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giovedì 23 dicembre 2010

Analisi de Il principe di Machiavelli


Niccolò Machiavelli nasce a Firenze il 3 maggio 1469, in una realtà storico-politica complessa. Siamo a cavallo tra il XV e XVI secolo e la situazione dell'Italia si fa sempre più drammatica, frantumata in diversi principati e stati regionali, in conflitto tra di loro e al contempo dilaniati da frequenti tensioni interne. Il quadro storico che fa da sfondo al suo primo affacciarsi alla vita civile è quello, dopo la morte di Lorenzo il magnifico, della Firenze repubblicana, Savonarola e post-piagnona, e quindi nuovamente medicea. Inoltre importanti furono le incursioni francesi e spagnole in territorio italiano e le interminabili tensioni tra i vari stati della penisola. Machiavelli, svolgendo numerose cariche diplomatiche e amministrative, è a diretto contatto con la difficile condizione italiana. Inviato a più riprese presso le potenze estere come incaricato d'affari, svolge con intelligenza e saggezza le sue missioni. E' designato pure a trattare numerosi affari e questioni presso varie città italiane, Pisa in primo luogo. Dopo l'assunzione a segretario della seconda cancelleria, egli trascorre più tempo in viaggi che negli uffici. Da tutte le legazioni egli ricava senza dubbio importanti lezioni di vita e di politica, fondamentali per la formazione della sua personalità e soprattutto del suo pensiero. Con le missioni e i vari incarichi si arricchiscono giorno dopo giorno in Machiavelli l'esperienza politica e la conoscenza di uomini e situazioni. La forzata sosta a partire dal 1512, con la destituzione e l'esilio, spinge Machiavelli a riversare tutto il suo interesse e la sua passione politica nell'attività teoretica, elaborando un'innovativa visione della politica, che pone le salde fondamenta per quella moderna. Egli, distaccandosi dalla linea ideale tipicamente umanista, si orienta verso la feconda tendenza realistica diretta alla rappresentazione più oggettiva della realtà, del quotidiano, all'osservazione attenta e spregiudicata del reale in ogni suo aspetto. Per Machiavelli il mondo reale è quello della storia e della politica: in questi due campi concreti egli affonda l'arma della sua intelligente analisi e del suo spirito pratico, per cogliere nella loro verità i fatti e le azioni degli uomini, prescindendo da ogni visione religiosa e trascendente e da ogni valutazione di natura morale. Per lui la storia e la politica altro non sono che gli uomini reali nelle ragioni e nelle finalità del loro agire, gli uomini di ieri (storia) e di oggi (politica) studiati sulla base di quanto scritto dagli autori antichi e alla luce dell'esperienza diretta. Machiavelli intuisce una sostanziale continuità tra la storia antica e i fatti contemporanei, ovvero tra storia e politica. La storia è il modello perenne a cui il politico può attingere. Essa è il piano e il frutto dell'agire umano autonomamente concepito, reso indipendente da presupposti morali e religiosi, è il prodotto dell'attività dell'uomo con finalità intrinsecamente pratiche.
Il Principe è un’operetta molto breve, scritta in forma concisa e incalzante, ma densissima di pensiero; si articola in ventisei capitoli, di lunghezza variabile, che recano dei titoli in latino, secondo la consuetudine trattistica di quel periodo. La materia è divisa in diverse sezioni. Nei capitoli dal I all’XI si esaminano i vari tipi di principato e mira ad individuare i mezzi che consentono di conquistarlo e mantenerlo, conferendogli forza e stabilità. Machiavelli distingue tra principati ereditari, a cui è dedicato il II capitolo, e nuovi; questi ultimi a loro volta possono essere misti, aggiunti come membri allo stato ereditario di un principe, capitolo III, o nuovi del tutto, capitolo IV e V; a loro volta questi possono essere conquistati con la virtù e con armi proprie, capitolo VI; oppure basandosi sulla fortuna e su armi altrui, capitolo VII in cui viene proposto come esempio il Duca Valentino. Il capitolo VIII tratta di coloro che giungono al principato attraverso scelleratezze; qui il Machiavelli distingue la crudeltà in due modi: bene e male. La “crudeltà bene” è quella impiegata solo per assoluta necessità e che si conviene nella maggiore utilità possibile per i sudditi; mentre la “crudeltà male” è quella che cresce col tempo anziché cessare ed è compiuta per l’esclusivo vantaggio del tiranno. Nel capitolo IX si affronta il principato civile, in cui il principe riceve il potere dai cittadini stessi; nel X si esamina come si debbano misurare le forze dei principati e nell’XI si parla dei principati ecclesiastici, in cui il potere è detenuto dall’autorità religiosa, come nel caso dello Stato della Chiesa. I capitoli dal XII al XIV sono dedicati al problema delle milizie. Machiavelli giudica negativamente l’uso degli eserciti mercenari perché combattevano solo per denaro, sono infidi e pertanto costituiscono una della cause principali della debolezza degli stati italiani e delle pesanti sconfitte da essi subite nelle recenti guerre; per il Machiavelli la forza di uno stato consiste soprattutto nel poter contare su armi proprie, su un esercito composto dagli stessi cittadini in armi, che combattono per difendere i loro averi e la loro vita. Nei capitoli dal XV al XXIII tratta dei modi di comportarsi del principe coi sudditi e con gli amici. E’ la parte in cui il rovesciamento degli schemi della trattatistica precedente è più radicale e polemico, in cui Machiavelli, anziché esibire il catalogo delle virtù morali che sarebbero auspicabili in un principe, va dietro alla scelta effettuale delle cose. Sono questi capitoli che hanno immediatamente suscitato più scalpore, e hanno tirato per secoli su Machiavelli l’esecrazione e la condanna. Il capitolo XXIV esamina le cause per cui i principi italiani, nella crisi successiva al 1494, hanno perso i loro Stati. La causa per lo scrittore è essenzialmente l’ignavia dei principi, che nei tempi quieti non hanno saputo prevedere la tempesta che si preparava e porvi i necessari ripari. Da qui scaturisce naturalmente l’argomento del capitolo XXV, il rapporto tra virtù e fortuna, cioè la capacità, che deve essere propria del politico, di porre gli argini alle variazioni della fortuna, paragonata ad un fiume in piena che quando straripa allaga le campagne e devasta i raccolti e gli abitati. L’ultimo capitolo, cioè il XXVI, è un’appassionata esortazione ad un principe nuovo, accorto ed energetico, che sappia porsi a capo del popolo italiano e liberare l’Italia dai barbari.
La vasta esperienza che Machiavelli ebbe modo di approfondire sugli affari di stato e di governo lo portò a delineare la figura di un governante ideale, in grado di reggere uno stato forte e di affrontare con successo sia gli attacchi esterni sia le sollevazioni dei sudditi all'interno. Nella maggior parte dei suoi scritti tratteggiò un'analisi politica molto realista della situazione a lui contemporanea, confrontandola con esempi tratti dalla storia, soprattutto da quella romana.
Nella sua opera più famosa, Il Principe (1513-14, ma pubblicato a stampa solamente nel 1532), analizzò i vari generi di principati e di eserciti, e cercò di delineare le qualità necessarie a un principe per conquistare e conservare uno stato, e per ottenere il rispettoso appoggio dei sudditi. Secondo Machiavelli, ciò che permette a un principe di mantenere il controllo del proprio stato non va cercato in un comportamento corretto o morale; occorre bensì guardare la "realtà effettuale della cosa": se questa è dominata dalla lotta, il principe dovrà imporsi con la forza.
L'affermazione, che è stata spesso interpretata come una difesa del dispotismo e della tirannia di principi quali Cesare Borgia, si basa sulla convinzione che chi governa non debba essere vincolato dalle tradizionali norme etiche: è meglio essere amato che temuto, oppure è meglio il contrario? La risposta è che sarebbe auspicabile essere entrambe le cose ma, dovendo scegliere, poiché risulta difficile unire le due qualità, per un principe è molto più sicuro essere temuto che amato. Il concetto è così tradotto nell'asciutta prosa di Machiavelli: "Nasce da questo una disputa: s'elli è meglio essere amato che temuto, o 'l converso. Respondesi, che si vorrebbe essere l'uno e l'altro; ma, perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell'uno de' dua".
Secondo Machiavelli, un principe dovrebbe interessarsi solo del potere e sentirsi vincolato solo da quelle norme (tratte dalla storia) che conducono le azioni politiche al successo, superando gli ostacoli imprevedibili e incalcolabili posti in gioco dalla Fortuna.

Primo capitolo

È una sintesi di tutta la trattazione;l’esordio è classificatorio:una volta distinte le forme di governo, viene brevemente delineata la tipologia dei principati, che possono essere ereditati o nuovi:per nuovi si intende sia misti (formati dalle aggiunte di nuove conquiste) o del tutto nuovi.Come esempio di principato del tutto nuovo viene riportato quello della conquista di Milano da parte del capitano Francesco Sforza, mentre come esempio di principato misto viene riportata la conquista dei Napoli da Ferdinando il cattolico.Infine vengono elencati i mezzi per realizzare tale conquista.
Terzo capitolo

Si considerano i principati misti.Machiavelli valorizza la sua esperienza personale nella segreteria e nella concezione d’esemplarità della storia romana. L’occupazione di Milano serve a esemplificare le difficoltà dei principi nuovi. La condotta tenuta dai romani serve ad additare a ogni principe saggio la condotta da tenere nelle regioni conquistate.Balza in primo piano la necessità di prevenire tempestivamente gli ostacoli futuri.
Sesto capitolo

Illustra la situazioni di coloro che al principato pervengono con armi proprie.L’attacco del capitolo segna una svolta:si avvia la discussione sui principati del tutto nuovi, sia per dinastia che per tipo di governo. L’attenzione si sposta sulla ricerca della corretta azione politica.Per raggiungere tale obbiettivo bisogna ispirarasi ai grandissimi esempi di Mosè, Ciro. Teseo, Romolo, i quali seppero istituire i nuovi ordini. Come esempio negativo viene citato Savonarola che non ricorse all’uso della forza, ritenuto necessario da Machiavelli perché tutti e’ profeti armati vinsono, e li disarmati ruinarono
Settimo capitolo

Coloro che conquisteranno una stato con l’aiuto altrui, lo manterrano con grandissime difficoltà. Lo Stato così realizzato è paragonabile ad un albero cresciuto troppo in fretta, privo delle radici e vulnerabile alla prima tempesta.Nelle cose dello stato però, è posibile forzare i tempi e combattere nelle più estreme difficoltà. A rappresentare adeguatamente il caso limite è il Valentino, indicato come modello da chi voglia fare e mantenere uno stato, ma anche lui, fondandosi sulla fortuna altrui, ruina, sebbene avesse sterminato i suoi avversari e avesse cercato d’essere previdente rispetto al futuro:per far eleggere in successione al padre un papa non ostile, tentò di controllare il seggio, tentò di costruire un vasto stato centro italiano.Tuttavia sia il padre che lui si ammalarono troppo presto.Un errore fatale fu quello di non aver ostacolato l’elezione di Giulio II Della Rovere
Nono capitolo

A favorire il privato cittadino nella conquista dello stato è il consenso del popolo o quello dei ceti medi. Ricorrendo ad un termine caro alla propria concezione biologica e naturalistica della società, Machiavelli due umori in seno alle lotte sociali:il popolo e i grandi: si tratta di due appetiti antagonisti: quello del popolo che resiste all’oppressione e quello dei grandi che vuole opprimere. Chi perviene al principato con il consenso dei grandi mantiene il potere con maggiore difficoltà rispetto a cxhi gode del consenso popolare.
Quindicesimo capitolo

Ha inizio la riflessione sulla concreta prassi politica.Il principe che voglia mantenere deve essere buono o non buono a seconda della necessità. E’ perciò da respingere il catalogo delle qualità e dei vizi da perseguire o da fuggire, come compariva nella precedente trattazione politica.Sul terreno della prassi politica ciò che talora è qualità, altre volte può essere vizio.Il vizio adoperato per difendere lo stato risponde ad un’esigenza collettiva.Le virtù morali usate a sproposito risultano causa di ruina
Diciottesimo capitolo

Machiavelli con una figura biologica disegna due diversi modi di combattere:quello dell’uomo e quello della bestia.Il primo ha come risulatato le leggi, il secondo la violenza.Quando le leggi non sono sufficienti si deve ricorrere alla violenza. Poiché il principe deve per necessità impiegare anche la parte bestiale, Machiaveli illustra in due modi in cui essa si manifesta:ricorre alle figure della volpe e del leone, immagini dell’astuzia accorta e simulazione e dell’impeto violento, con i quali è possibile evitare i tranelli e vincere la violenza degli avversari.Per il principe è più utile simulare pietà, fedeltà, umanità che osservarle veramente.Le doti etiche sono pure illusioni nella lotta politica.Il dovere del principe è vincere e mantenere lo stato.Il volgo guarderà solo le apparenze, mentre pochi che non giudicheranno dalle apparenze non riusciranno a imporsi perché la maggioranza è dalla parte del principe.
Venticinquesimo capitolo

La fortuna è arbitra di metà delle azioni umane mentre l’altra metà resta nelle mani degli uomini;la fortuna è paragonata ad un fiume rovinoso che allaga le pianure e distrugge gli alberi e le case: gli uomini previdenti devono disporre per tempo gli argini. Tuttavia si possono vedere principi salire al potere o rovinare senza che essi abbiano modificato il proprio comportamento, Machiavelli ricorre alla mutevolezza continua delle circostanze storiche e della fortuna, non ruina colui che riesce a mettersi in sintonia con la qualità dei tempi.

E' in questa nuova e innovativa ottica, che Machiavelli si dedica alla stesura del Principe, l'emblema della nuova concezione machiavellica.
L'opera, in quanto forma letteraria, è da ascrivere al genere didascalico e, all'interno di questo, al sottogenere della trattatistica; come tale, si rifa a una tradizione che risale al medioevo, ma che per le sue novità tematiche e metodologiche, invece, si proietta verso la più ardita modernità e anticipa la moderna saggistica e trattatistica politica.

Il Principe si compone di una Dedica e ventisei capitoli di varia lunghezza.
Come per ogni opera, anche per il Principe si può parlare di genesi esterna e di genesi interna, intendendo con la prima, le ragioni più immediate ed estrinseche che ne ispirano la stesura e con la seconda, le ragioni più intime e profonde, quelle che affondano nella personalità e nella formazione culturale dell'autore. Le cause esterne sono da ricercare, quasi sicuramente, nella notizia diffusa in quegli anni circa il disegno politico del papa mediceo Leone X: il papa accarezza il progetto di dar vita ad uno stato per i nipoti Giuliano e Lorenzo e quindi Machiavelli sembra essere spinto sia dalla volontà di riconquistare il favore dei Medici, sia soprattutto dal fatto che intravede con chiarezza la possibilità reale dell'azione di un principe come egli prefigura. Le ragioni più profonde dell'ispirazione coincidono con le due coordinate fondamentali della formazione e della meditazione politica di Machiavelli: lo studio e l'interpretazione della storia antica, di quella romana in particolare e l'esperienza della realtà contemporanea, frutto di 15 anni di servizio pubblico nei vari uffici e incarichi.

Il Principe rappresenta il culmine raggiunto dal processo di "fondazione" della scienza politica, in cui Machiavelli si propone di voler considerare la politica e lo Stato esclusivamente come realtà di fatto, come verità "effettuali", per poi esaminare la natura ed affermare decisamente la piena autonomia della politica da ogni altra forma di attività. Machiavelli traccia la figura del perfetto uomo politico: colui che sa raggiungere il fine che si propone, che sa adeguare la sua azione alle norme proprie dell'agire politico, diverse da quelle della morale, e sa fondare e mantenere lo stato.

Numerose sono le tematiche toccate dall'autore nella stesura dell'opera:

- Guerra e pace
La pace è fondata sulla guerra esattamente come l'amicizia è fondata sull'uguaglianza, quindi in ambito internazionale l'unica uguaglianza possibile è l'uguale potenza bellica degli Stati. La forza della sopravvivenza di qualsiasi Stato (democratico, repubblicano o aristocratico) è legata alla forza dell'esercizio del suo potere, e quindi deve detenere il monopolio legittimo della violenza, per assicurare sicurezza interna e per prevenire una 'potenziale' guerra esterna. (in riferimento ad una delle lettere proposte al Consiglio Maggiore di Firenze (1503), con la speranza di Machiavelli di convincere il Senato fiorentino l'introduzione di una nuova imposta per rafforzare l'esercito, necessario per la sopravvivenza della Repubblica Fiorentina)

- Virtù-fortuna
La virtù e la fortuna sono due forze e la politica rappresenta il campo di scontro tra di esse.
Per l'instaurazione e la conservazione di uno stato sono indispensabili le virtù di un singolo, del principe appunto. La virtù in senso machiavellico è essenzialmente politica, riguarda il cittadino ed è rivolta a beni e conquiste pratici e terreni. Ma è pure intesa nel senso antico di virtus, cioè come insieme delle qualità proprie del vir, dell'uomo forte, capace, attivo: la forza, l'energia, il dinamismo, che possono qualificare azioni e comportamenti anche in contrasto con la morale cristiana. Di contro all'esercizio di tali virtù l'ostacolo principale è rappresentato dalla presenza di una forza oscura, che si frappone sempre fra l'agire umano e politico e che sfugge facilmente alla presa: la fortuna, la quale indica per Machiavelli il mutamento casuale e incontrollabile degli avvenimenti, e non un agente o un'entità soprannaturale e neanche, come la definisce Dante, ministra di Dio, della sua Provvidenza.
Machiavelli intende racchiudere in questo concetto tutto ciò che appartiene al caso, tutti gli elementi imprevedibili che sono presenti nella vita dell'uomo e che sembrano muovere e trasformare gli eventi al di la e a volte anche contro la volontà umana. Non si tratta comunque di una forza fredda e impersonale, ma è descritta come capricciosa e inconoscibile. Ma in ogni caso, alla virtù è assegnata la possibilità di far fronte alla fortuna. Machiavelli ritiene che l'intervento attivo degli uomini negli eventi non è necessariamente votato al fallimento. Le probabilità di successo dipendono dalla virtù di chi agisce, e il politico deve trovare in essa lo stimolo costante ed operare attivamente e coraggiosamente per frenare e limitare l'influenza della fortuna: contro la necessità del caso deve essere opposta la forza umana. La virtù umana si può poi imporre alla fortuna attraverso la capacità di previsione, il calcolo accorto. Nei momenti di calma l'abile politico deve prevedere i futuri rovesci e predisporre i necessari ripari.

- "Il fine giustifica i mezzi"
Il Principe prende le distanze dai trattatisti dell'Umanesimo, dai vari Alberti, Salutati, Pontano, e si discosta anche dai classici. Vista la differenza abissale tra come si vive e come si dovrebbe vivere, riconosciuta la natura malvagia degli uomini, l'autore decide di attenersi alla realtà, e di elaborare una nuova posizione governativa nell'ottica secondo la quale la politica rappresenta un territorio autonomo di studio. In questo senso trova spazio la massima "il fine giustifica i mezzi". Per Machiavelli tale dritta è da applicarsi solo ed esclusivamente nel settore politico che discerne da tutti gli altri ambiti. Egli ritiene che per acquistare e conservare il potere sia necessario scavalcare l'etica e la morale, e plasmare le proprie azioni sulla natura e sulle necessità dell'uomo. Per questo un buon Principe deve essere uomo, ma animale allo stesso tempo, racchiudendo in se le caratteristiche di 2animali simbolo: la volpe e il leone, nel senso che deve essere forte e autoritario, ma anche astuto e furbo. Machiavelli asserisce inoltre ch'egli debba, adattandosi al popolo, essere un bravo simulatore e dissimulatore, cioè far credere grandi qualità d'integrità e nascondere la proprio vera natura. Il principe, in sostanza, non può permettersi di essere buono, quando questo sia controproducente. La valutazione morale e le utili norme di comportamento viaggiano su strade separate. Non si tratta di una nuova morale, né di una doppia morale; si tratta piuttosto dell'
enunciazione dell'a-moralità come necessaria legge politica.

Se per la maggior parte delle sue tesi Machiavelli con il suo Principe si rende innovativo, originale e anche perspicace nel comprendere a fondo la realtà e nell'opporvi rimedi giusti e tuttora attuali rimedi, è vero anche che guardate da altre prospettive alcune delle sue teorie possono rilevarsi abbastanza inefficaci. Evidente è lo scontro tra il realismo della descrizione politica a lui contemporanea e l'utopia nella rappresentazione di un principe inattuale e quasi figura di un eroe mitologico.
Nella stesura del Principe si coglie inoltre una sorta di sopravvalutazione della virtù del Principe-Stato, inteso qui come il redentore di un peccato originale della collettività, risiede il limite più vistoso e storicamente determinato da Machiavelli: l'esasperazione individualistica del bene politico. Il Principe è solo a scagliarsi contro l'immane forza della natura e della fortuna; la storia è svolgimento di atti virtuosi o viziosi individuali, è la lotta in cui l'uomo vince o perde solo in grazia della sua abilità di rapporto con la realtà effettuale.

La “Golpe” e il “Lione”
Machiavelli esamina il problema della fedeltà o meno alla parola data.
Inizia affermando quanto sia degno di lode il principe che mantiene la parola data, però
tutti i grandi principi dei suoi tempi hanno tenuto poco conto di ciò.
Esistono due tipi di lotta politica:

Con l’ausilio delle leggi, metodo tipico dell’uomo

Con la forza, tipico delle bestie

Un principe non può affidare il suo potere solo ad uno di questi metodi ma devono usarli entrambi, anche gli scrittori classici affermano allegoricamente questo, scrivono infatti che i principi dei loro tempi erano educati da centauri, creature mitologiche metà uomo e metà cavallo.
Un principe deve prendere a modello, tra gli animali, la volpe, simbolo di furbizia, e il
leone, simbolo di forza.
Non può un signore osservare la parola data quando questa gli sia sfavorevole o quando
siano esaurite le ragioni di tale promessa. A motivazione dice:
1. Se gli uomini fossero tutti buoni ciò sarebbe sbagliato, ma poiché sono malvagi e non
manterrebbero la parola data a te, anche tu non ne hai l’obbligo
2. Non sono mai mancati, ne mancheranno, a un principe pretesti legali per giustificare la
mancata osservanza della parola data
Ritiene però necessario mascherare bene l’essere “volpe” in modo che colui che inganna

troverà sempre chi si lascerà ingannare, ad esempio Alessandro sesto.
Ad un principe, quindi, non è necessario essere fedele, umano, pietoso, religioso e onesto,
qualità che potrebbero risultargli dannose, ma è necessario che lo sembri.

Un signore non può osservare tutti i principi per i quali vengono definiti buoni gli uomini, deve, quando necessario, operare contro questi principi e deve sapersi volgere a seconda del caso e delle circostanze.

Deve quindi un principe dire sempre parole piene delle cinque qualità soprascritte, soprattutto religiosità, in quanto quasi tutti vedono quello che si sembra (le persone volgari si lasciano sempre convincere dall’apparenza delle cose o dalla riuscita delle azioni), o che si vuol sembrare, ma pochi vedono quello che si è realmente. Questi non potranno opporsi all’opinione dei molti soprattutto se difesi dallo stato. Esempio Ferdinando il Cattolico, re di Spagna.
Grazie e alla prossima se vuoi puoi leggere la mia seconda analisi sul Il Principe.

1 commento:

  1. L'affermazione "il fine giustifica i mezzi" non è di Machiavelli!

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