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giovedì 21 ottobre 2010

"La giustizia non può diventare terreno di scontro politico"

Scriveva Aldo Moro, nel 1947, sulla rivista “Studium”: "Dovremmo sentire la necessità di dare alla democrazia un completo e concreto contenuto di operante solidarietà, mentre troppo spesso limitiamo le nostre cure e la nostra fiducia soltanto alle fredde e rigide linee di una democrazia puramente politica."

La solidarietà a cui accennava Moro, la necessità di porre al centro del sistema politico la persona e i problemi reali del paese, ritorna oggi, insistentemente, nei moniti del Presidente della Repubblica e, da ultimo, anche sul suo invito a realizzare una giustizia senza ritardi.

Si tratta di un allarme ripetuto, che ricorre insistentemente da almeno dieci anni, ma che sinora non ha prodotto quel «recupero di una piena funzionalità del sistema» richiesto, per l’ennesima volta, dal Capo dello Stato.

La ragione di ciò è, paradossalmente, sotto gli occhi di tutti. La giustizia è divenuta, negli ultimi anni, terreno di scontro politico, di vistose strumentalizzazioni, di dispute demagogiche, tutte di nessuna utilità, anzi dannose, ai fini dell’effettivo miglioramento di quei servizi di giustizia che lo Stato deve al cittadino.

Bisogna anzi prendere atto che, per l’attuazione in Italia dei principi del giusto processo, servirebbe non solo la migliore e ulteriore utilizzazione delle tecnologie informatiche, come pure auspicato dal Presidente Napolitano nel suo messaggio, quanto una vera e propria rivoluzione culturale.

Una rivoluzione che sarebbe, però, a portata di mano nel momento in cui la politica decidesse, finalmente, di seguire i suggerimenti che le categorie (avvocati, magistrati, notai, consulenti del lavoro, per citarne solo alcune) stanno, inutilmente, dando da anni.

Il paradosso è, infatti, che a fronte delle divisioni e al dibattito senza fine della politica sui temi della giustizia, esistono da anni opinioni largamente condivise tra gli operatori su quelli che sono i problemi e le possibili soluzioni ai malanni del sistema processuale italiano.

Ed allora perché non chiedere alla professioni e alla magistratura di mettersi al lavoro per individuare le riforme veramente utili ? Perché non creare un tavolo di lavoro, depurato dalle diatribe politiche, in cui le professioni e la magistratura possano finalmente dire la loro, senza timore di fraintendimenti e al di fuori di strumentalizzazioni politiche ?

Qualcuno potrebbe sostenere che con ciò verrebbe leso il primato della politica.

Nulla di più sbagliato, considerando che il ruolo della politica dovrebbe essere, soprattutto, quello di saper ascoltare i cittadini, dando risposta e soluzione alle loro esigenze attraverso leggi e azioni di governo, indiscusso e indiscutibile onere e privilegio dell’esecutivo e del Parlamento.

“Nel perseguimento della giustizia le istituzioni svolgono inevitabilmente un ruolo decisivo. La corretta scelta in materia di istituzioni costituisce un punto nodale nel non facile impegno per incrementare la giustizia. Riflettendo sull’idea di democrazia essa può intendersi come ‘governo per mezzo del dibattito’. La democraticità va valutata non solo in base alle istituzioni formalmente esistenti, ma anche all’effettivo spazio concesso alle diverse voci delle varie componenti sociali”. Ce lo insegna Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, e ci piacerebbe che qualcuno, in Italia, se ne ricordasse.

di Stefano Amore Vice Segretario Magistratura Indipendente

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