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lunedì 13 aprile 2026

Il nuovo parlamento ungherese sarà formato da soli tre partiti

Il tramonto politico di Orban rappresenta l’emblema plastico del disordine sistemico che sta sconvolgendo l’intero scacchiere globale. La sua uscita di scena non è un evento isolato, ma il riflesso di un’epoca caratterizzata da instabilità e mutamenti repentini. Leader del partito di estrema destra Fidesz e anticomunista viscerale, da un iniziale orientamento ideologico fondato sul liberalismo e sull'integrazione europea, negli anni è passato ad uno spiccato euroscetticismo.

Nonostante la stampa internazionale lo abbia tratteggiato come una figura autoritaria e liberticida, Orban si è inserito nel solco del sovranismo europeo insieme a protagonisti come Le Pen, Salvini e Meloni. Tuttavia, emerge una discrepanza sostanziale che merita un'analisi approfondita: se i leader di Lega e FDI sono stati tacciati di un pragmatismo che confina con l'opportunismo politico, la posizione di Budapest ha mantenuto una coerenza differente. Storicamente, le destre italiane avevano costruito il proprio consenso su "battaglie feroci" contro l’euro e la cessione di sovranità; eppure, durante l’attuale esperienza di governo, Salvini e Meloni hanno mostrato una totale acquiescenza verso i diktat comunitari, allineandosi senza riserve alle decisioni prese nei palazzi del potere europeo.

La strategia di Orban, al contrario, si è distinta per il mantenimento di un dialogo privilegiato con il Cremlino, proprio mentre l’Unione Europea si schierava compattamente a supporto dell'Ucraina nel sanguinoso conflitto in corso. È in questo contesto che le contraddizioni geopolitiche si fanno macroscopiche. Da un lato, si osserva la manovra statunitense volta a logorare la Russia e, simultaneamente, a indebolire la coesione economica e politica del Vecchio Continente, trascinandolo in una guerra di logoramento senza apparente via d'uscita. Dall'altro, assistiamo all'imprevedibilità di Trump, il quale, pur avendo incoraggiato l'euroscetticismo di Orban, ora attacca duramente Bruxelles per il mancato appoggio nella gestione della crisi nello stretto di Hormuz.


L’ascesa di Magyar non sembra preludere a un reale mutamento dell’asse ideologico di destra, essendo anch’egli un fermo anticomunista. La differenza fondamentale risiede però nella sua disponibilità a sottomettersi alle direttive di Bruxelles. Il cambio della guardia a Budapest anticipa uno sblocco massiccio di risorse finanziarie destinate a Zelensky, una mossa che rischia di alimentare la prosecuzione delle ostilità sul fronte orientale a tempo indeterminato.

Resta un dato incontrovertibile che deve far riflettere: indipendentemente dall'agenda del nuovo esecutivo ungherese e dalle promesse elettorali, la crisi sistemica che sta attanagliando il pianeta colpirà con maggior vigore proprio l’Europa.

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