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venerdì 18 febbraio 2011

Eguaglianza nell'ottica di Jean-Jacques-Rousseau


Uomo e società

L'apporto rousseauiano alla Rivoluzione Francese consiste innanzitutto nell'idea di eguaglianza tra tutti gli uomini e nell'auspicio egualitario che ne consegue.
L'eguaglianza trova la sua radice nell'antropologia del filosofo ginevrino, in particolare nel valore che in essa assumono, in controtendenza rispetto al resto del pensiero illuminista, l'anima e con essa le passioni che vi sono racchiuse. Nel momento in cui l'anima acquista un valore proprio, indipendente dalla ragione o dalla collettività in cui l'individuo vive, anche l'uomo in sé assume un valore inedito, autonomo rispetto alla sua contestualizzazione sociale: ogni persona umana vale in quanto esiste, non a seconda del suo rapporto con gli altri. Ciò equivale a dire che, sebbene la società costringa gli uomini ad apparire nelle forme del contadino, del mendicante, del banchiere o del ministro, l'anima del singolo conduce un'esistenza originale e indipendente da tali definizioni esteriori.
Emergono chiaramente le conseguenze rivoluzionarie della presa di coscienza di questo fatto da parte dell'uomo: chi ha visto il proprio valore in quanto persona non può più accettare l'ordine sociale esistente che lo costringe in un ruolo riduttivo della sua dignità. La consapevolezza non ha qui come oggetto qualcosa di astratto, bensì la rappresentazione che l'uomo fa di sé al di fuori degli schemi sociali, nell'originario stato di natura.
Qual è allora il rapporto tra stato civile e di natura? La Rivoluzione Francese si interrogherà su questo problema, risolvendolo in senso decisamente democratico ed egualitario.

Evoluzione del pensiero illuminista

Occorre innanzitutto esaminare come si arrivi all'idea di eguaglianza all'interno del percorso complessivo dell'Illuminismo.
Il punto di partenza è squisitamente aristocratico: pochi sono coloro che, vicini alla ragione sovrana, modulano correttamente il proprio pensiero liberandosi sia dal pregiudizio sia dalle inclinazioni passionali ed egoistiche e sono per queste qualità in grado di dirigere il popolo ammaestrandolo, ove possibile, a superare le tenebre della superstizione. Questo ideale di umanità è rappresentato in buona parte della letteratura europea del XVIII secolo: nasce la tragedia di ambientazione romana, dove ad essere esaltate dono le doti di saggezza e equilibrio del saggio, contrapposte ai vizi da cui si fa sopraffare la massa. Al di là dell'erudito, del sovrano illuminato, c'è il popolo incolto, privo di buon gusto e per questo disprezzabile.
Solo in un secondo tempo si afferma un modello alquanto diverso: l'illuminazione non viene più messa in relazione con l'erudizione o con il cosiddetto esprit de finesse, ma con la pura e semplice facoltà umana di ragionare, orientandosi nei problemi quotidiani come in quelli proposti dalla storia. E' il possesso delle facoltà intellettuali a costituire il fondamentale parametro valutativo dell'uomo: l'ideale non è più l'erudito isolato, l'uomo alla moda. Esso è sostituito dall'uomo i quanto tale, ovvero in quanto dotato di ragione.
Si guarda allora alle masse, come portatrici di ragione potenziale e inespressa.

La democrazia mancata

Il secolo dei lumi trova quindi la sua formulazione in una democrazia fondata sull'uguaglianza delle capacità di cui gli uomini sono naturalmente dotati: ogni uomo è dotato di ragione, perciò è uguale agli altri nel suo valore intrinseco (indipendente dalla società). Almeno a livello di principio si ammette quindi l'opportunità che il popolo, una volta illuminato dall'alto, prenda da sé le decisioni politiche che lo concernono.
Nondimeno, anche quando i filosofi illuministi arrivano a teorizzare l'eguaglianza sulla base della facoltà di ragionare, tale concetto non si traduce mai in un sincero auspicio di democrazia che vada al di là della dichiarazione di principio di cui si è detto sopra.
Lo stesso Voltaire riteneva inevitabile operare una cernita tra uomini illuminati, dotati per questo di pieni diritti politici, e idioti, incapaci o effettivamente impossibilitati a esercitare la ragione. Da questo punto di vista egli si rivela molto realista, ma almeno parzialmente ipocrita rispetto al progetto illuminista di ammaestrare le masse illuminandone la mente e consentendo l'esplicarsi delle loro energie intellettuali.
Bisogna che la luce si espanda per gradi; quella dl basso popolo sarà sempre confusa… L'esempio di coloro che stanno sopra è per loro sufficiente.
Così si esprime Voltaire in una lettera a Longuet. L'aristocraticismo, uscito dalla porta, torna dalla finestra: non si basa sul sangue, né sul gusto, ma -paradossalmente- su quella stessa ragione di cui tutti sono dotati.

La novità di Rousseau

Rousseau rifiuta, si è detto, tutte queste gerarchie: l'eguaglianza non si fonda sulla ragione, ma sulla identità delle passioni che muovono l'anima degli uomini. Tutti provano la stessa gioia, lo stesso odio, tutti reagiscono allo stesso modo a dati stimolo; tutti hanno in sé una bontà originaria incancellabile.
Sono queste le tracce dell'uomo naturale che l'uomo civile trascina con sé, volente o nolente. Di fronte a questi caratteri genetici tutti gli uomini sono uguali: l'ineguaglianza nasce con l'ordine sociale ed è generalmente mantenuta entro quello politico.
Esiste una profonda consonanza tra il fondamento dell'egualitarismo di Rousseau e la concezione del popolo che nasce nella Rivoluzione Francese: eguali sono coloro che non si attribuiscono alcuna capacità che non possano avere anche gli altri, coloro che vivono in un orizzonte magari ristrettissimo, nutrendosi dei propri sentimenti prima ancora che delle manifestazioni della propria intelligenza. Essi sono vivi, hanno emozioni del tutto identiche a quelle di ogni altro uomo vivente e per questo sono uguali. L'umanità popolare è quella che più si avvicina alla condizione che fu dell'uomo di natura: essa è dunque quella che in massimo grado può godere di quella felicità che invece è negata all'uomo per l'uomo.

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