo sessuato mette in discussione i confini dell'intelligibilità discorsiva" [Butler 1996:16].
La sua tesi è che l'egemonia maschilista discende direttamente da quella che chiama egemonia eterosessuale, la quale consolida il binarismo oppositivo maschile/femminile. Così il paradigma eterosessuale diviene norma e si consolida, traendo conferma dall'atto di esclusione con cui allontana le sue trasgressioni. Diviene norma autocitandosi, ripetendosi, ma è proprio questa ripetizione/citazione che apre i varchi alle critiche; Butler si contrappone alla divisione che vede associare il sesso alla materia ed il gender all'elemento culturale e si propone invece di applicare anche al sesso la critica che viene di solito rivolta al gender. Il gender è un costrutto culturale impresso sulla superficie della materia ed in questo modo "assorbe e sostituisce il sesso, diventando il segno della sua piena concretizzazione del genere o di ciò che da un punto di vista materialistico, potrebbe costituire una piena de-sostantivizzazione" [Butler 1996:4],. Ma anche il sesso è costruito. Vediamo brevemente come articola il suo pensiero.
Cosa sono i suoi corpi che contano? Butler prende spunto dall'associazione del femminile con la materialità osservando come le etimologie classiche collegano la materia con mater e matrix (utero) e dunque con la problematica della riproduzione. "Parlare di corpi che contano in questi contesti classici non è un ozioso gioco di parole, poiché essere di materia significa materializzarsi, dove il principio di quella materializzazione è precisamente ciò che conta riguardo al corpo, la sua intelligibilità. In tal senso, conoscere il significato di qualcosa vuol dire sapere in che modo e perché esso conta, ove "contare" [matter] significa allo stesso tempo "materializzarsi" e "significare"" [Butler 1996:28].
Dunque concentra la sua analisi sulla materialità del corpo, in quanto, secondo lei, il sesso è un costrutto ideale materializzato a forza del tempo attraverso la ripetizione forzata di norme regolative. Scrive Butler: "in tale prospettiva, ciò che costituisce la fissità del corpo, i suoi lineamenti, i suoi orientamenti, sarà visto come pienamente materiale; ma la materialità sarà riconsiderata come effetto del potere, anzi l'effetto più produttivo del potere" [Butler 1996:2]. Un potere che non è caratterizzato dall'azione ma che invece consiste in un agire ripetuto che ne costituisce la persistenza e la fissità. La materializzazione e la successiva normativizzazione del potere avvengono attraverso la ripetizione, attraverso "schemi regolativi [che] non sono strutture atemporali, bensì criteri di intelligibilità storicamente revisionabili che producono e obliterano corpi che contano" [Butler 1996:13]. E il soggetto che resiste a queste norme ne è esso stesso autorizzato, se non prodotto. Dunque "l'esigenza di pensare al potere contemporaneo nella sua complessità e nelle sue articolazioni rimane innegabilmente centrale, anche se impossibile da soddisfare" [Butler 1996:19].
Se riconosciamo la centralità della matrice eterosessuale, secondo Butler non possiamo fare a meno di riconoscere che la materialità del sesso può essere intesa anch'essa come costruzione. Da questo il femminismo deve procedere come pratica critica.
All'interno dell'analisi di Butler, ci soffermiamo su alcune pagine particolarmente interessanti in cui viene confutata l'impostazione di Irigaray. Questo ci permette di osservare come si esplica il dibattito femminista contemporaneo e ci introduce nel dibattito postmoderno, che vedremo nel paragrafo successivo. Butler prende spunto dall'analisi che Irigaray fa del Timeo di Platone in Speculum. "La solennità e il carattere speculativo delle affermazioni di Irigaray mi hanno sempre un po' irritato, e confesso che sebbene io non conosca un'altra femminista che abbia letto e riletto la storia della filosofia con la stessa attenzione critica impiegata da Irigaray, sono anche convinta che i suoi termini tendano ad imitare la grandiosità degli errori filosofici che lei mette allo scoperto" [Butler 1996:32]. Così Butler inizia la sua critica. Secondo lei, quando Irigaray tenta di dimostrare che le opposizioni binarie, i binari, fanno parte di una economia fallogocentrica che produce il "femminile" come suo esterno costitutivo, mostra come per essa la materia è il luogo in cui il femminile è escluso dai binari filosofici in virtù dell'opposizione stessa. La donna non esiste in quanto esclusa dal discorso metafisico e la sua esteriorità non le garantisce alcun diritto di esistenza. Secondo Butler invece ci sono buone ragioni per rifiutare che il femminile monopolizzi la sfera dell'escluso e prosegue: "Irigaray scrive che per Platone la materia è sterile, femmina solo in quanto riceve, ma non in quanto può procreare (...) avendo perduto con la castrazione tutta la potenza generativa che appartiene soltanto a colui che si mantiene maschio" [Butler 1996:38; Irigaray 1975:169]. Ma secondo Platone la donna e l'animale sono le rappresentazioni della passione incontrollabile e se un'anima partecipa di tali passioni, sarà completamente e ontologicamente trasformata da esse nelle immagini, donna e animale, che rappresentano le passioni stesse. Qui dunque la donna è inserita nella sfera della materialità.
L'intento della sua esposizione è quello di dimostrare che invocare la materia significa invocare una storia sedimentata di gerarchia e cancellazione sessuale che dovrebbe essere oggetto della ricerca femminista e sarebbe invece problematico considerarla come base. La materia non è un dato irriducibile ma ha una storia e il legame tra materialità e significazione dei corpi che contano si rivela dunque indissolubile. Rovesciare i termini della questione significa considerare la materialità del sesso e non il sesso della materialità. "La regolamentazione della sessualità, all'opera nell'articolazione delle Forme, suggerisce che la differenza sessuale agisce nella formulazione stessa della materia. Si tratta di una materia che si definisce non solo come opposta alla ragione. Non c'è un unico esterno, poiché le forme richiedono un certo numero di esclusioni. Esse sono e replicano se stesse attraverso ciò che escludono, attraverso il non essere né l'animale né la donna, né lo schiavo, l'appropriazione dei quali è acquisita tramite la proprietà, i confini nazionali e razziali, il masochismo e l'eterosessualità coatta" [Butler 1996:47].

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