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lunedì 21 febbraio 2011

Hegel: la nascita dello Stato


Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831), principale esponente dell’idealismo tedesco, si pone come spartiacque nella storia moderna del pensiero politico, punto di svolta nel ciclo che segna le teorie dello Stato nel processo di nascita, trasformazione e crescita della società borghese. La riflessione precedente, dal Cinquecento all’Ottocento, aveva posto le fondamenta teoriche dello Stato, da Hegel in poi si assiste alla rivincita della società, alla subordinazione del politico alle forze sociali. Questo cammino, per risultare comprensibile, deve essere percorso nelle tappe di sviluppo fondamentali del pensiero dello stesso Hegel. Gli scritti politici e politico-religiosi hegeliani sono poco conosciuti e sembrano destinati più alla lettura del politico "professionista" che a quella del filosofo: in essi infatti si arriva allo Stato e a una filosofia del diritto partendo dalla politica moderna stessa, dal problema del fare e dell’agire e si definisce la difficile accettazione della la storia del tempo da parte di chi cerca di capire il mondo perché non può cambiarlo.

Hegel non è il grande teorico della democrazia e la sua presenza in uno studio su questa particolare categoria del pensiero e della pratica politica potrebbe sembrare inopportuna, ma è interessante la sua lettura del mondo greco, che dell’idea democratica è stata la culla, il modello che ne trae e l’interesse storico volto a comprendere come e perché si sviluppano in un dato momento certe istituzioni politiche e non altre. Il suo pensiero inoltre presenta una concezione dello Stato come tutto e prospetta l’ideale di un uomo integrale, che non riportano solo alla Grecia, ma alle questioni relative al ruolo del cittadino e dello Stato che ogni regime democratico si deve costantemente porre per evitare squilibri: la libertà, la funzione della religione, la proprietà sono categorie che devono essere prese in considerazione a maggior ragione da un sistema democratico che si ripromette di tutelare nel modo migliore e più completo i cittadini, senza soffocarli.

Lo stato di natura e l’ingresso della politica

La politica soggettiva, problema del giovane Hegel, non trova sistemazione nella maturità: è l’unico vero non conciliato della sua filosofia. Uno scritto su tutti emerge, la Costituzione della Germania (1801-2), composta con uno stile da manifesto politico, che racchiude le due facce del pensiero pratico: la critica dell’ideologia e il realismo politico, per comprendere "ciò che è". I più tendono infatti a considerare al di là dei fatti una incredibile quantità di concetti e fini e pretendono che ciò che accade sia conforme a questi. Una teoria dello Stato, per essere considerata reale non deve solo essere attuabile, deve coincidere con la realtà. I tedeschi, a detta di Hegel commettono proprio questo errore considerando la Germania ancora uno Stato sulla base del fatto che essa lo è stata una volta. Tuttavia la Germania non è più uno Stato o, meglio, lo è solo in teoria e non nella realtà: lo Stato in astratto è un organismo costituzionale che non ha alcuna forza e alcuna presa sul reale. L’errore è quello di considerare che ogni opera umana consapevole, mossa da giustizia e da ideali fantastici, possa reggere contro la più alta giustizia della natura e della verità, che invece piega gli uomini con il suo sviluppo necessario, con la determinatezza del destino. Non c’è potenza di uno stato senza politica che, da base degli organismi statali più deboli è diventata soluzione dei rapporti reciproci tra i più forti corpi statali. Hegel sembra recuperare la prospettiva dello stato di natura: "La trasformazione del diritto del più forte in politica va considerato come nient’altro che il passaggio dall’anarchia a un ordinamento costituzionale. A cambiare non è stato il vero principio, ma il suo lato esteriore." Prima chi si riteneva offeso attaccava senza esitazione, ora, in politica, prima di attaccare si calcola: si passa dall’aperta violenza alla violenza ben calcolata attraverso l’introduzione di un ordinamento politico sancito da leggi. La legge è dunque presupposto della politica che è a sua volta l’unica possibilità di pace e solo i moralisti possono denigrarla come arte del cercare il proprio utile a danno del diritto, ma se considerassero che gli interessi, e dunque anche i diritti, possono entrare in collisione, capirebbero che è stupido istituire una contrapposizione tra il diritto e l’interesse dello Stato: dipende solo dalle circostanze, dalle combinazioni di potenza se quell’interesse e quel diritto in pericolo vadano difesi con tutta la potenza dello Stato. Nei conflitti, infatti, non esiste il vero diritto dal momento che ciascuna delle parti ne ha uno, ma bisogna decidere quale dei due debba cedere di fronte all’altro e ciò dipende solo dalla sua potenza come dimostra, secondo Hegel, il processo di formazione degli Stati europei moderni. Il punto di forza fu sin dall’inizio il costituirsi di un centro ispirato a leggi liberamene stabilite intorno a cui raccogliere tutte le forze e non aveva importanza la forma, fosse essa monarchica o repubblicana: la Francia aveva, ad esempio, come principio la monarchia, la Germania la formazione di una moltitudine di Stati indipendenti. Fu Richelieu che, portando a piena maturità il principio su cui entrambi si strutturavano ne determinò il loro sistema stabile, l’uno opposto all’altro; la Francia divenne una grande potenza, la Germania fu soppressa come Stato. Ma a compiere quest’opera non fu Richelieu, ma il fatto che il suo genio si identificasse con il principio di quello Stato: stabilita tale connessione non c’è possibilità di sconfitta.

La necessità della forza

Machiavelli non vince, anche se Hegel lo loda per l’acutezza della sua intuizione della necessità di un’unificazione statale dell’Italia per la sua salvezza, ma non basta la convinzione, è necessaria la forza. Questo Hegel comprende quando teorizza per la Germania il bisogno di riorganizzarsi in Stato; il popolo tedesco deve insomma essere riunito dalla forza di un conquistatore e costretto a considerarsi appartenente alla Germania.: il conquistatore sarebbe protetto dal dominio sulle forze armate, ma non dall’odio che si sviluppa neceGiustificassariamente contro coloro che, come fece Richelieu, spezzano gli interessi particolari e i privilegi corporativi degli uomini. Tuttavia solo quando gli organismi sociali esistenti siano distrutti l’uomo è portato all’estrema chiusura in se stesso e nella sua singolarità, ma se la nazione tedesca non è capace di tale isolamento significa che il particolare e il privilegio sono penetrati cosi intimamente che neppure la consapevolezza della necessità è più sufficiente a indurre all’azione, a uccidere e a farsi uccidere finchè lo Stato sia distrutto. Anzi, è proprio la consapevolezza a indurre a una diffidenza contro se stessi che rende necessario l’intervento della forza per giustificare la necessità stessa dello Stato e solo allora l’uomo vi si sottomette. Il conquistatore è il concetto storico dell’unità dello Stato, della sua autonomia, della sua violenza contro tutto ciò che porta avanti nei suoi confronti la pretesa del particolare: che tale conquistatore sia Napoleone o chiunque altro non è importante.

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