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venerdì 5 maggio 2017

Il Fiscal compact spiegato a mia nonna!

Che cos'è il fiscal compact?

E’ un trattato che fissa norme e vincoli legittimi per tutti i paesi firmatari e agisce in specifico sulla politica fiscale dei singoli paesi.
Il fiscal compact è la cessione di una fetta della propria sovranità economica, di ogni paese firmatario a un ente sovranazionale: l’Unione Europea.

Quando è stato sottoscritto il fiscal compact?

A Gennaio 2012, il Consiglio Europeo, cioè i capi di Stato o di governo dei 28 Stati membri dell'UE, il presidente del Consiglio europeo e il presidente della Commissione europea, hanno approvato il fiscal compact.
Il trattato non venne sottoscritto solamente dal Regno Unito e dalla Repubblica Ceca.
Il fiscal compact è stato firmato dal governo Monti e ratificato in parlamento da PDL, Partito Democratico e UDC.
La fase dei negoziati era stata, comunque seguita per tutto l’interno anno del 2011 dall’ex duo in governo Tremonti ex ministro dell’economia e da Berlusconi che avevano riconosciuto e sottoscritto tutte le clausole poi contenute nella stesura finale del trattato.

Le origini del fiscal compact?

Il primo precursore del fiscal compact fu il Trattato di Maastricht.
Dal 1 novembre 1993 il Trattato di Maastricht, richiese agli Stati membri dell'Unione europea il rispetto di due regole di bilancio fiscale (vincolo permanente di bilancio), un rapporto indebitamento netto/prodotto interno lordo inferiore al 3 per cento e un rapporto debito/prodotto interno lordo inferiore al 60 per cento, o comunque che tendesse a questi numeri.

Il secondo precursore del fiscal compact fu il patto di stabilità e crescita.
Il patto di stabilità e crescita (PSC) sottoscritto nel 1997 definisce i parametri di riferimento delle regole di bilancio che guidano le politiche degli Stati membri e fornisce i principali strumenti per la sorveglianza delle politiche stesse (c.d. braccio preventivo/preventive arm) e per la correzione dei disavanzi eccessivi (c.d. braccio correttivo/corrective arm).

Perché questo tipo di governance/politica fiscale?

La crisi finanziaria del 2008 e la recessione dell’economia globale del 2009 hanno determinato un forte deterioramento delle finanze pubbliche in tutti i paesi europei e hanno attivato un ciclo di modifiche della governance europea.
Il mantenimento di una politica di bilancio responsabile viene considerata importante in un'unione monetaria, quale è l'area dell'euro zona.
Una politica di bilancio che si scosti da questi principi potrebbe rendere il contesto macroeconomico di un paese vacillante, potrebbe influenzare negativamente sulle prospettive di crescita economica e sull'inflazione del paese stesso e dell'intera Unione Europea.

Che cosa prevede l’accordo tra i vari stati membri?

Per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto dal trattato di Maastricht, c’è l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all'anno, per arrivare a quel rapporto considerato equilibrato del 60 per cento.
Per spiegarvi meglio come siamo messi, in soldoni, l'Italia detiene un debito pubblico che è superiore ai 2200 miliardi di euro, intorno al 132,5 per cento del prodotto interno lordo, i conti sono "semplici".
Per i paesi che sono da poco entrati a far parte dell’Unione Europea il vincolo è sotto la soglia del 3 per cento, nel rapporto tra deficit e PIL e i controlli su questo vincolo sono iniziati nel 2016.

Come si è applicato il famoso pareggio di bilancio in Italia?

Il pareggio di bilancio è l’equilibrio tra entrate e uscite, di ciascuno Stato.
In Italia il pareggio di bilancio è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell'Aprile del 2012.
Nelle clausole di “accordo fiscale” si menziona il vincolo dello 0,5 di deficit/debito strutturale, non legato alle emergenze, rispetto al prodotto interno lordo (PIL).

Le prospettive sono buone o cattive?

In uno studio condotto da Prometeia si evince che questo standard di “equilibrio” macroeconomico fiscale non avrà altre tendenze. 
I grandi parolai della politica, e propagandistici, farebbero poco aderendo ancora al fiscal compact, quindi i grandi proclami senza l’abolizione del fiscal compact sarebbero solo grandi menzogne.
Rimarremmo in “stallo” per un altro ventennio, se non si reinvestisse e se non si puntasse sul finanziamento e sulla crescita della piccola e media impresa.
Saremmo costretti ad un lungo periodo di forti pressioni e all'impossibilità di agire sulla domanda interna attraverso una riduzione della pressione fiscale e della spesa pubblica volta a sostenere la crescita.
L’aspetto negativo del fiscal compact è che toglie ai governi la possibilità di manovre correttive che sostengono lo sviluppo, fermandoli al rispetto dei vincoli di bilancio e affidando la possibilità di ripresa e crescita alla sola domanda estera, ed esterna alla nazione. 

Nella tabella qui accanto viene calcolato l’avanzo primario nei conti pubblici per poter arrivare, nel 2035, all'obiettivo di rapporto debito/Pil pari al 60%.
Viene calcolato l’ammontare assoluto del  debito che proseguirebbe la sua scalata fino al 2021 per calare soltanto successivamente a quell'anno.
Soprattutto, per portare nell'arco del periodo esaminato l’incidenza del debito pubblico al 60% del PIL, servirebbe concretizzare e mantenere per quasi vent'anni un avanzo primario non inferiore al 4,5% del prodotto.
E tale risultato dovrebbe essere ottenuto mediante un maggior prelievo fiscale ed una minore spesa pubblica con ricadute devastanti sulla dinamica del prodotto interno lordo, che ben faticosamente potrebbe mantenersi sul ritmo di crescita calcolato dell’1,6%.
In pratica nessuno, oltre i vincoli imposti dal fiscal compact, potrebbe migliorare la nostra situazione economica nazionale se non un grande e grosso miracolo.

Su questo ci stiamo organizzando.

Hai capito Nonna? :-)

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