.

.

© - Home ufficiale - Il Blog di Giacomo Palumbo

domenica 13 febbraio 2011

La libertà di parola in Grecia


Omero e la negazione della libertà di parola

In uno studio sulla libertà di parola nell'antichità è quasi d'obbligo soffermarsi ad analizzare il mondo descritto da Omero; questa esigenza non ha solo ovvi motivi cronologici, ma deriva anche dal riconoscimento dell'importanza del ruolo didattico che ebbero i poemi omerici nei secoli successivi.
Occorre anzitutto notare che quella descritta da Omero è una "società stratificata", ovvero assimila elementi propri di epoche diverse. Sinteticamente, risulta che il potere di decidere spettava ai basileis (fra i quali vi era comunque un capo, Agamennone), affiancati da boulephoroi (consiglieri, anziani, indovini), con facoltà più che altro di persuadere. Il ruolo del demos (popolo) doveva essere piuttosto marginale: esso poteva tutt'al più condizionare uno scontro sorto tra i basileis. Esisteva comunque una certa tensione tra la sfera militare e quella civile: come rimarca Aristotele, "Agamennone poteva sostenere attacchi verbali nelle assemblee, ma quando uscivano in campo aperto aveva anche l'autorità di condannare a morte". Nonostante questa pregnanza dell'aspetto militare, il ruolo della parola viene esaltato in vari passi.

Sembra che il diritto di parola non fosse limitato da leggi particolari, ma piuttosto regolato da consuetudini e dalla necessità di parlare katà moiran o katà kosmon (secondo misura). Questo traspare chiaramente dal celebre episodio di Tersite: l'uomo del demos viene punito non per l'atto in sé di prendere la parola, ma per aver detto frasi sconvenienti, anche se accuse simili erano già state pronunciate, con esito diverso, dall'aristocratico Achille. Si ripropone quindi la tensione tra un diritto non regolamentato da criteri oggettivi e una rigida organizzazione gerarchica.
Ma forse l'episodio più significativo a questo proposito è quello in cui Agamennone sottrae Briseide ad Achille con queste parole: "sì che tu sappia che sono più forte di te ... e tremi anche un altro di parlarmi alla pari". Questa è l'aperta negazione di una reale possibilità di un uguale potere di parola in una società strutturata come quella omerica.

L'ideologia "isegorica"

Nel mondo della polis quello della parola era il principale strumento di potere: è quindi ovvio che, soprattutto nell'età di Solone, gli strati emergenti lottassero per ottenere il diritto di esprimersi in assemblea, definito con i termini isegorìa e parrhesìa. Semplificando una questione molto dibattuta, si può tradurre il primo con "uguale potere di parola", attribuendogli un valore prevalentemente civile; il secondo come "libertà di parola", con carattere più etico. Tuttavia i due termini si sovrappongono spesso e assumono sfumature diverse a seconda dell'autore.

Nei testi del V secolo. il dibattito sul diritto di parola viene associato a quello sulle varie forme di governo (politeiai); tali riflessioni, pur mantenendo carattere prevalentemente teorico, nascono però da una realtà vissuta. L'anonimo autore della Costituzione degli Ateniesi, pur essendo di parte aristocratica, riconosce la coerenza dell’ordinamento preso in esame, in cui a uguali funzioni militari ed economiche corrisponde un uguale potere di parola. D'altra parte, è preoccupato che questa estensione dell'isegorìa possa determinare una "svalutazione" della qualità della parola, quindi ritiene che tale diritto dovrebbe essere riservato unicamente a quelli che egli definisce "i migliori" (cioè agli aristocratici), ignorando le importanti funzioni svolte dal resto della popolazione. Nel Protagora di Platone anche Socrate si mostra perplesso riguardo alla disomogeneità dell'assemblea, ma Protagora replica che Zeus ha distribuito a tutti l'arte politica, quindi è giusto che tutti partecipino alle decisioni. Erodoto invece, senza addentrarsi in disquisizioni teoriche, si limita a constatare un dato di fatto: che Atene, con l'introduzione dell'isegorìa, era diventata la polis più potente di tutte. Infine Euripide, in un passo delle Supplici, evidenzia la relazione che lega l'isegorìa alla libertà e all'uguaglianza, insieme a sottolineare un aspetto di questo diritto spesso dimenticato: la libertà di tacere.
Nel IV secolo la riflessione sul diritto di parola lascia il posto a riaffermazioni di questo principio e considerazioni di carattere deontologico riguardo a quanti di tale diritto avevano fatto una professione: i rhetores. Emblematica è l'affermazione di Eschine: "E' necessario che l'oratore e la legge parlino lo stesso linguaggio".
Ma contemporaneamente Senofonte attribuisce allo stoico Zenone questa significativa osservazione: "Non andrà in malora lo stolto, se si opporrà al saggio?". La stoltezza ha ormai preso il posto delle differenze gerarchiche o sociali.

Le restrizioni all’isegorìa

Dall'orazione di Eschine Contro Timarco si possono ricavare diverse informazioni sulla procedura delle assemblee in Atene. Nella formula di apertura del dibattito veniva data la precedenza ai cittadini che avessero compiuto i 50 anni, secondo il modello gerontocratico già presente in Omero; tuttavia questa norma ai tempi di Eschine non doveva più essere ufficialmente operante, sebbene sentir parlare un giovane continuasse a sembrare sconveniente. Dopo questa notazione, Eschine illustra le categorie escluse dal diritto di parola: chi è venuto meno ai propri doveri verso i genitori, chi ha scialacquato il patrimonio, chi si è prostituito (è questa l'accusa rivolta a Timarco) e chi non ha preso parte alle spedizioni militari a lui prescritte o ha gettato lo scudo. Il principio di fondo della censura è chiaro: chi si mostra indegno, anche se nella vita privata, non può che nuocere all'assemblea; c'è quindi un'analogia tra l'ambito della colpa e quello in cui viene applicata la pena. Ma Demostene si spinge oltre, volendo applicare la censura agli avversari della democrazia, in quanto essa doveva difendersi anzitutto dai nemici interni. In effetti, l’affermazione del regime dei Quattrocento fu resa possibile dall’abolizione di alcune misure restrittive alla libertà di parola: sebbene un’assoluta isegorìa in teoria potesse garantire la possibilità di rovesciare sul nascere un tentativo oligarchico, di fatto i congiurati si assicurarono il totale controllo delle assemblee, senza che alcuna legge li potesse più ostacolare.
Comunque, l'esclusione dal diritto di parola diventò in breve strumento di lotta politica, specie in quella che si può considerare la sua forma più radicale, l'esilio, tramite l'ostracismo.

Ideologia e pratica concreta

Resta da stabilire se nella pratica il diritto di parola fosse realmente uguale per tutti, come sancito in teoria, indipendentemente dal fatto che spesso pochi ne usufruivano. Tucidide e Plutarco narrano come Pericle, dopo la guerra del Peloponneso, avendo la popolazione contro, fece temporaneamente sospendere le assemblee; ma si tratta di un caso unico. Molte testimonianze sottolineano la varietà tra le parti in contrasto, sia a livello di fazioni, sia di singoli oratori. Erodoto, descrivendo un'assemblea riguardante l'interpretazione di un oracolo, contrappone prima i "più anziani" agli "altri", poi narra come l'intervento di Temistocle abbia confutato gli interpreti ufficiali; Plutarco descrive un diverbio tra il celebre Milziade e il giovane Sofane (sebbene biasimando quest'ultimo); lo stesso Plutarco, Tucidide e Senofonte parlano di oratori sconosciuti che contrastano grandi rhetores. Anche il teatro inoltre, con Aristofane ed Euripide, dipinge spesso scene di reale isegorìa.

Tuttavia, sebbene chiunque potesse parlare, lo scarto maggiore tra ideologia e pratica reale si può cogliere sul piano della "qualità" della parola espressa: il pieno esercizio della libertà di espressione poteva condurre a risultati drammatici. Da un lato, vi erano le limitazioni regolari alla parrhesìa, fondate sul principio che l’assenza di proposte sovvertitrici garantisce la democrazia, a cui si affiancavano restrizioni che riguardavano argomenti particolarmente delicati, per evitare pericolose tensioni. Tuttavia, l'isegorìa alla base del regime democratico doveva garantire che tali restrizioni non venissero percepite come arbitrarie, mentre il potere dispotico era visto come naturalmente associato all’arbitrio, come testimoniano le tragedie e le Storie di Erodoto.

D’altra parte, vi erano le reazioni spontanee della folla, che spaziavano dal semplice schiamazzo (thorybos) a minacce ben più gravi all’incolumità dell’oratore. Tuttavia le conseguenze, soprattutto psicologiche, del thorybos non vanno sottovalutate, specialmente quando a parlare era un oratore di scarsa esperienza: Demostene, reduce da una brutta esperienza di tal genere alla sua prima orazione, dipinge spesso lo schiamazzo assembleare come una forma di intolleranza, oltre a denunziare l’uso manovrato a cui questo fenomeno si prestava. Quanto a episodi più gravi, Erodoto ad esempio narra la tragica fine di un membro della boulè, Licida, morto lapidato insieme alla moglie e ai figli per aver proposto di accettare le offerte di Mardonio. Racconti simili sono stati descritti da Licurgo e Aristotele, ma accanto a essi ce n’è uno di Eschine che testimonia l’esistenza di intimidazioni alla libertà di espressione anche da parte di singoli: un tale Cleofonte avrebbe minacciato di "tagliare la gola col suo coltello a chiunque avesse parlato di pace".

Il ruolo di Aristofane

Durante la guerra del Peloponneso si può constatare una notevole libertà di parola lungo l'intero periodo sia da parte dei commediografi, come Aristofane, che prendevano spunto dalla vicende a loro contemporanee per i testi delle opere sia da parte dei filosofi, come Socrate, che mettevano in discussione le certezze in un epoca di guerra. Il problema che verte sulla libertà di parola è sicuramente simboleggiato meglio da Aristofane che da Socrate perché gli ateniesi non temevano la critica in campo politico, avevano fiducia in loro stessi, nella loro autodisciplina, nel proprio giudizio e nei loro capi politici. Quindi gli Ateniesi non erano colpiti dalle commedie, mentre lo erano dagli attacchi dei filosofi, questa caratteristica dipende anche dal demos incolto che è preda dei demagoghi: i filosofi infatti tendevano a condannare la democrazia e ad insegnare forme alternative di governo.

Il ruolo di Diotipe

D'altra parte Diopite aveva proposto una legge che condannasse coloro che insegnassero astronomia e che negassero l’esistenza degli dei, per cui dal 432 al 429 a.C. furono colpiti per lo più gli intellettuali per le loro idee in quanto era presente il timore di perdere il sistema democratico che era stato conquistato da Atene provocato da superstizioni religiose e dalla corruzione dei giovani, ricavata da un nuovo tipo di educazione prettamente sofistica.

Letto in quest’ordine di idee anche l'episodio della mutilazione delle erme acquista un risvolto ideologico-politico, poiché era stato provocato dagli esponenti delle classi aristocratiche di Atene per disturbare la spedizione in Sicilia, segno che non era ben accetto nessun cambiamento anche se il tentativo fallì e la spedizione si effettuò dando luogo a una perdita totale dell’esercito.

L’esito della mutilazione delle Erme:

La mutilazione colpì l’emotività popolare in modo così brusco da dare inizio a una serie di condanne e processi tra cui la vittima più illustre fu Alcibiade e il clima in città era ricco di tensione si impediva una vendetta divina. L'obiettivo dei capi oligarchici era stato raggiunto con una combinazione di terrorismo e infine di propaganda per instaurare il loro regime, così nel 411 a.C. l'assemblea votò l'insediamento di un Consiglio composto da 400 membri a discapito della democrazia.
Alcibiade, ritornato in patria, ottenne il comando militare e la democrazia fu rinstaurata, ma il demos si mostrò tollerante e non perseguitò i responsabili del colpo di stato; con questa tolleranza firmò la sua condanna quando Sparta nel 404 a.C. vinse la guerra e instaurò in Atene il governo dei Trenta Tiranni.

Nessun commento:

Posta un commento

Pubblicità Impresa Edile e Stradale

Pubblicità Impresa Edile e Stradale

Pubblicità