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giovedì 23 dicembre 2010

La 2° analisi de Il Principe di Machiavelli

Leggi la mia 1° analisi su il Principe.
In questa mia 2° analisi, molto più meno tecnica, il "Principe" espone fondamentalmente le norme che sono necessarie a un sovrano per fondare uno stato e conservarlo. Ad esempio, il Machiavelli dice che un principe deve preferire l’essere temuto all’essere amato; deve sacrificare la virtù all’interesse dello stato; deve, quando lo richiedono le necessità politiche, saper anche mancare la parola data: mi rendo conto che erano tristi mezzi, ma in quei tempi burrascosi e movimentati si credevano necessari per raggiungere il grande scopo che l’autore faceva oggetto delle sue meditazioni: l’unificazione dell’Italia. La teoria che il fine giustifica i mezzi, fu più tardi criticata e ritenuta immorale, ma, per me, il Machiavelli ha voluto andare dietro alla realtà vera delle cose, ha cioè considerato le cose come sono e non come dovrebbero essere. Non è già che egli non apprezzi la virtù, ma in quell’età di prepotenze e di violenza soltanto un principe energico e senza scrupoli avrebbe potuto far dell’Italia uno stato unito e potente. Ed è proprio questo l’ideale che sta in cima ai pensieri di Machiavelli. Passiamo ad analizzare il libro nei suoi vari capitoli: si comincia con una dedica al Magnifico Lorenzo De’ Medici il Giovane. E’ impossibile che il Machiavelli riconosca in questo mediocre signore il suo principe ideale. La lettera è perciò diretta all’uomo così virtuoso che sappia attuare i suoi insegnamenti. Nel primo capitolo si parla di che tipo sono i principati e come si conquistano. Possono essere ereditari o nuovi, ma tra i nuovi si distinguono quelli nuovi del tutto, come Milano con Francesco Sforza, o quelli che vengono aggiunti ad un principato che li conquista, come Napoli col re di Spagna. Si conquistano o con le proprie armi o con quelle di altri, o per fortuna o per virtù. Il Machiavelli mette alla base del successo di ogni azione umana la fortuna, elemento superiore alla volontà umana, e la virtù, la somma delle capacità personali. Comunque per il Fiorentino, l’uomo virtuoso può vincere gli ostacoli postigli dalla fortuna. Egli, insomma, considera la fortuna come un’occasione che l’uomo virtuoso sa sfruttare. Quindi il secondo capitolo tratta in particolare dei principati ereditari e il terzo dal titolo "I Principati Misti", di quanto sia difficile mantenere un principato nuovo, come accadde a Luigi XII con li ducato di Milano. In questo capitolo parla anche di due tipi di principati misti: quelli vicini e simili per usanze al principato conquistatore, che sono anche i più facili da mantenere, e quelli lontani e diversi, che sono i più difficili. Secondo Machiavelli, la cosa migliore per conservare il secondo tipo di principato, è che vengano mandate delle colonie e che il principe vi risieda, cosa appunto che Luigi XII non fece. E’ in questo capitolo che si nota il pensiero politico del Machiavelli: il popolo in armi può respingere anche il più agguerrito degli eserciti. Nel quarto capitolo egli spiega perché il regno di Dario non si ribellò ai successori: era un regno assoluto, cioè le difficoltà venivano nel conquistarlo, in quanto il popolo, unito e senza idea di ribellarsi, era sottomesso e comandato sempre da un solo principe, e quindi era più difficile da corrompere, ma una volta assoggettato e distrutta la dinastia del regnante non c’era più nessuno che possedesse autorità sul popolo. Al contrario l’altro tipo di regno, quello secondo il sistema francese, era più facile da conquistare, in quanto il re viveva in mezzo a una moltitudine di signori amati e riconosciuti dai rispettivi sudditi. Questi baroni, sempre scontenti, potevano aprirti la strada per la conquista, ma una volta conquistato il regno e distrutta la famiglia regnante potevano anche capeggiare delle rivolte. Il quinto capitolo descrive il modo in cui si debbano governare quelle città e quei principati, che prima di essere conquistati erano libere e avevano leggi proprie. Il Machiavelli ci da tre metodi: distruggerla totalmente, come fecero i Romani con Capua, Numanza e Cartagine. Questo è il metodo più efficace; andarci a risiedere personalmente o creare all’interno di essi un governo costituito da amici, come gli Spartani con Atene e Tebe, che però persero. Nel sesto capitolo si parla di quanto sia più stabile un principato nuovo conquistato con le proprie armi e capacità, cioè con la virtù, di uno conquistato con la fortuna. Questo lo dimostrano gli esempi di Ciro, Romolo, Mosè. Il settimo capitolo parla della fragilità dei principati conquistati con la fortuna, come Cesare Borgia che, persa la fortuna (appoggio del padre papa Alessandro VI), perse anche lo stato. Tra i vari metodi per conquistare uno stato c’è anche quello attraverso l’omicidio del regnante precedente come fece Agatocle siracusano. In questo capitolo, l’ottavo, si nota anche la distinzione tra crudeltà momentanea, necessaria e crudeltà permanente, non necessaria. Machiavelli parla di principato civile quando un privato cittadino, aiutato dal popolo o dai nobili, diventa principe della sua patria. Questo è l’argomento del nono capitolo. Vi sono delle differenze se si diventa principe con l’aiuto del popolo o dei nobili: con l’aiuto dei nobili si hanno maggiori difficoltà perché essi si considerano uguali al principe, però sono più facile da sconfiggere perché sono pochi. Comunque la cosa principale, in un caso o nell’altro, è farsi subito amico il popolo. Quando non si possiedono delle forze militari proprie, bisogna anche sapersi difendere, rafforzando le proprie fortificazioni e attuando una tattica difensiva, ma un tale principato non si può reputare forte (cap. X). Vi sono anche dei principi che possiedono stati che non governano e sudditi che non comandano. Questi sono i principi ecclesiastici. Le uniche difficoltà che trovano si presentano prima di possedere il regno, ma dopo le istituzioni religiose, con la loro forza, aiutano il principe a restare al potere anche se non fa niente. In questo capitolo, l’undicesimo, Machiavelli fa anche delle considerazioni sui vari papi che si sono succeduti e sulla stima che hanno suscitato: prima di Alessandro VI, il papato godeva di poco credito, ma con tutto quello che egli fece per il figlio Cesare Borgia, di cui abbiamo parlato prima, finì, alla morte sua e del figlio, per avvantaggiare il papato che ne ereditò le conquiste. Poi venne il tempo di Giulio II che oltre a trovarsi uno stato della Chiesa molto grande, escogitò un modo per fare soldi mai attuato prima: la vendita delle indulgenze. Egli inoltre conquistò Bologna, sottomise i Veneziani e cacciò i Francesi dall’Italia. Affinché un principato sia solido deve posare su buone fondamenta, ovvero buone leggi e buoni eserciti. Questo capitolo (XII) tratta degli eserciti. Essi possono essere propri o mercenari, ausiliari e misti. Per il Machiavelli le milizie mercenarie costituiscono uno dei più gravi inconvenienti per i principi che se ne servono, perché poco fedeli e interessate solo allo stipendio. Tutta la sua opera di storico e di scrittore politico è una battaglia contro le compagnie di ventura. Egli parla anche di Venezia e Firenze che accrebbero il loro potere grazie a truppe mercenarie. Accadde ciò solo per una serie di condizioni favorevoli. Le truppe di tipo ausiliario (cap. XIII), cioè quelle fornite da regni stranieri, sono le peggiori, in quanto se perdi è la tua rovina e se vinci ai il rischio che ti facciano loro prigioniero e che non se ne vadano più via come successe all’imperatore di Costantinopoli con diecimila Turchi. Tra l’altro sono anche più unite e organizzate di quelle mercenarie. Il quattordicesimo capitolo verte sul rapporto tra il principe e le armi in generale: l’unico compito che un principe deve assolutamente svolgere per tenersi lo stato che sta comandando è dedicarsi alle armi anche in tempo di pace, come fece Francesco Sforza diventando, da semplice cittadino, duca di Milano. Per tenersi in allenamento deve praticare spesso la caccia e imparare a conoscere la natura dei luoghi dove vive. Un buon principe deve saper imitare quello che in passato fecero i principi migliori, come Alessandro Magno con Achille e Scipione con Ciro. L’autore porta come esempio di principe perfetto Filipomene, che dovunque andasse si interrogava sul modo, in quella situazione, per ritirarsi, per rincorrere il nemico ritirato e per attaccare. Comincia dal capitolo quindicesimo l’esame delle qualità spirituali del principe che costituisce il problema centrale del trattato. Il Machiavelli afferma in questo capitolo che un principe, per restare al potere, deve comportarsi anche in maniera non buona senza curarsi della cattiva fama derivata da questo comportamento. Infatti è inevitabile che un uomo che si vuole comportare da buono in mezzo a gente non buona vada in rovina. Per l’autore, un principe si deve mettere sullo stesso piano morale di chi governa. Nel sedicesimo capitolo si parla della munificenza e della parsimonia. La munificenza è considerata in maniera negativa: all’inizio ti fa avere una buona fama, dopo, finiti i soldi, ti costringe a imporre tasse e quindi ad essere odiato dai sudditi e poco stimato dagli altri per la povertà. L’unico momento in cui bisogna essere munifici è quando ci si impadronisce di beni altrui, come fecero Ciro e Cesare. La parsimonia invece, anche se all’inizio non ti farà godere di buona fama, dopo, vedendo che si è capaci di difendersi e di conquistare anche senza gravare sulla popolazione, ti farà considerare uomo generoso. Vengono citati gli esempi di Papa Giulio II che usò la munificenza solo per salire al potere, dedicandosi dopo alla guerra, Luigi XII che riuscì, per la sua grande parsimonia, a fare tante guerre senza tasse extra. Insomma uno dei vizi più importanti che aiutano a regnare è la taccagneria. Il diciassettesimo capitolo è incentrato sulla domanda: meglio essere amati piuttosto che temuti o temuti piuttosto che amati? Per il Fiorentino un principe, per tenere i suoi sudditi uniti e fedeli, può essere ritenuto crudele e deve essere temuto al punto da non essere né odiato né amato. Comunque la crudeltà è indispensabile in guerra. Nel diciottesimo capitolo si parla di lealtà. Essa è una cosa molto lodevole, ma non necessaria al compimento di grandi imprese, anzi l’esperienza insegna che coloro che non si sono curati della lealtà hanno sempre prevalso. In questo capitolo sono elencati anche due metodi di combattimento quello con le leggi e quello con la forza. Questi due metodi si completano a vicenda e un buon principe deve possedere tutti e due. Gli uomini guardano molto alle apparenze, quindi un buon regnante deve apparire leale, clemente, religioso, onesto e umano anche se non lo è, ma deve essere sempre pronto a mutarsi nell’esatto contrario. Insomma un principe deve badare al risultato non ai mezzi con cui ci arriva. Il diciannovesimo capitolo è come un riassunto di tutte le caratteristiche che un principe deve avere per farsi ben volere: non deve appropriarsi delle cose del popolo, non deve essere superficiale, effemminato e pauroso, ma deve apparire coraggioso, grande e con molta forza di carattere. Qualora non offrisse questa immagine di sé, deve avere due paure: i sudditi e le potenze straniere. Dalle congiure l’unico aiuto può venire dal popolo, in quanto non sempre i congiurati rispecchiano il volere di tutti, invece per sconfiggere un nemico devi possedere un buon esercito. Come al solito il Machiavelli fa molti esempi storici di cui ne cito uno riguardante una congiura fallita: Messer Annibale Bentivoglio, principe di Bologna fu ucciso dai Canneschi. Subito dopo l’omicidio, il popolo di Bologna uccise tutta la famiglia dei Canneschi e mise a capo di Bologna un lontano parente del Bentivoglio, figlio di fabbro. In conclusione un principe deve stare attento a non inasprire i nobili e a soddisfare il popolo in modo da non temere le congiure. In questo capitolo, il ventesimo, si parla di quanto possa essere utile disarmare i sudditi o alimentare le fazioni popolari o costruire fortezze. Diciamo che per quanto riguarda il disarmo dei sudditi, si può rivelare positivo quando si è di fronte a un principe nuovo con un nuovo principato, in quanto vengono gratificati quelli che armi, mentre se agisci al contrario vengono offesi, invece quando un principe conquista un provincia è necessario disarmarla, escludendo naturalmente quelli che sono stati dalla tua parte, ma col tempo indebolendo anche quest’ultimi. Passando alle fazioni, per l’autore, le divisioni interne non sono state mai qualcosa di positivo, anzi rendono le città più fragili di fronte al nemico. Continuando con le fortezze fin dai tempi antichi si è avuta l’abitudine di edificare queste fortificazioni, ma gente più recente come Niccolò Vitelli e Guidobaldo da Montefeltro le smantellò. Perché questo? Il Machiavelli dice che chi ha più paura del popolo che dei nemici costruisce fortezze, chi il contrario non le costruisce e ribadisce dicendo che la fortezza più sicura è il non essere odiati dal popolo. Il capitolo ventunesimo parla ancora di come un principe possa dare una buona immagine di sé, un’immagine di uomo grande e di ingegno eccellente. In politica interna deve essere deciso, deve premiare o castigare in maniera esemplare. In politica estera deve farsi ammirare e deve stupire i sudditi con grandi imprese come Ferdinando d’Aragona, ma soprattutto deve sempre schierarsi a favore di qualcuno e mai restar neutrale in modo che il tuo alleato si senta legato da un patto di amicizia e di riconoscenza e non ti abbandoni mai. Per dare una buona immagine, il principe deve anche istituire delle feste e partecipare ai raduni di quartiere sempre però con grande maestà e dignità. Molto importante è anche la scelta dei ministri. Si nota da questa selezione l’intelligenza di un signore; circondandosi di uomini stolti, il giudizio su di lui non potrà essere mai buono. Questi ministri devono essere così devoti al loro signore da pensare prima a lui che a loro stessi e se un principe ha la fortuna di trovarne uno così se lo deve mantenere con doni e elogi. Il ventitreesimo capitolo parla degli adulatori. Un principe deve fidarsi solo di poche persone sincere e veritiere che avrà scelto all’interno del suo Stato. Deve sentire solo loro e comunque l’ultima decisione deve aspettare sempre a lui. Nel ventiquattresimo capitolo vi è come un rimprovero verso i principi italiani che persero il loro Stato, come Federico d’Aragona, il re di Napoli e Ludovico il Moro, duca di Milano. Le motivazioni sono varie, ma comuni: non possedevano un esercito proprio, erano detestati dal popolo o dai nobili. Colpa loro quindi, non della fortuna. Nel venticinquesimo capitolo il Machiavelli adopera una similitudine per descrivere la fortuna. Essa è come un fiume che quando è in piena distrugge tutto quello che trova, ma quando è calmo gli uomini possono creare argini in modo da incanalare e domare tale forza. Ma la fortuna dirige la sua furia dove sa che non sono stati creati argini per indirizzarla. Un principe, che vive fidando solo su di essa, all’improvviso può andare in rovina, questo perché la fortuna ha cambiato direzione. Quindi, per il Machiavelli ha successo colui che si adatta ai tempi. Dopo vari esempi questo capitolo si conclude con un’altra similitudine: la fortuna viene paragonata a una donna. Solo gli impetuosi la possono dominare. Infatti è compagna dei giovani, impavidi e meno cauti. L’ultimo capitolo è un’esortazione rivolta al principe di Casa dei Medici affinché riunisca l’Italia sanando le ferite, ponendo fine ai saccheggi e alle imposizioni fiscali che continuano a lacerarla. Contando che gli eserciti svizzeri e spagnoli non sono così terribili come si dice, egli potrebbe creare un terzo esercito che li vinca. Il Machiavelli conclude rassicurando che un nuovo regnante sarebbe accolto da tutti a braccia aperte. Gli ultime versi sono tratti da "Italia mia" del Petrarca. Appare come un ulteriore incitamento rivolto al nuovo principe proprio dal Petrarca anche se scritto circa duecento anni prima: La virtù affronterà la furia degli stranieri; il combattimento sarà corto perché l’antico valore che fu del popolo romano nei cuori italici non è ancora morto.
Grazie e alla prossima.

1 commento:

  1. Il destinatario dell'opera è Lorenzo de Medici "il giovane", che mai ebbe l'appellativo di "Magnifico" (quello apparteneva all'omonimo nonno). Inoltre era talmente mediocre da esiliare lo stesso Machiavelli, appena ripreso il governo a Firenze, poiché colluso con il precedente stato repubblicano ... Insomma, niente male come inizio di principato!

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