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giovedì 10 marzo 2011

La costituzione della Spagna democratica


La redazione del testo costituzionale è un processo ampio e non esente da intrighi. La mancata partecipazione dei nazionalisti baschi al Patto e la scarsa partecipazione al Referendum Popolare di ratifica sono solo alcuni dei problemi relativi a questa pagina di storia spagnola.
Le Cortes elette il 15 giugno del 1977 non sono formalmente Costituenti, ma a nessuno sfugge la necessità di dar vita prontamente a un nuovo testo costituzionale, visto che si inizia paradossalmente la legislatura senza che nessuno possa esigere la responsabilità del Governo di fronte al Parlamento, anche se si approverà una disposizione in questo senso nel novembre del 1977, un anno prima dell’entrata in vigore della Costituzione.
Si comincia con una riunione di una Commissione formata da sette membri che tra agosto e dicembre del 1977 elabora un progetto costituzionale preliminare che presenta il 5 gennaio del 78 ai gruppi parlamentari.Questi presentano i loro emendamenti e la commissione li esamina in modo da proporre il lavoro così realizzato il 17 aprile del 1978 a una commissione del Congresso che lo discute fino al 20 di giugno.
Seguono i dibattiti nel Plenum del Congresso dal 1 al 24 di luglio, nel Senato e nella Commissione Mista che danno luogo al testo che viene presentato ai cittadini nel Referendum del 6 dicembre 1978.La commissione che lavora alla redazione del progetto preliminare è formata da progressisti e conservatori tra i quali troviamo un nazionalista:Miguel Herrero de Minon, già collaboratore del Ministro della Giustizia Landelino Lavilla nel primo Governo Suarez.
Seguono Jose Pedro Perez-Llorca, alto funzionario delle Cortes, Gabriel Cisneros, ex falangista, tutti rappresentanti dell’UCD (Unione democratica di Centro).
Jordi Solè Tura è il rappresentante del PCE (Partito Comunista spagnolo), un intellettuale di origine operaia che passerà alcuni anni più tardi al PSOE.
Gregorio Peces-Barba è l’uomo del PSOE (Partito socialista operaio spagnolo), esperto in diritto costituzionale del partito.
Miquel Roca è il rappresentante di Pujol, è un catalanista molto convinto. Manuel Fraga, rappresenta Alianza Popular, o forse è Alleanza Popolare.
L’impegno del PSOE per lasciar fuori dalla commissione Tierno Galvan, colpevole di non essersi integrato, porta per una serie di ragioni tecniche a lasciar fuori anche i nazionalisti baschi. Questa assenza si pagherà con un prezzo molto caro: il PNV non voterà la Costituzione rimanendo al momento fuori dal Patto Costituzionale, benché lo rispetti. Un’altra difficoltà è che UCD non è un partito ma una coalizione elettorale: i tre rappresentanti hanno visioni molto differenti e devono tenere conto delle numerose tendenze che ci sono nella coalizione.
Peces-Barba e Fraga , per altro lato, sono estremamente esigenti nelle loro pretese, e il primo minaccia di ritirarsi dalla commissione per forzare le concessioni. I mediatori sono gli altri due padri della Costituzione, Miguel Roca e paradossalmente Jordi Solè Tura del PCE che sente come Carrillio la necessità di mettere in chiaro il senso di responsabilità e la capacità dei comunisti di arrivare ad un accordo.
E’curioso pensare che sono i socialisti che votano contro la monarchia parlamentare come forma di stato, soprattutto se si pensa che nel 1998 il PCE si indigna di fronte all’esistenza di un Re ed esige, ormai solo, un cambiamento repubblicano. Sulle numerose riunioni relative al testo definitivo abbondano aneddoti. Il motivo di queste riunioni è che il testo definitivo sta per essere approvato nella commissione da una maggioranza formata da UCD e AP, e questo disturba molto l’ UCD e la Corona che temono che si parli di una costituzione reazionaria e che nel prossimo programma elettorale del PSOE figuri la revisione costituzionale. E per questo che Adolfo Suarez rileva dal ruolo di rappresentante del UCD davanti alla commissione il timido Landelino Lavilla e impone Fernando Abril Martorell, un feroce animale politico.
Il testo è approvato il 31 Agosto del 1978 nel Congresso con 325 voti a favore, 6 contro (del deputato di EE e dei deputati di AP) e 14 astensioni ( tra i quali figurano quelle del PNV), al Senato con 226 voti a favore, 5 contro e 8 astensioni.
Il 6 dicembre del 1978 il popolo spagnolo approva il testo con risultati preoccupanti: il 33% si astiene e per questo i rimanenti ( 15,7 milioni) che approvano significano il 58% del popolo e i no (1,4 milioni) un 8%.
La Costituzione è finalmente proclamata nel Congresso dal Re Juan Carlos I.
La Costituzione del 1978 è la prima che si raggiunge in Spagna per consenso, un consenso raggiunto nei Patti della Moncloa e in poche altre situazioni. A questo si somma la sua lunga durata, fatto anche questo unico nella storia della Spagna.

Analisi
Alcuni aspetti economici e soprattutto la organizzazione territoriale dello Stato, sono le parti più originali dell’attuale Costituzione spagnola. Definita la forma dello Stato, i capitoli della Costituzione che si riferiscono ai diritti dei cittadini ricevono un forte impulso dalla componente socialista, che esige la precisa enumerazione e non il semplice riferimento ai trattati internazionali. Anche nell’economico e nel sociale la costituzione riceve l’influenza marcata delle forze di sinistra: una volta definito il sistema economico spagnolo come una economia sociale di mercato, si elaborano una serie di articoli che parlano, per esempio, dell’accesso dei lavoratori alla proprietà dei mezzi di produzione, della subordinazione della ricchezza all’interesse generale, della pianificazione. Una serie di progetti retorici ispirati alla recente rivoluzione dei garofani portoghesi, del resto mai applicati. Molto progressista è il capitolo nono, del resto dovuto a principalmente a Gregorio Peces-Barba, secondo il quale è dovere dei poteri pubblici garantire l’uguaglianza dei diritti di tutti gli spagnoli. Senza ombra di dubbio è il capitolo ottavo, che fa riferimento all’organizzazione territoriale dello Stato, il più originale, dibattuto, e in ultima analisi ambiguo. Si tratta di includere le forti rivendicazioni nazionaliste basca, catalana e galiziana e le incipienti valenziana, canaria e andalusa. Questa implosione di rivendicazioni deve essere soffocata nel rispetto di coloro che si sentono diversi dagli altri e il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini. La situazione basca è complicata. I nazionalisti esigono nel 1977 la restituzione dei " Fueros" ( privilegi) precedenti al 1839, per i quali il paese Basco godeva di una sovranità in compartecipazione con il monarca spagnolo. D’altro lato ciò che si concesse nel 1839 alle tre provincie baschizzate è un accordo economico, con cui si decideva un trattamento speciale rispetto al resto della Spagna per ciò che si riferisce al pagamento delle imposte. Franco dopo la guerra civile toglie questo accordo a Vizcaya e Guipuzcoa, che si sono opposti alla sua invasione mentre lo mantiene in Alava che ha aderito immediatamente al " alziamento". La soluzione che dà a tutto ciò la Costituzione del 1978 è: " la Costituzione si basa sulla indissolubile unità della nazione spagnola, patria comune ed indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la integrano e la solidarietà tra tutte loro". A parte i grandissimi dibattiti che si instaurano per accettare il termine nazionalità, questo testo non fa differenza nel grado di autonomia che possono chiedere una nazionalità o una regione, che del resto non sono ne definite ne individualizzate. Inoltre descrive in un altro capitolo della costituzione due ritmi diversi attraverso i quali lo Stato possa concedere questa autonomia, però non chiude il tema della differenziazione. La Costituzione proclama il suo rispetto per i diritti storici dei territori " forales"(giurisdizionali) (oltre ai tre territori baschi, non dimentichiamo la Navarra) però non precisa in cosa consistono questi diritti. Il costituzionalista Francisco Rubio Llorrente scrive che "si tratta di una concessione in un certo senso provvisoria, che non include, nè per accoglierla ne per realizzarla la visione catalana e basca. In questo punto fondamentale la nostra costituzione rimane aperta ed inconclusa" il che non è, in se, negativo.

I problemi della transizione
Non furono pochi i problemi che la transizione trovò sulla sua strada. In due occasioni il processo fu in grave pericolo.
Tanto all’inizio del 1977 per la pressione del terrorismo, come nella settimana santa di quell’anno, in occasione della legalizzazione del PCE si rischiò l’intervento dei militari. Tutto ciò succedeva in concomitanza con una profonda crisi economica che interrompeva un processo di crescita che datava dagli anni Sessanta e si accompagnava ad una protesta sociale molto marcata.
La minaccia maggiore per la transizione fu l’intervento militare che aveva come giustificazione essenziale il terrorismo dell’ETA.
La caduta del franchismo non comportò il radicamento della lotta violenta benché ci fosse stata una generosa amnistia ( Juan Carlos liberò 700 degli 800 prigionieri politici). Ciò si spiega con il fatto che la repressione nella fase finale del regime aveva creato una reazione di solidarietà da parte di una consistente porzione della popolazione basca nei confronti dell’ETA a cui si sommava la condiscendenza dei politici della sinistra. Inoltre i corpi di sicurezza dello stato tardarono molto ad adattarsi alla nuova situazione predemocratica continuando in un accanimento repressivo controproducente che servì a giustificare i nuovi assassinii dei terroristi come se in Spagna non ci fosse stato alcun cambiamento.
Un altro fattore che contribuì a spiegare il perdurare del terrorismo e la sua recrudescenza fu l’aiuto che l’ETA ricevette da paesi stranieri e specialmente dall’Algeria durante gli anni della transizione.
L’ETA fu la responsabile del 70% degli attentati tra il 1976 e il 1980.
L’acme si ebbe dopo l’approvazione della costituzione.
Nel 1979 si passò da una trentina di morti per azione terroristica a circa un centinaio con un massimo nell’anno successivo di 124 morti.
A partire dal 1980 il monopolio del terrorismo fu nelle mani dell’ETA.
In precedenza una coincidenza cronologica nell’azione del terrorismo di estrema sinistra e di estrema destra diede la sensazione in una settimana di tensione angosciante di porre in grave pericolo il cammino degli spagnoli verso il ritorno alla libertà.
Il GRAPO, gruppuscolo di sinistra nato durante la grave crisi industriale la cui medesima esistenza fu posta in dubbio da gran parte dei media politici e giornalistici, fu capace di sequestrare il Presidente del Consiglio di Stato quando non era ancora stata approvata la legge della riforma politica e una settimana dopo quello del Consiglio Supremo della Giustizia militare.
L’estremo settarismo di questo gruppuscolo e la sua organizzazione quasi tribale resero molto difficili l’attività di intelligence della polizia e la localizzazione dei sequestrati. Questa situazione già così grave peggiorò quando alla fine del gennaio del 1977 un gruppo di appartenenti all’estrema destra assaltò un ufficio di avvocati del lavoro legato al PCE nella Calle di Atocha a Madrid, uccidendo 7 persone.
Tuttavia la disciplina dei comunisti e la solidarietà degli altri settori politici nei loro confronti unita ad un efficace azione della polizia che liberò i sequestrati dal GRAPO sortirono l’effetto di raffreddare l’esplosiva situazione che per molti giorni era parsa ad alto rischio.
Perché le elezioni potessero essere celebrate in condizioni di assoluta normalità democratica era necessario decretare la legalizzazione del PCE.
Carrillo risiedeva in Spagna dal febbraio del 1976, nel dicembre dello stesso anno subì una breve detenzione ma già nel febbraio del 1977 ebbe un importante incontro con Suarez in cui i due leader stabilirono un vincolo di fiducia reciproca che si rivelerà duraturo. Carrillo barattò la partecipazione alle elezioni del suo partito con il suo simbolo in cambio di un maggior possibilismo a integrare il PCE nel progetto democratico comune.
Gli antecedenti alla legalizzazione furono un progressivo aumento della tolleranza che si realizzò con la celebrazione nel marzo del 1977 a Madrid di un importante riunione dei dirigenti comunisti europei e nel progressivo mutamento dell’opinione pubblica nei confronti di questo problema, tanto che il 45% degli spagnoli in aprile era favorevole alla legalizzazione. Il PCE modificò i suoi statuti interni per renderli compatibili con l’ideario democratico. Il 9 aprile, sabato Santo, Suarez prese la decisione di legalizzare il PCE senza consultare la maggior parte dei suoi ministri. La decisione fu arrischiata per un possibile golpe di destra.
I generali si potevano sentire traditi ma le riunioni degli alti comandi risultarono mal preparate e non diedero luogo a reazioni . L’esercito mostrò il suo scontento ma il suo alto comando accettò la decisione politica per " disciplina e patriottismo". Il ministro della Marina, l’arma più conservatrice, si dimise e per sostituirlo fu necessario ricorrere a un ammiraglio in pensione che accettò il posto.
Il PCE fece cadere la pregiudiziale repubblicana, mentre d’altro canto fu smantellato il Movimiento Nazional e i suoi funzionari furono incorporati nella amministrazione dello Stato. L’accettazione del pluralismo coincise per tanto con la scomparsa delle vestigia di ciò che fu il partito unico.
Come scenario di fondo a tutti questi problemi ci furono le difficoltà create dalla crisi economica che continuò ad accentuarsi dal 1976 a tutto il 1977. Se l’eredità del franchismo era stato da un lato una Spagna con uno sviluppo economico quale non ci fu in tutta la sua storia nel medesimo tempo c’era la necessità assoluta di riforme, acuita da una crisi a cui non si aveva voluto o potuto dare risposta al momento opportuno. La Spagna alla morte di Franco aveva dal punto di vista economico uno Stato molto interventista, ma inefficiente, un sistema bancario poderoso ma che non sempre rispondeva a criteri di carattere economico, uno Stato di benessere notevole che provocava richieste per un suo ampliamento, un sistema fiscale profondamente ingiusto ed arcaico e una necessità urgente di riconversione di alcuni settori industrili come le costruzioni navali e la siderurgia che erano state pianificate con manifesta megalomania.
A questi problemi si sommò la crisi economica dovuta all’aumento del prezzo del petrolio. Questo ridusse di un quinto la capacità di acquisto all’estero.
Il risultato immediato fu uno squilibrio della bilancia dei pagamenti e l’accrescimento del debito estero. Tutto ciò era analogo negli altri paesi occidentali. La peculiarità spagnola fu che l'aumento dei prezzi non si trasferì ai consumatori così che per molto tempo si continuò a consumare petrolio in eccesso. Si pensava che la crisi fosse di breve durata e i dirigenti politici con presero provvedimenti per la carenza di legittimità che provocava una vera paralisi decisionale. Inoltre la protesta sociale che chiedeva migliori condizioni di lavoro completò il quadro disastroso per l’economia. Nel 1976, tutti i mali vennero al pettine, l’inflazione raggiunse e superò il 20% e la bilancia dei pagamenti divenne molto deficitaria. Nel 1977 la disoccupazione si situò ampliamenti sopra la media dei paesi sviluppati. Una popolazione relativamente giovane e l’accesso delle donne al mondo del lavoro contribuirono oltre alla crisi stessa a determinarla. In questa situazione nel frattempo si stava portando a termine una transizione politica complicatissima, inedita nella storia spagnola e per certi versi anche in quella universale.

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