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domenica 13 febbraio 2011

La libertà politica in Grecia


La libertà della polis

Nelle guerre persiane si espresse compiutamente la profonda aspirazione alla libertà del popolo greco, che si coalizzò per far fronte alla comune minaccia di un'invasione persiana.
Ma questo stesso impulso verso la libertà grazie al quale i Greci riuscirono a difendersi dal dominio straniero, sul fronte interno si presentava come desiderio di ogni singola polis a preservare la propria libertà, la propria autonomia. Questo fu il motivo che impedì la formazione di un organismo statale.
In seguito alla vittoria greca nelle guerre persiane, per evitare una vendetta da parte del re, fu stretta un'alleanza fra gli Ateniesi e gli Ioni: un'alleanza che, inizialmente piuttosto elastica, si trasformò in predominio della città di Atene. Non fu possibile per Pericle istituire un diritto di cittadinanza comune perché fondamento della polis era l'esercizio personale del diritto di voto da parte di ogni cittadino, cosa possibile in territori limitati.

L'abbattimento, nel 404, delle Lunghe Mura di Atene, atto terminale della guerra del Peloponneso e fine dell'egemonia ateniese, fu salutato come "inizio della libertà" per la Grecia. Ma proprio la polis spartana, uscita vittoriosa da questa guerra, assunse il ruolo che la rivale era stata costretta ad abbandonare. L'avversione del popolo greco ad ogni legame e subordinazione provocò una reazione antispartana, che portò alla costituzione di una lega guidata da Atene, ma da allora le parole autonomia e eleutheria indicarono la piena parità fra gli aderenti ad un'alleanza.
Il senso greco di libertà si manifestò ancora una volta contro Filippo il Macedone, che però riuscì a vincere le forze elleniche e a costringere tutte le città ad associarsi in una confederazione sotto al suo dominio. Ma questa unificazione dell'intera Ellade realizzatasi nella lega di Corinto avvenne solo per pressioni esterne e il dominio della Macedonia, uno stato comunque affine alla Grecia, era interpretato come signoria straniera e privazione della libertà.

Il dualismo Sparta-Atene

Il dualismo Sparta - Atene, manifestatosi dopo le guerre persiane, derivava da una sostanziale differenza etnica tra le due polis e non da una contesa per il predominio. Da un lato c'erano gli Spartani: conservatori, cauti, riflessivi, la loro forza risiedeva nella sophrosyne oltre che nel valore militare; dall'altro lato stavano gli Ateniesi: rapidi a decidere e a agire, desiderosi del nuovo, protesi verso il futuro. Questa contrapposizione aveva i suoi effetti anche nella vita politica interna. La preparazione bellica e l'esaltazione della virilità erano i supremi valori sia per il singolo sia per la comunità nell'ambito della polis spartana. Solo gli interessi della comunità avevano valore e solo in base ad essi fu rigidamente regolata dallo Stato la vita dell'individuo.

Ad Atene la situazione era diversa. Intorno al 507 Clistene aveva riordinato lo stato. Grazie alla politica navale di Temistocle la città era diventata la più forte potenza marittima greca; nel contempo, pur rimanendo la maggior parte della popolazione contadina, la vita si andava progressivamente spostando verso la città. Tra i cittadini poi, acquistò peso la classe sociale dei teti - i non possidenti - che si erano distinti come marinai e artigiani e potevano quindi avanzare diritti politici. Anche se già con Solone ai teti era stata concessa la partecipazione all'assemblea popolare e ai tribunali dei giurati, in realtà però essi non avevano interesse ad accedere alle cariche in quanto non retribuite. Erano comunque consapevoli di avere pari diritti rispetto agli altri cittadini e di poter far pesare il loro voto. L'isonomia, l'antico nome usato da Clistene per designare la legge comune che legava tutti i cittadini e conferiva loro gli stessi diritti, venne gradualmente sostituito da democrazia, termine coniato in origine dagli avversari aristocratici per indicare il governo del basso popolo e che in seguito assunse significato non dispregiativo riferendosi ad una forma statale in cui a governare è la collettività. Infatti in Atene il potere era direttamente esercitato dal popolo, perché magistrature e consigli vennero ridotti a organi dell'assemblea popolare e la giustizia era amministrata a sorte fra i cittadini.

Eguaglianza e libertà secondo Pericle

Eguaglianza e libertà sono le basi della democrazia ateniese. Nell’epitafio di Pericle, dello storico Tucidide, lo statista ateniese spiega il suo ideale politico e lo fa con un costante raffronto fra la sua città e Sparta. Per tutte le stirpi greche bene supremo era la libertà; così era anche per Sparta, ma ai singoli abitanti bastava l’indipendenza della patria. Anche gli Ateniesi avevano una spiccata sensibilità statale e disposizione al sacrificio, ma per loro non era tollerabile trascorrere la vita soggetti alla coercizione dello stato.

Al totalitario stato spartano Pericle antepone la concezione statale ateniese. Ad Atene la sfera privata è separata dalla sfera statale e lo stato cerca di evitare ogni ingerenza e di lasciare ad ogni cittadino la possibilità di strutturare liberamente la propria vita. Il simbolo della democrazia per gli Ateniesi era l’invito dell’araldo, che chiedeva se qualcuno volesse prendere la parola. Secondo Pericle, poi, ogni cittadino è in grado sia di occuparsi degli affari privati sia di formulare il proprio giudizio in merito a quelli pubblici.

L’opposizione fra le forme statali in vigore a Sparta e a Atene deriva da una diversa volontà politica, alla quale contribuisce il diverso peso che viene dato nelle due polis alla personalità individuale. Anche a Sparta, come nelle altre città greche, si formarono uomini di notevole levatura, ma essi rappresentavano soltanto il loro mondo: non si ponevano come individui singoli e il loro valore non scaturiva da sorgenti interiori. Per primo fu l’ateniese Temistocle ad essere apprezzato come l’uomo che aveva salvato la Grecia con le sue doti personali. Per la prima volta Tucidide lo indica come individuo che ha messo il suo genio a servizio della collettività. Temistocle fu il primo ed altri seguirono e Pericle trasse le debite conseguenze dall’aumentata importanza del singolo, cercando di assicurargli il suo posto nella società.

E’ lo stesso Pericle a precisare che uguaglianza indica, nel diritto privato, l’essere tutti uguali davanti alla legge, mentre in ambito politico l’abolizione di privilegi di nascita e censo, ma non lo stesso grado di influenza sulla collettività. Unico parametro per quest’ultimo aspetto è l’aretè. All’uguaglianza meccanica, che ha compimento nell’assemblea popolare, è affiancata una differenziazione che apra la via ai più abili cosicchè anche i più poveri possano avere un’influenza politica. Pericle afferma che l’umanità accoppia adempimento dei compiti privati, sensibilità statale e intelligenza politica. Anziché l’educazione spartana alla guerra, è necessaria una formazione integrale dell’uomo, che può essere ottenuta solo se viene concesso all’individuo di poter sviluppare tutte le proprie inclinazioni.
Senza la concezione periclea di libertà e uguaglianza sarebbe inconcepibile il liberalismo moderno, che però nasce da una mentalità individualistica, mentre per Pericle l’individuo deve sì essere socialmente libero, ma sopra di lui è la polis che obbedisce a leggi proprie. Lo stato ha la priorità perché è la sola comunità di formazione naturale entro cui l’uomo può esistere e dal benessere della quale dipende quello del singolo. Di conseguenza l’individuo poteva usufruire della sua libertà subordinatamente agli interessi della società. La valutazione della persona, comunque, andava oltre al semplice concetto di democrazia e aprì un nuovo momento nel pensiero politico greco.

Se a Sparta trovava espressione l’idea politica di socialismo, perché dominanti sono i fini dello stato, la convinzione di Pericle è che la comunità, nonostante la sua preminenza, possa raggiungere il suo fine supremo solo se ogni cittadino può sviluppare la propria personalità liberamente.
La politeia, come stato democratico, era per i Greci non una costituzione scritta, ma la forma di vita creata da un popolo in base alla sua natura e alla sua indole. Gli avversatori di questa forma attaccavano in modo violento la parole uguaglianza e libertà: all’uguaglianza "aritmetica" veniva contrapposta un’uguaglianza "geometrica", che non concedesse uguali diritti a uomini non uguali ma che li graduasse in base ai meriti, e la libertà democratica diveniva sinonimo di sfrenatezza e arroganza e ad essa era opposta la sophrosune. In effetti sull’ideale democratico di libertà – per sfuggire al servilismo nei confronti di un despota – ricadeva il rischio della sfrenatezza assoluta, un rischio che lo stesso Pericle vide. Egli afferma che, se nella vita privata ognuno è totalmente libero di compiere ciò che più gli piace, in quella pubblica evita, per timore, di tenere una condotta illegale. Il timore di cui parla lo statista ateniese è un timore etico, è paura di violare i limiti che i doveri verso la società impongono alla libertà individuale. Pericle, rifiutando la coercizione spartana ma ritenendo che il timore etico sia innato in tutti popoli, sostiene che è necessaria l’ubbidienza volontaria, ma più che altro la intende come esigenza ideale.

Dopo Pericle: degenerazione dell'ideale di libertà

Nello stesso periodo di Pericle si andava affermando la teoria che il giusto e l’immorale si fondano su convenzioni e non provengono dalla natura; anche lo stato fu investito da questa concezione. Il sofista Antifonte dichiara che le leggi sono una limitazione alla natura umana dalla quale l’individuo è spinto a perseguire i propri interessi: viene così abolito il limite posto dalle leggi sociali e dall’etica alla libertà individuale.

Contemporaneamente si fece largo la tendenza a considerare la stato un’associazione di deboli contro il diritto naturale dei più forti. Nella mentalità ci fu quindi un cambiamento che portò l’individuo a sentirsi parte non più di un tutto – lo stato – a cui fosse legato indissolubilmente, ma comprimario dei suoi diritti di fronte allo stato. Dato evidente è che l’ottimismo di Pericle, che vedeva il successo della democrazia nella libera dedizione dei cittadini, non aveva un efficace riscontro nella realtà perché l’egoismo individuale e di classe prese il sopravvento su una sensibilità politica che guardava soprattutto alla collettività.

L’uguaglianza divenne livellamento meccanico e la libertà venne intesa dalla massa nel senso che il popolo, che aveva la sovranità, non dovesse essere ostacolato nelle sue decisioni. La degenerazione e la decadenza dell’Atene democratica era stata causata dalla corruzione dell’idea statale nei cittadini.
Platone afferma che, nel IV secolo, i democratici sono suscettibili a qualsivoglia forma di costrizione e schiavitù. Nella forma più radicale di democrazia è lo stesso popolo che governa da despota, ma in questo caso non esiste più lo stato, perché esso c‘è dove le leggi hanno vigore. Il popolo ateniese provava avversione per qualsiasi guida, però l’assemblea popolare non era in grado di reggere la situazione politica, in particolare quella esterna. Fino a quando la polis ebbe a che fare con gli altri stati greci, la democrazia riuscì a reggersi, ma nello scontro con la rigida monarchia di Filippo ebbe la peggio.
A causa del particolarismo i Greci non erano riusciti a costruire una nazione; a causa dello scadimento dell’idea politica la forza della singola polis era stata annientata. L’impulso dei Greci alla libertà li portò alla distruzione.

La libertà come fattore creativo nella vita culturale

Nonostante la degenerazione e l’esasperazione del concetto di libertà avesse portato ad un’evoluzione in negativo della politica greca, fu proprio la libertà che diede allo spirito greco lo slancio indispensabile per produrre opere di notevole valore.
Inizialmente lo spirito indipendente innato nell’uomo greco si innalzò al di sopra della massa quasi esclusivamente in personalità singole. Con le guerre persiane ci fu un notevole incremento della creazione personale in tutta la nazione e questo movimento vide il suo centro propulsore in Atene, dove fu lo stesso Pericle ad incitare i suoi concittadini nell’affinare le loro inclinazioni e a offrire loro la base su cui potessero cooperare. Atene diventava così anche centro culturale della Grecia. Ma Pericle non voleva che ciò valesse solo per un ristretto gruppo sociale: la sua democrazia doveva essere uno stato colto, all’interno del quale tutti i cittadini dovevano partecipare dei beni di un’umanità completa, si creandoli sia usufruendone. Per questo ebbe cura che ci fossero ricreazione dal lavoro, gare e conviti per la celebrazione di sacrifici e grandiosi edifici.

Agli Ateniesi Pericle attribuisce una gioia cosmica, che è ricettiva di tutto ciò che è bello e grande e che sia stimolo alla cooperazione.
Lo statista ateniese ritiene che le opere della poesia più alta dovevano essere accessibili a tutti i cittadini, come lo erano quelle dell’architettura e delle arti figurative: con il pagamento da parte dello stato del biglietto d’ingresso anche i più poveri potevano assistere alle rappresentazioni teatrali, che non erano semplicemente spettacolo, ma trasmettevano un messaggio ed erano investite dall’interesse di tutti. L’alto livello culturale complessivo faceva sì che nessun cittadino ateniese fosse analfabeta, nonostante non ci fossero né l’obbligo scolastico né scuole statali; comunque lo stato riteneva suo compito provvedere alla cultura per quanto riguardava le cose pubbliche e si faceva carico delle spese per gli edifici dell’Acropoli, per le opere scultoree, per i ginnasi e per le feste religiose. La consuetudine di commemorare pubblicamente i caduti in guerra fornì l’occasione di creare la letteratura in prosa, a cui contribuirono le discussioni dell’assemblea popolare, perché l’orecchio dei cittadini ateniesi si era tanto raffinato da esigere dagli oratori uno stile perfetto.

Su questa base culturale si svilupparono grandi personalità che aprirono nuove vie su tutti i fronti. La libertà permise il progresso dell’indagine scientifica. La libertà spirituale di uomini come Eschilo, Sofocle e Euripide permise loro di creare opere ispirate alla loro personale concezione della vita.
Autonomia e libertà caratterizzano lo spirito di costoro, anche se ciò non implica soggettivo arbitrio perché per i Greci l’elemento creativo nell’arte non significa libera fantasia, bensì imitazione di una realtà oggettiva. Ciò era vero per le arti figurative come per la poesia drammatica, per l’indagine scientifica – che prestò attenzione al dato empirico – come per la storiografia – nella quale la libertà soggettiva trovava un limite nella legge dell’aletheia.
Libertà nell’assumere un atteggiamento soggettivo e obbedienza alla legge dell’aletheia avevano pari peso nella scienza greca, anche se presto si rafforzò l’individualismo, che in politica ebbe risultati eversivi e disgreganti mentre accadde diversamente per arti e scienze.
Nella tragedia quanto più scompare la divinità, tanto più si afferma l’uomo nella sua tragicità individuale. Nella scultura emerge lo sforzo di ritrarre la figura umana. Questo nuovo spirito non si prefigge di rinnegare gli antichi canoni: rappresenta non un declino ma uno sviluppo. La centralità dell’uomo espresso nell’arte si trasferì anche al pensiero. La sofistica nel suo soggettivismo si propone di affermare la libertà dell’atteggiamento personale di fronte alle cose. E anche l’opposizione filosofica di materialismo e idealismo si precisa nella libertà di atteggiamento dei Greci.
Per Pericle la libertà e la scienza dovevano avere piena libertà di sviluppo quanto la personalità individuale. Anche la libertà scientifica rientrava nella libertà democratica, anche se al di sopra di tutto stava l’interesse dello stato.

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