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giovedì 26 agosto 2010

Teheran pronta ad aiutare militarmente l'Hezbollah (Partito di Dio).

Leventualità di un nuovo conflitto tra Israele ed Hezbollah (o Hamas) sembra per il momento scongiurata. Allo stesso tempo, però, in Medio Oriente la tensione resta alta, e l’attivismo mostrato dall’Iran in questi giorni - così come i conflitti interni al Libano, e le difficoltà legate alla ripresa delle trattative tra israeliani e palestinesi - non promettono niente di buono. Partiamo dall’Iran.
A poche settimane dall’approvazione di una nuova tornata di sanzioni contro il regime di Ahmadinejad, Teheran mostra i muscoli: se il 23 agosto è stato presentato al mondo il primo drone (aereo militare senza pilota) di fabbricazione nazionale, ieri il ministro della Difesa iraniano Ahmad Vahidi ha tenuto a battesimo il Fateh 110, missile terra-terra di nuova generazione con una gittata di 193 km. La scorsa settimana, Vahidi aveva battezzato un altro missile - il Qiam - e aveva mostrato le nuove armi di cui può disporre l’esercito degli Ayatollah, tra cui due navi lanciamissili che verranno posizionate nello Stretto di Hormuz.

Dopo aver fatto i conti con i giovani dell’Onda Verde, il governo di Teheran continua inoltre a stringere le maglie della censura. Secondo un sito web vicino all’opposizione - ripreso dai principali media occidentali - il ministero della Cultura avrebbe vietato agli editori di testate giornalistiche di pubblicare nomi e foto dei leader dei partiti di minoranza, a partire da Moussavi, Karroubi e Khatami. Sul fronte internazionale monta intanto la preoccupazione per la sorte di Sakineh Ashtiani, la donna condannata a morte con l’accusa di tradimento e assassinio del marito: mentre sul web si moltiplicano le petizioni per chiedere l’abolizione della sentenza, Carla Bruni ha scritto una lettera alla prigioniera - “Sappiate che mio marito difenderà la vostra causa senza sosta”, assicura la Fist Lady - e sui social network ci si mobilita per protestare contro Ahmadinejad in occasione del suo viaggio a New York di fine settembre, quando il presidente iraniano parlerà all’assemblea generale delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro.

Ulteriori motivi di preoccupazione vengono poi dai rapporti tra Teheran e la leadership di Hezbollah. Tutto nasce da alcune dichiarazioni del leader della milizia sciita, Hassan Nasrallah, che ha invitato il governo libanese a chiedere aiuto militare ai Paesi amici stilando una lista degli armamenti necessari: “Tutti i Paesi arabi esprimono il loro amore per il Libano assieme ad altri Paesi amici, e per questo suggerisco che il governo determini il tipo di armi necessarie per equipaggiare l’esercito e sottoponga quindi le richieste agli Stati arabi”. La reazione di Teheran non si è fatta attendere: “La nazione libanese e anche il suo esercito sono nostri amici - ha risposto il ministro della Difesa iraniano Vahidi - e se ci fosse una richiesta ufficiale saremmo pronti a cooperare in ogni modo”. La notizia ha un certo peso, in quanto il governo di Ahmadinejad ha sempre dichiarato di sostenere Hezbollah esclusivamente sul piano politico: un accordo militare, dunque, ufficializzerebbe quello scambio di armi più volte denunciato da Israele.

Cavalcando proteste diffuse in diverse città libanesi contro i guasti alla rete elettrica nazionale, Nasrallah ha poi aperto un altro fronte molto delicato: “Chiedo al governo - ha detto il leader di Hezbollah - di studiare e discutere piani per la costruzione di una centrale nucleare”, finalizzata alla fornitura di elettricità ai libanesi e alla vendita di energia a paesi vicini come Siria e Giordania. L’ipotesi, alla luce del braccio di ferro che da anni contrappone l’Iran e la diplomazia internazionale, è potenzialmente esplosiva, e anche in questo frangente l’alleanza tra Beirut e Teheran non permette all’Occidente di dormire sonni tranquilli. Nella capitale libanese, intanto, è tornata la calma dopo i recenti scontri tra sostenitori di Hezbollah e attivisti dell’associazione umanitaria sunnita al-Abash: il bilancio degli scontri conta 3 morti e 11 feriti, e alcuni analisti leggono l’accaduto come un sintomo delle crescenti tensioni tra sciiti e sunniti nel Paese dei Cedri. Secondo il quotidiano “al Akhbar”, vicino a Hezbollah, gli scontri avrebbero addirittura “portato la capitale e il Paese sull’orlo della guerra civile”.

In attesa di sviluppi sui delicati rapporti tra il regime iraniano e il governo libanese, gli occhi del mondo restano puntati sull’incombente meeting tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente dell’Anp Abu Mazen. I due leader, chiamati da Obama a riprendere negoziati diretti, si troveranno a trattare partendo da posizioni molto distanti: sui colloqui, oltre al fallimento della conferenza di Annapolis voluta nel 2007 dall’ex-presidente George W. Bush, pesa lo spettro di Hamas, che governa saldamente parte del futuro Stato palestinese. Sarà l’ennesimo buco nell’acqua? Probabile: sul “Daily News”, del resto, l’ex ambasciatore alle Nazioni Unite John Bolton ha messo in discussione la stessa opportunità di riaprire forzatamente le trattative da parte di Washington. Se i negoziati saranno un fallimento, spiega Bolton, il risultato sarà “il declino dell’influenza statunitense in Medio Oriente” e Obama, già indebolito dalla situazione afghana e dall’inefficienza delle sanzioni contro l’Iran, rischia di trasmettere una “percezione di debolezza e incompetenza”. Bisogna valutare, in altre parole, se il gioco vale la candela.

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