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venerdì 13 agosto 2010

La "privatizzazione dell'acqua" è solo una bufala mediatica costruita ad hoc

Slogan allarmistici, affermazioni incontrollate, leggende metropolitane che si propagano in un passaparola di grande efficacia. La comunicazione che da mesi accompagna il decreto Ronchi e la liberalizzazione dei servizi idrici si muove sul terreno di una sorta di realtà parallela, tra inesattezze e imprecisioni. Un circuito che si autoalimenta e che è riuscito a far passare nell’immaginario collettivo l’idea di una fantomatica “privatizzazione dell’acqua”, costruendo quella che il professor Antonio Massarutto ha definito “una bufala mediatica degna di Orson Welles”. Questo spostamento di prospettiva è scattato immediatamente. Una raffica di dichiarazioni ha trasformato un provvedimento tecnico, pensato per migliorare le procedure di affidamento alle società municipalizzate e renderle più trasparenti attraverso il meccanismo delle gare, nell’oggetto di una grande battaglia politica. Il decreto Ronchi è diventato immediatamente sinonimo di “privatizzazione dell’acqua”, un non-senso normativo utilizzato per fare leva sulle paure della gente e sollevare indignazione. Un tam tam impetuoso che ha omesso sistematicamente di rilevare come il testo stesso del decreto Ronchi abbia ribadito con forza che l’acqua è per legge un bene pubblico e nessuno ha intenzione di apporre il cartello “vendesi” attorno alle sorgenti italiane. Questo spostamento di prospettiva si è realizzato attraverso il ricorso a titoli e iperboli attestati sullo stesso tenore comunicativo: da un assertivo “Ci rubano l’acqua” all’evocativo “No ai vampiri dell’oro blu”; dal “No alla coca-colizzazione dell’acqua” fino al “Diritto di non vivere con l’acqua alla gola”. Senza dimenticare messaggi di contaminazione economico-religiosa come: “La privatizzazione dell’acqua è una bestemmia contro Dio” o “Salviamo Sorella Acqua”. Cosa è successo, dunque, nel dibattito giornalistico? Che la discussione tecnica è stata confinata su grandi giornali come il Sole 24 Ore e su quotidiani più tecnici come Mf o Italia Oggi, dove l’accoglienza al decreto è stata quasi sempre positiva. A livello più ampio, invece, è subentrata una mobilitazione ideologica dai toni “resistenziali”, portata avanti da un ventaglio di soggetti che hanno trovato un tema identitario, una sorta di “sostituto di opposizione”, e hanno deciso di cavalcarlo fino in fondo. D’altra parte è evidente che la materia si presta a una comunicazione d’assalto. L’acqua, infatti, ha significati simbolici facilmente intuibili attraverso cui si possono facilmente toccare corde profonde e inconsce dell’immaginario di ciascuno di noi. Ma torniamo alla campagna anti-decreto. Su quali mezzi si è concentrata questa offensiva di blocco? La comunicazione si è sviluppata su vari livelli e in maniera piuttosto efficace. Su alcuni dei giornali più ideologicamente schierati sono state confezionate inchieste tutte tese ad accendere i riflettori su presunte “storie di insuccesso” delle società private nella gestione dei servizi idrici. Uno schema che si è ripetuto anche in alcune trasmissioni televisive. Da questo tipo di messaggio è partito l’innesco autorevole per dare spunti e argomenti a un altro tipo di comunicazione, molto più capillare e basato sul passaparola. Stiamo parlando della grande mobilitazione dei social network, quindi la comunicazione dal basso. Su Facebook, ad esempio, circa 230 gruppi si sono attivati “contro la privatizzazione dell’acqua” per oltre 140mila aderenti. A questo bisogna aggiungere l’ampio capitolo dell’iniziativa che possiamo definire genericamente “politica” con manifestazioni pubbliche come quella del 20 marzo a Piazza Navona; riunioni improvvisate come i cosiddetti “flash-mob”, utili a intercettare ragazzi in una fascia d’età compresa tra i 15 e i 20 anni; il volantinaggio classico; la cartellonistica murale che è diventata protagonista anche della campagna elettorale. eagire a questa offensiva dal punto di vista comunicativo non è affatto facile. Innanzitutto perché le liberalizzazioni vengono percepite dalla classe politica come una sorta di investimento a lungo termine. In secondo luogo perché sulla questione dell’acqua è stato creato un dibattito così distante dalla realtà che è diventato complicato confrontarsi sui contenuti.

Con il ministro Ronchi quello che abbiamo cercato di fare è contrastare quella che abbiamo definito senza mezzi termini come una mistificazione comunicativa e un falso storico, ovvero la cosiddetta privatizzazione dell’acqua. Per fare questo abbiamo tentato di veicolare alcuni concetti di fruizione immediata attraverso interviste, editoriali a firma del ministro, risposte dettagliate a commenti altrui. Abbiamo anche utilizzato il sito, www.politichecomunitarie.it lanciando quella che abbiamo definito una “Operazione Verità”, con un documento di confutazione delle imprecisioni più grossolane ascoltate sul decreto Ronchi, impostato attraverso il meccanismo delle domande e risposte (“E’ vero che l’acqua viene privatizzata?” Falso…). Uno spazio in cui si è creato anche una sorta di dibattito aperto con i promotori del referendum.

Il punto fondamentale e centrale per noi è quello di sottolineare, in ogni occasione utile, che l’acqua è e resta un bene “di esclusiva proprietà pubblica” e nessuno potrà privatizzare le sorgenti o tantomeno l’acqua che è un bene demaniale e quindi indisponibile. Lo Stato, perciò, non può “vendere” l’acqua ai privati e i privati non possono acquistarla. A supporto di tutto questo abbiamo citato sistematicamente, il testo del provvedimento laddove recita che: “Tutte le forme di affidamento della gestione del servizio idrico devono avvenire nel rispetto dei principi di piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche, il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche, in particolare in ordine alla qualità e prezzo del servizio”. Insomma: ci saranno sì le gare ma queste riguarderanno esclusivamente la “gestione della distribuzione dell’acqua”, non la proprietà dell’acqua. Abbiamo anche fatto rilevare che in almeno due occasioni il centrosinistra aveva provato a centrare analogo obiettivo. Prima con il ddl Vigneri che arrivò vicino al traguardo nel 2001, poi con il più recente disegno di legge Lanzillotta. C’è poi il fronte delle esperienze degli altri Paesi. Molto spesso dai detrattori del decreto è stata sottolineata la scelta della municipalità di Parigi che ha optato per la ripubblicizzazione dell’acqua. Riguardo la situazione francese, però, un altro articolo è stato completamente ignorato. “Le Monde” ha, infatti, mostrato un’altra faccia della medaglia in un approfondimento intitolato: “Distribuzione dell’acqua: si risveglia la concorrenza, i prezzi si abbassano”. Secondo il quotidiano, in Francia, nell’ultimo anno, si è verificata una diminuzione media tra il 5 e il 9% delle tariffe e questo perché, cito testualmente, “il settore, che ha per molto tempo funzionato come un oligopolio, si è aperto alla concorrenza sotto la pressione delle scelte compiute a livello municipale”. Di questa indagine, sulla stampa italiana si è trovata poca o alcuna traccia. Altro argomento che abbiamo utilizzato è la critica al meccanismo dell’affidamento “in house”, fonte di sprechi scaricati sempre e comunque sui cittadini attraverso la fiscalità ordinaria. Una modalità di assegnazione piuttosto diffusa visto che le concessioni di questo tipo sono oltre il 50% in Italia, una percentuale che arriva fino al 76% al Sud. C’è poi l’argomento che per noi è in assoluto il più importante: lo scandalo di una dispersione idrica che mediamente oscilla tra il 30 e il 40%, percentuale che supera il 50% in alcune regioni. Per fare un paragone in Germania lo spreco si attesta al 7%. E tutto questo nel nostro Paese ha un costo calcolato in circa 2 miliardi e mezzo di euro ogni anno. Una percentuale variabile di anno in anno visto che ad esempio il censimento Istat delle risorse idriche a uso civile per l’anno 2008 ha rilevato che in Italia per ogni 100 litri di acqua erogata si prelevano 165 litri (quindi uno spreco del 39%). Una rete colabrodo, con picchi negativi nelle regioni del Sud, dove per erogare 100 litri di acqua ne servono quasi altri 100. Senza contare che proprio il Commissario Ue all’Ambiente ha lanciato un appello a tutti gli Stati membri per ridurre la dispersione idrica, puntando il dito proprio contro l’Italia. Secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente, infatti, l’Italia, preleva il 25% di tutte le risorse idriche disponibili e rientra fra i nove paesi in condizioni di “stress idrico”.

C’è poi l’aspetto delle tariffe. Il grido d’allarme è stato: “Ora i prezzi dell’acqua aumenteranno”. Timori a cui abbiamo cercato di replicare spiegando che l’obiettivo della riforma è tenere basse le tariffe tramite l’aumento dell’efficienza e la diminuzione della dispersione idrica. Ma a fronte di ipotesi sul futuro, ci sono alcune certezze acclarate su quanto accaduto nel recente passato con cui fare i conti. Dal 1998 al 2008 – con un sistema per il 90% in mano al pubblico – le tariffe sono infatti aumentate del 47%. E questo nonostante il principio del “full recovery cost”, previsto dalla Legge Galli, sia rimasto in larga parte disatteso, con la partecipazione indiretta della fiscalità ordinaria al sostegno delle tariffe. E questo significa che il costo dell’acqua è stato pagato in maniera non equa perché prescinde dal consumo. Altro filone comunicativo. Si è detto: ora parte l’assalto delle multinazionali alle nostre municipalizzate. Alla prova dei fatti, con l’ingresso del fondo F2i, fondo interamente italiano, in Iride, il primo effetto è stato quello della costituzione di un grande polo italiano. Quindi è accaduto l’esatto contrario di quanto era stato previsto. Quel che è certo è che su questa riforma il ministro Ronchi si è speso con decisione nella convinzione che la necessità di una industrializzazione del settore non sia più eludibile. Al momento, però, c’è ancora un tassello mancante: quello dell’Autorità di controllo, indipendente, con poteri reali e sanzionatori. Una necessità resa ancora più forte da un dibattito che si è sviluppato su binari accesi e irrazionali, tutto giocato sulle paure della gente. Una deriva comunicativa rispetto alla quale è fondamentale rispondere con fatti concreti, attraverso una corretta politica di indirizzo e controllo da parte dell’ente concedente e una efficace supervisione da parte di un soggetto di stampo nazionale che tuteli l’interesse generale del Paese e quello del cittadino. Una necessità su cui sono sicuro il ministro tornerà presto a insistere.

Fabrizio de Feo, portavoce del ministro per le Politiche Europee Andrea Ronchi

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