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mercoledì 16 febbraio 2011

Politica e democrazia nella riflessione di Spinoza


Le basi della scienza politica

"Non vi è nello spirito umano alcuna volontà assoluta o libera; ma lo spirito è determinato a volere questa o quella cosa per una causa che è anch’essa determinata da un’altra causa, e questa a sua volta da un’altra e così all’infinito". Spinoza, dopo aver chiarito che per volontà intende "quella facoltà con la quale lo spirito afferma o nega il vero o il falso", e che nessuno degli atti di questa volontà può essere al di fuori dell’intelletto (cosicché volontà e intelletto sono un’unica e medesima cosa), indica come la conoscenza di questa dottrina può essere utile alla vita. Infatti essa fa capire che noi agiamo per la sola volontà di Dio (o Natura); fa capire come comportarsi riguardo a ciò che sfugge al potere di determinazione dell’uomo; è utile nella vita sociale perché insegna a non odiare e disprezzare nessuno, a non invidiare e irritarsi ma "a essere contenti di ciò che uno ha, a aiutare il prossimo non per pietà, per parzialità o superstizione, ma secondo la sola condotta della Ragione, cioè secondo le circostanze" e infine "questa dottrina è ancora molto utile nella società civile, perché insegna in quali condizioni i cittadini devono essere governati e diretti al fine di non essere schiavi, ma di poter compiere liberamente le loro migliori azioni" (Eth II).

Con queste affermazioni, l’operare politico viene fondato sulla continuità di un rapporto causale determinato e assume la dignità e le caratteristiche di una scienza applicata alle relazioni dell’uomo, una scienza "dello Stato e dei rapporti interni allo Stato", che, risalendo nella comprensione delle cause e consentendo di operare sulle cause stesse, può influenzare e determinare la volontà dell’uomo. Infatti "l’uomo che è guidato dalla ragione non è condotto a obbedire per timore; ma per il fatto che egli si sforza di conservare il suo essere secondo i comandamenti della Ragione, cioè intanto che si sforza di vivere liberamente, egli desidera osservare le regole della vita e della utilità comune, e per conseguenza vivere secondo i decreti comuni dello Stato. Così dunque l’uomo guidato dalla Ragione desidera, per vivere più liberamente, osservare le leggi dello Stato" (Eth IV).

Non su basi teologiche e su valori religiosi è quindi fondata la società dell’uomo, ma su basi naturali e su valori razionali. "Noi formuliamo dunque così la legge suprema della natura: tutte le realtà naturali tendono a preservarsi nel loro stato, facendo ogni sforzo possibile e senza tenere conto di qualsiasi altra cosa" (TTP, XVI). Ciascuno ha quindi un diritto naturale sovrano che coincide con la estensione del suo potere. Ma l’essenza peculiare dell’uomo è la sua capacità di usare la Ragione come mezzo di conoscenza e preservazione di se stesso. Da questo deriva il riconoscimento della convenienza di unirsi per vivere più sicuramente e meglio: e il diritto sovrano di ognuno diviene collettivo. Esso non è più determinato dalla forza e dalla bramosia del singolo, ma dalla potenza e dalla volontà congiunta di tutti. "La loro condotta non sarà ormai più governata da quella disciplina della ragione (alla quale nessuno osa opporsi per paura di apparire fuori di senno". Se questo fosse sempre vero, se gli uomini comprendessero che l’organizzazione della comunità politica è un interesse e una necessità suprema, ognuno terrebbe pienamente fede agli impegni del vivere comunitario per timore di rompere il patto concluso con gli altri uomini. Ma non tutti seguono la ragione e è allora necessaria una garanzia positiva, una certezza totale, al di là delle debolezze e delle passioni umane. "E’ sufficiente che ciascun individuo trasferisca tutto il potere di cui dispone a questa società, così una sola deterrà il diritto naturale sovrano in ogni campo, vale a dire la sovrana autorità alla quale ogni uomo si troverà nell’obbligo di obbedire, sia per sua libera scelta sia per timore del supremo castigo". Questo diritto viene esercitato a condizione che l’autorità sovrana conservi il potere di fare "ogni cosa voglia". La costituzione di una società realizzata su queste basi caratterizza il regime democratico, così definito: "una democrazia nasce dall’unione degli uomini che esercitano, come gruppo organizzato, un diritto sovrano fin dove giunge il loro potere".
Il fondamento dell’organizzazione sociale è quindi un patto tra gli uomini, che è anche un contratto per l’immediata concretezza che questo rapporto assume fra la massa degli uomini, che delega al potere politico, e l’entità simbolica, che viene delegata e che rappresenta il potere sovrano. Per Spinoza l’origine della società è anche l’origine dell’autorità: non vi è momento successivo e distinto, comunque autonomo, dello Stato rispetto alla società, così come non vi è distinzione tra "sovranità" e "governo", poiché la sovranità, che ha origine nella massa degli uomini, viene trasmessa direttamente a quell’organismo che esercita il potere sovrano e che incarna immediatamente la personalità politica della società. Occorre inoltre considerare che il rapporto tra società e stato ha in Spinoza carattere di interazione, di reciproca determinazione e condizionamento. Infatti se i caratteri della società sono determinati dalle leggi e dalla forza, a sua volta è il suo carattere che determina la forma del governo e quindi dell’autorità che emana le leggi e che possiede la forza. In tal modo i cittadini, se da un lato sono portatori di quel carattere nazionale che è la peculiarità di un popolo, dall’altro condizionano chi esercita il "sovrano potere": infatti un popolo abituato al dispotismo non è capace di governarsi da sé e un popolo con tradizioni e costumi democratici molto difficilmente può essere governato da un re.
La democrazia è dunque la forma di organizzazione sociale naturale, il governo tipo, perché è il governo del popolo esercitato dal popolo e quindi il regime politico più "ragionevole" e più "libero". Se infatti società, stato e governo formano una unità inscindibile nel pensiero di Spinoza, la democrazia è il regime che consente il maggior rispetto per la libertà naturale degli individui perché in essa "nessun individuo trasferisce il suo diritto naturale a un altro individuo... Egli lo trasferisce alla totalità della società di cui fa parte; gli individui rimangono così tutti uguali, come poco prima nello stato di natura".

Obbedienza, Ragione e democrazia

Ma nondimeno essi devono al potere sovrano una obbedienza assoluta, e questa è suggerita sia dal fatto che si è rinunciato al proprio potere, sia dalla Ragione. Infatti, a meno che non si voglia andare contro lo Stato, che pure la Ragione comanda di mantenere con tutte le forze, perché ha la responsabilità della conservazione e del governo della comunità umana, gli uomini sono obbligati a obbedire a tutti gli ordini del potere sovrano, fossero anche questi del tutto assurdi. Ma "è estremamente raro che i poteri sovrani diano ordini di estrema assurdità perché, nel loro proprio interesse e per conservare il loro potere, loro importa soprattutto di vegliare al bene generale e di fondare il loro governo su criteri ragionevoli. Come ha detto Seneca, nessuno è stato mai in grado di reggere per lungo tempo governando con molta violenza." (Infatti se i poteri sovrani perdono la forza vengono sostituiti da quell’uomo o gruppo di uomini che ha la forza per comandare e ne acquisisce il diritto). E è soprattutto in un regime democratico che le decisioni contro ragione si prendono raramente: "è quasi impossibile che la maggioranza degli uomini, in seno a un gruppo di una certa considerazione, si metta d’accordo su una assurdità". Bisogna poi tenere presente che "il fine e il principio dell’organizzazione in società risiede nel sottrarre gli uomini al regno irragionevole degli appetiti per farli avanzare, per quanto possibile, sulla strada della ragione, così che la loro vita si svolga nella pace e nella concordia. Se questo principio viene meno, tutto l’edificio sociale crolla".
Obbedire ai poteri sovrani vuol dire essere libero, perché si sceglie volontariamente di seguire la via della Ragione. "In qualsiasi paese viva, l’uomo aspira alla possibilità di essere libero. In effetti, non è egli libero realmente nella misura in cui prende la ragione per guida? Ma (a differenza della opinione contraria professata da Hobbes) se egli ascolta i consigli della Ragione egli desidererà soprattutto vedere regnare la pace. Ma la pace civile ha per condizione il rigoroso rispetto della legislazione nazionale. Ne risulta che più l’uomo si lascia guidare dalla Ragione, cioè più è libero, più egli si applica fedelmente a osservare le leggi, così come a eseguire gli ordini dei poteri sovrani del suo Paese" (TTP, XXXIII).

Stato e libertà religiosa

Quale dovrà essere però il comportamento di un individuo, se i poteri sovrani gli danno un ordine in contraddizione con la religione e l’obbedienza promessa a Dio? Dovrà sottomettersi all’autorità divina o all’autorità umana? Certo, risponde Spinoza, si dovrà obbedire a Dio, se si dispone di una rivelazione certa e indubitabile. Ma "allorquando si tratta di religione, gli uomini sono più soggetti a ingannarsi e la diversità dei loro temperamenti li porta a rivaleggiare in finzioni. Perciò appare evidente che, se i sudditi, in tutte le materie che risultassero toccare alla religione, fossero dispensati dall’obbedire alla legislazione dei poteri sovrani, il diritto nazionale diventerebbe gioco dei capricci individuali. Nessuno infatti si sentirebbe più obbligato a rispettare le leggi in vigore, per poco che egli potesse stimarle contrarie alla sua fede e al proprio fanatismo..." (TTP, XVI).
Questo è inammissibile, perché determinerebbe uno stato estremo di confusione e disordine. Perciò "i poteri sovrani, che, tanto in virtù del diritto divino che del diritto naturale, hanno l’incarico di conservare e di proteggere la legislazione dello Stato, dispongono del diritto sovrano di prendere tutte le misure opportune concernenti la religione; d’altra parte tutti gli individui sono obbligati a obbedire a tutte le decisioni prese e agli ordini dati da essi, se non vogliono mancare alla fedeltà verso lo Stato, che Dio ordina nel modo più rigoroso."
L’autorità politica è quindi definitivamente superiore all’autorità religiosa, nel regolare i rapporti tra gli uomini, perché fondata sulla Ragione, e anzi l’uomo entra nel regno della Ragione fondando la comunità politica. La supremazia della politica è quindi nel suo essere l’aspetto concreto della ragione, la cui forza è nel potere sovrano che l’organizzazione sociale, nel suo fondarsi, ha posto come garanzia positiva della sua continuità e esistenza. Anche se lo schema tracciato, scrive Spinoza, corrisponde talmente alla realtà da consentire l’organizzazione di istituzioni politiche concrete sulle linee indicate, tuttavia una parte delle considerazioni fatte resteranno necessariamente teoriche. Infatti "nessun individuo potrà mai trasferire il suo potere, né, per conseguenza, il suo diritto, al punto da restare completamente a disposizione delle persone che hanno acquistato questo diritto e questo potere...Si deve dunque ammettere che tutti gli individui si riservano un’indipendenza in numerosi campi d’attività, che dipendono non più dal volere di altri, ma soltanto dal proprio" (TTP, XVII). E’ così fondata nella società politica di Spinoza la libertà di coscienza e di pensiero, come momento ineliminabile, anzi necessario alla comunità umana.

Il problema dell'arte del governo

La necessità della libertà di coscienza e di pensiero, la intangibilità di questo dominio riservato all’individuo, e la non convenienza da parte dello Stato a esercitare con assoluto rigore e violenza il suo potere, pongono il problema dei mezzi adatti a farsi obbedire, formando l’uomo alla disciplina delle leggi: il problema cioè dell’arte del governo. Come dall’analisi critica delle Scritture aveva dimostrato i caratteri e le conseguenze della superstizione religiosa, distruggendo i fondamenti teologici dell’organizzazione sociale, così Spinoza nella storia del popolo ebraico, esaminata nei suoi successivi momenti, trova gli elementi che gli consentono di definire le attività di un potere sovrano, che voglia assicurare la stabilità e la continuità dello Stato. Nella storia dello Stato ebraico, infatti, egli trova la possibilità di studiare un "modello dinamico" della sua teoria della società e dello Stato; un periodo storico definito e concluso, ma estremamente ricco di avvenimenti e con una dottrina unitaria fondamentale: la teocrazia. Ma questo modello gli consente altre due possibilità: in primo luogo quella di adoperare una esemplificazione comune al linguaggio politico del tempo, che, soprattutto per l’influenza della cultura calvinista, era pieno di riferimenti alla Storia Sacra, ottenendo l’effetto di distruggere dall’interno concetti e valori, sostituendo nuovi significati a forme espressive e episodi storici di uso comune. In secondo luogo, di sviluppare, pur con un discorso sulla storia di un popolo antico, un parallelismo continuo e efficace con la società olandese a lui contemporanea e con i problemi politici di immediata attualità.
La tesi politica che viene fuori chiaramente dall’analisi della storia ebraica è fondata su questi elementi: 1 rigorosa distinzione dell’autorità politica dall’autorità religiosa; 2. necessità di una organizzazione dello stato coerente con i modi della sua fondazione; 3. libertà di coscienza e di opinione, come garanzia per uno stato di mantenersi giusto e equanime per tutti i cittadini; 4. Esercito di cittadini e non di soldati mercenari. Elementi che corrispondono appunto a quattro gravi problemi che segnavano la lotta politica nelle Province Unite: il rapporto fra Chiesa Riformata e autorità civili; il pericolo di consegnare il potere nelle mani del capo dell’armata; le garanzie di libertà per le correnti religiose eterodosse, per i liberi pensatori e gli esiliati; e soprattutto l’organizzazione dello Stato, secondo quei principi di decentramento sostenuti dal partito "olandese" di Jan De Witt, oppure secondo il ripristino dello Stathouder e il rafforzamento dei suoi poteri, che voleva dire aprire la strada del centralismo monarchico.
L’esperienza olandese facilitava senza dubbio in Spinoza l’atteggiamento sereno e obiettivo che egli manifesta nella sua analisi dei fatti e delle istituzioni politiche. La mancanza di una tradizione monarchica, nella maggioranza degli altri stati così sentita e profonda da essere divenuta quasi un principio assoluto, in favore del quale invocare, come Bodin, il consenso universale, portava a una reale libertà di giudizio; libertà che si esplicava anche nei confronti degli altri regimi, continuamente sottoposti a verifica nella società olandese dalle spinte centralizzatrici e ambizioni monarchiche degli Orange.
Con il Trattato teologico - politico, Spinoza aveva fondato nell’autorità politica la società umana, facendo della politica una scienza delle relazioni interumane, espressione storica della natura dell’uomo. Egli ha ottenuto questo facendo derivare tutti i regimi da un potere costituente democratico, realizzato con l’alienazione del potere da ogni singolo individuo a un’autorità sovrana. Ma se la medesima investitura popolare è comune al regime monarchico, a quello aristocratico e a quello democratico, nessuno di questi tre regimi avrà una legittimità superiore a quella di un altro, ma uguale sarà il loro diritto, perché risultato di una uguale scelta originaria. La sovranità di ciascuno di essi sarà così legata all’effettivo potere esercitato, e quindi alla pratica validità di ciascun regime nelle condizioni che ne determinano la nascita. Il problema è allora di ricercare quale di essi è più efficace, per le finalità di cui deve essere strumento, e come ciascun regime può essere migliorato nella sua struttura interna e nelle sue istituzioni.

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