«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?»
SI
«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?»
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L'intelligenza artificiale rappresenta oggi l'attuale, ma non ultima, fase evolutiva di quella trasformazione digitale, cominciata più di 30 anni fa e della quale utilizziamo quotidianamente strumenti senza ormai accorgerci che, come ogni innovazione tecnologica che abbiamo accolto, sta migliorando il nostro vivere se governata in modo consapevole. L'intelligenza artificiale, così attesa ma anche così temuta, ora è già realtà. STEFANO CORGNATI Alla rapidità con cui le innovazioni digitali penetrano nella società non corrisponde però una stessa velocità dell'adattamento normativo e legislativo. La tecnologia nasce all'interno del perimetro della scienza e del rigore metodologico, ma nel momento in cui esce dai laboratori di ricerca e si affaccia sul mondo produttivo, economico o sociale, l'adattamento ai bisogni della collettività - cittadini e cittadine, imprese, pubblica amministrazione diventa un processo più lento, che richiede comprensione, confronto e una doverosa contemperanza tra l'utile e il ragionevole. Ed è per questo che spesso le politiche e le leggi che vanno a regolamentare le trasformazioni tecnologiche sembrano sempre evolversi con lentezza. In realtà, negli ultimi anni, la pubblica amministrazione ha intrapreso un percorso profondo di rinnovamento e semplificazione a tutti i livelli amministrativi per essere più efficiente nell'erogazione dei servizi. Insomma, la pubblica amministrazione sta cambiando e sta cercando di tenere il passo rinnovando il suo personale e innovando i suoi sistemi. Sembra quindi naturale che dopo aver assistito alla nascita di Ministero e di Assessorati alla digitalizzazione, oggi si veda la nascita di quelli delegati all'Intelligenza Artificiale. In quest'ottica, l'ipotesi di un Ministero dedicato all'AI è una possibile soluzione per governare una tecnologia così complessa, dirompente e profondamente pervasiva, da declinare in termini di filiera e filoni applicativi. Governare una tecnologia significa innanzitutto comprenderla: conoscerne i benefici, ma soprattutto intercettarne gli impatti positivi e negativi, valutandone i risvolti sociali, economici e ambientali. Per questo la formazione di competenze tecniche e tecnologiche all'interno della PA è fondamentale. Allo stesso tempo, governare una tecnologia significa accompagnarne l'introduzione nella società attraverso norme e leggi capaci di semplificarne l'applicazione, orientarla al bene comune e rimanere flessibili per adeguarsi a una realtà in continua evoluzione. Infine, implica renderla accessibile a tutta la società attraverso servizi, processi e strumenti che generino valore pubblico, efficienza e benefici concreti. La realtà, naturalmente, è più complessa della teoria. L'organizzazione amministrativa italiana è articolata su più piani e le specificità territoriali sono molto diverse, talvolta persino tra comuni della stessa regione: i bisogni di un piccolo comune montano sono molto diversi da quelli di una grande città. Ma il supporto di un adeguato uso della tecnologia è comunque vitale a tutti i livelli. L'intelligenza artificiale rappresenta quindi un punto di svolta che richiede una vera e propria catena di governo: un insieme strutturato di competenze, funzioni e responsabilità capace di interpretare la tecnologia, trasformarla in policy e tradurla in norme e applicazioni concrete, dal livello nazionale a quello locale. Dai principi strategici delle grandi architetture di governance all'ultimo miglio dei bisogni della cittadinanza: è essenziale che l'intera filiera amministrativa sia preparata a utilizzarla e gestirla, perché la "granulometria" dello strumento varia profondamente in base a dove e come viene adottato. Servono quindi figure apicali in grado non solo di leggere e interpretare le strategie, ma anche di condividere metodi, linguaggi e criteri operativi per renderle applicabili su tutte le scale. È una necessità urgente: la velocità dell'evoluzione digitale richiede strutture pronte oggi e capacità anticipatorie. La sfida che abbiamo di fronte è straordinaria: dimostrare che la pubblica amministrazione può essere promotrice e motore dell'innovazione, capace non solo di gestire la rapidità dei cambiamenti tecnologici, ma anche di trasformarla in valore pubblico. La crescita esponenziale delle tecnologie digitali - e in particolare dell'intelligenza artificiale - offre l'opportunità di ribaltare la narrazione, mostrando una PA che si rinnova, che integra e guida la tecnologia all'interno dei processi amministrativi, garantendo ai cittadini e alle cittadine trasparenza e neutralità, principi cardine della sua missione. Questa non è solo un'occasione, ma una importante concreta possibilità: ripensare il rapporto tra innovazione e istituzioni, dimostrando che la velocità non è incompatibile con il settore pubblico. Può, al contrario, diventarne un tratto distintivo, se sostenuta da competenze, visione e una governance adeguata. - *Rettore del Politecnico di Torino
Sì al taglio di oneri e tasse in bolletta per venire incontro alle famiglie, ma con misure «temporanee e mirate», che «non compromettano la sostenibilità fiscale». Le indicazioni che arrivano dalla plenaria del parlamento europeo a Strasburgo e dall'Ecofin di Bruxelles sono coerenti: la Commissione non ritiene di dover adottare in questo momento iniziative dirette a sostegno ai cittadini. «La situazione rimane estremamente volatile», rileva il commissario Ue all'Economia, Valdis Dombrovskis. Possono farlo i singoli Stati, se lo ritengono opportuno: la Commissione li incoraggia in questa direzione. Ma la crisi in Iran è sicuramente l'ennesimo campanello d'allarme che deve spingere l'Europa ad accelerare ulteriormente la transizione energetica, verso una sempre maggiore autonomia. ROSARIA AMATO Anticipando un'iniziativa che era già in cantiere, il commissario Ue per l'Energia Dan Jorgensen e la vicepresidente della Commissione europea Teresa Ribera hanno presentato all'Eurocamera un pacchetto di misure che puntano ad aiutare i cittadini a ridurre i costi dell'energia e sviluppare in tempi rapidi le fonti di rinnovabili, con particolare attenzione ai piccoli reattori nucleari modulari. «Un pacchetto molto ambizioso che mostra come l'Unione europea possa agire in modo rapido e deciso per proteggere i propri cittadini e le proprie imprese in un momento di grande incertezza», ha sottolineato Jorgensen. Agli Stati non si chiede solo di tagliare le bollette per dare un sollievo temporaneo alle famiglie, ma anche di favorire il cambio di fornitore in tempi rapidissimi, 24 ore: il risparmio stimato è fino a 152 euro l'anno per famiglia. La stessa Commissione interverrà a breve con norme quadro, che puntano anche a rendere più trasparenti e di facile lettura le bollette. Ancora, c'è un forte incoraggiamento sulle comunità energetiche: in primavera verrà lanciata con il programma Life un'altra iniziativa a supporto di nuovi progetti, con l'erogazione di una somma forfettaria di 45mila euro. Annuncio apprezzato dal M5S: l'eurodeputato Dario Tamburrano intervenendo nel dibattito ha ricordato come, al contrario, «il governo italiano, dopo un ritardo nei decreti attuativi di oltre due anni e burocrazia infinita, a bando Pnrr in corso, ha ridotto la misura stanziata per le comunità energetiche da 2,2 miliardi a 795 milioni, a fronte di una richiesta di accesso per un miliardo e mezzo». Apprezzamento anche dai Verdi: l'europarlamentare Benedetta Scuderi definisce il pacchetto per l'energia una «iniziativa chiave per abbassare il prezzo delle bollette in modo stabile, rafforzando efficienza energetica, impiego di rinnovabili e inclusione sociale». Molto scetticismo invece dalle destre. Gli eurodeputati di Fratelli d'Italia e della Lega avevano chiesto di cancellare o almeno di sospendere temporaneamente, a causa dell'emergenza energetica, l'Emission trading system. Richiesta di sospensione temporanea degli Ets «in attesa di una rapida e più ampia revisione del meccanismo», anche dalla premier Giorgia Meloni nella seconda riunione del gruppo di lavoro informale sulla competitività europea, ospitata da Italia, Belgio e Germania, in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. Ma la risposta della Commissione è un netto no: «Sarebbe un errore enorme», replica Teresa Ribera. Per accelerare lo sviluppo dei piccoli reattori nucleari, soluzione che Bruxelles ritiene di grande interesse per la flessibilità di costruzione e di impiego (potranno fornire energia pulita a basso costo alle industrie energivore o ai datacenter, per esempio) la Commissione mette sul piatto la possibilità di mobilitare fino a 200 milioni di euro da qui al 2028 attraverso il fondo InvestEu. Il piano prevede anche l'avvio di una "coalizione dei volenterosi" tra i Ventisette, per facilitare lo sviluppo e l'implementazione delle nuove tecnologie. Dalla Bei arriva invece un fondo da 75 miliardi per sviluppare le infrastrutture energetiche. Anche la Commissione farà la sua parte: ha proposto di quintuplicare i fondi per l'energia, nell'ambito del Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, passando dagli attuali a 29,91 miliardi di euro.
Non è il momento di spedire fregate italiane a Hormuz. Non adesso, senza una de-escalation. Giorgia Meloni lo ripete ai leader europei con cui è in contatto da 48 ore. Keir Starmer, Friedrich Merz. E pure a Emmanuel Macron, che è il primo a proporre la mossa. Per la premier sarebbe «rischioso» esporre i militari italiani mentre dall'Iran continuano a piovere razzi. Si metterebbe a rischio la vita dei soldati. Incidente dietro l'angolo, esiti imprevedibili. Per una scorta ai mercantili nel Golfo, è il ragionamento che circola a Palazzo Chigi, bisogna attendere un allentamento delle tensioni. Meloni condivide la linea con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. E sente pure il titolare della Difesa, Guido Crosetto, che nell'ennesima giornata tribolata riunisce insieme al sottosegretario Alfredo Mantovano i vertici militari e dei servizi. Un'altalena di discussioni, tra scenari di guerra e tormentate analisi sui contraccolpi economici. La premier non ha ancora sentito Donald Trump. Spinge adesso, invece, per un coordinamento Ue. Ma, a partire dalla strategia per Hormuz, l'Europa non suona con un solo spartito. LORENZO DE CICCO Secondo fonti italiane, sulle fregate nello Stretto la posizione di Meloni non sarebbe distante da quella del cancelliere tedesco, che sosterrebbe un approccio graduale. La Francia, invitata, non ha poi partecipato alla call di ieri sera sui riflessi economici della crisi. Macron era indaffarato nel vertice sul nucleare. Con Meloni, Merz e il belga De Wever si collegano invece von der Leyen (con cui la premier si è sentita anche separatamente) e i leader di altri 18 paesi. La richiesta su cui spinge di più Meloni è una: va «sospeso il meccanismo di tassazione del carbonio sulla produzione di energia», il cosiddetto Ets, in attesa di una revisione a tutto tondo. Consensi? La Germania apre, i paesi nordici frenano, insieme alla Spagna, ieri invitato al tele summit. Tutto rimandato al consiglio europeo del 19 marzo. La premier è convinta: così si abbassano i prezzi. Si vedrà. La richiesta è che al summit Ue vengano annotati «obiettivi concreti». Anche sul mercato unico e la semplificazione. Oggi per Meloni è prevista un'altra batteria di chiamate, forse una call formato E4 (con Macron, Merz e Starmer). Le comunicazioni della premier alla Camera sono state appositamente spostate un'ora avanti. Anche il fronte interno è concitato. Nella chat Whatsapp dei ministri qualche giorno fa Meloni è intervenuta in prima persona. Una strigliata, per chiedere di «coordinare la comunicazione» sull'Iran. Come dire: basta sortite in solitaria, fuori linea. Riproduzione autorizzata licenza Ars Promopress: 2013-2023 Stamattina, ore 9.30, Meloni sarà in Senato. Dalle 16 in poi, a Montecitorio. Il centrodestra ieri sera ha trovato la quadra sulla sua risoluzione. Nessuna condanna per i blitz di Usa e Israele, critiche solo agli attacchi «inaccettabili» iraniani. Nella bozza, si parla di uno scenario «estremamente imprevedibile», con l'auspicio di «un ritorno della diplomazia». Per i paesi del Golfo, è menzionata genericamente la possibilità di «forme aggiuntive di assistenza in materia di difesa e protezione delle infrastrutture». Per proteggere i confini europei, vedi Cipro, è ipotizzato un «adattamento e rafforzamento» delle missioni Aspides e Atalanta. In generale, la maggioranza impegnerà il governo a «intensificare gli investimenti» militari, a patto che l'Ue garantisca «la complementarità con la Nato». Sull'Ucraina, per non irritare la Lega, si parla di «sostegno multidimensionale». Non dell'adesione all'Ue, che per Matteo Salvini sarebbe «un suicidio» per gli agricoltori. C'è pure un paragrafo per difendere la presenza da osservatori al Board of peace. A parole, il centrodestra ha teso la mano all'opposizione, per un testo comune. Ma dalla minoranza hanno chiuso, anche perché avrebbe dovuto spendersi «in prima persona» la premier. Ammesso che ci siano smarcamenti dai dem, sarebbero pochi, dai riformisti. La minoranza invece non ha trovato un accordo per una mozione sola: divergenze su Kiev, non sull'Iran.
Per superare la crisi di liquidità imprese e professionisti vittime di truffe, insolvenza fraudolenta, estorsione, ecc. potranno ottenere i finanziamenti a tasso zero a valere sul "Fondo per il credito alle imprese vittime di mancati pagamenti". In pratica, le parti offese in procedimenti penali per mancati pagamenti avviati prima della domanda di agevolazione potranno ottenere gli aiuti del Fondo rotativo appositamente istituito con la legge di stabilità 2016. L'obiettivo della misura è sostenere finanziariamente pmi e professionisti colpiti da specifici reati come estorsione (art. 629 c.p.), truffa (art. 640 c.p.), insolvenza fraudolenta (art. 641 c.p.), false comunicazioni sociali (art. 2621 c.c.), bancarotta fraudolenta o semplice e ricorso abusivo al credito (articoli 223, 224, 225 legge fallimentare). Come disposto dalla circolare del Ministero delle imprese e del made in Italy n. 544 del 24 febbraio 2026 (modificativa della circolare n. BRUNO PAGAMICI 312471 del 7 agosto 2019), per ottenere il sostegno del Fondo il soggetto deve trovarsi in una situazione di potenziale crisi di liquidità a causa dei già menzionati mancati pagamenti. In particolare, per le pmi i crediti non incassati verso i debitori imputati devono essere almeno pari al 20% del totale dei "Crediti verso clienti" iscritti a bilancio (per professionisti e pmi in semplificata il riferimento è agli utili più ammortamenti ricavabili dall'ultima dichiarazione dei redditi). Inoltre, l'impresa o il professionista deve dimostrare capacità di rimborso del finanziamento agevolato sulla base degli indicatori economico-finanziari valutati in istruttoria. L'obiettivo del finanziamento agevolato erogato a favore di imprese e professionisti colpiti dai reati è dunque quello di consentire al beneficiario di superare la fase critica legata ai mancati incassi, in attesa dell'esito definitivo del procedimento penale e del possibile recupero, anche parziale, del credito. Soggetti beneficiari Oltre ad essere parte offesa in un procedimento penale, i soggetti beneficiari del sostegno da parte del Fondo sono: - pmi iscritte al registro imprese non in scioglimento o liquidazione, né sottoposte a procedure concorsuali per insolvenza; sono comprese le pmi in concordato preventivo in continuità; - professionisti iscritti agli ordini professionali oppure aderenti alle associazioni professionali riconosciute ai sensi della legge n. 4/2013 con relativa attestazione. Nello specifico sono soggetti beneficiari pmi e professionisti: 1) che risultino parti offese in un procedimento penale in corso a carico dei debitori; 2) ovvero che risultino ammessi o iscritti al passivo di una procedura concorsuale per la quale il curatore, il commissario o il liquidatore giudiziale si siano costituiti parte civile nel processo penale per uno o più dei delitti; 3) ovvero il cui credito sia stato riconosciuto da una sentenza definitiva di condanna per uno o più delitti. Soggetti debitori Rientrano tra i debitori le persone fisiche o giuridiche: 1) imputate in un procedimento penale in corso, per uno o più delitti, in cui il soggetto beneficiario risulti parte offesa; 2) ovvero condannate con sentenza definitiva, per uno o più delitti, in cui il soggetto beneficiario risulti parte offesa. Finanziamento Il finanziamento a tasso zero (concedibile fino a esaurimento delle risorse) viene accordato in de minimis per un periodo da 3 a 10 anni, per un importo non superiore ai crediti vantati dal beneficiario nei confronti dei debitori imputati nel procedimento penale e in ogni caso per non più di 500.000 euro. Ciascun soggetto beneficiario può presentare un'unica domanda di finanziamento agevolato. Domande Le domande vanno presentate in formato digitale dalle pmi tramite pec: fondovmp@pec.mise.gov.it, in forma di Dsan secondo lo schema reperibile al seguente https://www.mimit.gov.it/images/stories/documenti/Allegato_n.1 Domanda.pdf; I professionisti devono inviare la domanda, il cui modulo è reperibile all'indirizzo https://www.mimit.gov.it/images/stories/documenti/Allegato_n.1-Domanda.pdf, all'indirizzo di pec: fondovmp@pec.mise.gov.it.
Alla ricerca delle coperture economiche, il governo prende ancora tempo sul taglio delle accise mobili per contenere i prezzi dei carburanti schizzati dopo la guerra in Iran. All'undicesimo giorno di conflitto, con il diesel "servito" che ha superato i 2,6 euro al litro in autostrada e quello "self" oltre i 2 euro in quasi tutta Italia, l'intervento promesso in gran fretta dalla premier Giorgia Meloni per arginare il caro carburanti non è entrato nel Consiglio dei ministri di ieri, desaparecido come il Piano Casa. Che il decreto per abbassare i prezzi dei carburanti fosse a forte rischio era noto, ma ieri - numeri alla mano - il governo ha dovuto anche ammettere che lo strumento delle cosiddette "accise mobili" cioè restituire, tagliando le accise, la maggior Iva incassata dallo Stato per gli aumenti di prezzo - è troppo lento e, di fatto, sarebbe solo un pannicello caldo. Quel meccanismo è infatti più adatto a reagire ad aumenti meno repentini dei prezzi. Allo stato attuale, anche se le accise mobili venissero applicate, avrebbero un impatto minimo sul prezzo finale: qualche centesimo al litro sulla benzina, qualcosa in più sul gasolio (tra i 6 e i 7 centesimi) che alla pompa dopo il riallineamento delle accise a gennaio inserito in manovra - ha subito il rialzo maggiore da inizio conflitto. Troppo pochi per incidere davvero sul prezzo pagato alla pompa dagli automobilisti: forse è per questo che il meccanismo delle accise mobili, rivisto dal governo Meloni nel 2023, non è stato ancora mai usato. È un cannone destinato a non sparare e, a fronte di uno choc come quello odierno, servirebbe a poco o nulla. È per questo, cioè per non rischiare di sbandierare una misura emergenziale che non potrà fornire immediato sostegno a famiglie e imprese, che il governo sceglie di rinviare ogni scelta e continua a studiare altre misure per interventi più corposi. La strada sarebbe anche tracciata: basta il confronto con quelle adottate all'indomani dell'attacco russo contro l'Ucraina. Lo sconto massimo applicato dal governo Draghi nel 2022 valeva 25 centesimi al litro ed è quello invocato anche oggi dalle opposizioni. Il problema è il costo per le casse pubbliche: basandosi sull'esperienza di quattro anni fa, circa 2,5 miliardi di euro a trimestre. Resta ancora nel limbo anche l'altro intervento annunciato dalla premier Meloni, ovvero una nuova tassa sugli extra-profitti delle società energetiche - come accadde in epoca Draghi - da cui ricavare risorse per gli interventi a favore di famiglie e imprese. "Una scelta francamente incomprensibile quella del governo, che dispone già di tutti gli strumenti per ridurre in modo immediato la tassazione sui carburanti", protestano le associazioni dei consumatori e le categorie produttive. A parole, però, quello delle accise mobili resta un intervento su cui il governo continua a puntare tanto più che la Lega ne ha fatto una sua bandierina: ieri il leader leghista e ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha sostenuto che sul testo stavano lavorando i colleghi Giancarlo Giorgetti (Economia) e Adolfo Urso ( Imprese e Made in Italy) senza però dare indicazioni su tempi e contenuti; il suo partito ha invece presentato un emendamento al decreto Energia, all'esame della Camera, per chiedere di attivare il meccanismo delle accise mobili se il prezzo medio nazionale dei carburanti supera i 2 euro al litro per cinque giorni consecutivi. Insomma, anche se servono a poco non è escluso che le accise mobili finiscano in un nuovo Consiglio dei ministri già in settimana. Forse lo stesso in cui si tornerà a discutere del decreto Infrastrutture, quello che riscrive la procedura autorizzativa del Ponte sullo Stretto dopo la bocciatura della Corte dei Conti: era stato approvato in Cdm il lontano 5 febbraio scorso, ma da allora era parcheggiato al Tesoro. La Ragioneria dello Stato ne ha riscritto interi pezzi per chiarire che qualunque eventuale nuovo costo che emergesse nell'iter dovrà essere coperto con risorse già a disposizione del ministero di Salvini. Una figuraccia colta dalle opposizioni: "Il Ponte resta uno slogan elettorale che drena miliardi di euro pubblici senza risolvere nessuno dei problemi dei cittadini", ha attaccato Angelo Bonelli (Avs). In ogni caso, si è affrettato a sottolineare l'ad della Stretto di Messina, Pietro Ciucci, a oggi "non sono previsti extracosti".
In un piano di incentivazione del management articolato in due ambiti caratterizzati da diritti patrimoniali rafforzati, rispettivamente, con sottoscrizione di quote di un fondo di investimento e di strumenti finanziari partecipativi (Sfp) emessi da una società detenuta dal fondo medesimo, ciascun comparto deve essere valutato autonomamente ai fini della qualificazione reddituale dei relativi proventi. Con riguardo agli Sfp, l'esiguità del valore assoluto e relativo della compartecipazione dei manager medesimi porta a ritenere che nella specie si configuri un impiego inferiore all'1% dell'investimento complessivo. Ne deriva il difetto di una delle condizioni normative per considerare i proventi degli sfp stessi come redditi finanziari (art. 67, comma 1, lett. a del d.l. n. 50/2017). Trattandosi di una qualificazione ope legis di portata relativa è comunque possibile riconoscere tale trattamento laddove il piano garantisca una convergenza di interessi tra investitori e manager/dipendenti e questi ultimi corrano un effettivo rischio in ordine al capitale apportato. Entrambi questi aspetti non risultano soddisfatti causa la sottoscrizione di importi simbolici e l'attribuzione alla Sgr di una opzione di acquisto degli sfp esercitabile al valore nominale in dipendenza di determinati eventi (disinvestimento/exit; inadempimenti dei titolari a danno degli investitori terzi). In questi termini si è espressa l'Agenzia delle Entrate con la risposta n. 73 del 9 marzo 2026, non condividendo la soluzione interpretativa proposta dall'istante. Quest'ultima, la Sgr che gestisce il fondo interessato dal piano, aveva ipotizzato una lettura combinata delle descritte forme di co-investimento dei manager ma questo approccio non viene accolto dall'Amministrazione che conseguentemente ribadisce i criteri da seguire in presenza di "fattispecie atipiche": la spettanza di un pacchetto retributivo adeguato alle funzioni svolte ed in linea con il mercato, la rilevante misura delle risorse utilizzate, l'assenza di salvaguardie circa il reintegro delle stesse anche in sede di cessazione del rapporto di lavoro (leavership). La risposta in esame fa seguito agli oltre quaranta interventi di prassi intervenuti in questi anni, a riprova della difficoltà di trovare risposte sistematiche in una disciplina estremamente specialistica/dettagliata, oltre che nei suddetti indicatori. L'unico dato decisivo dovrebbe essere la reale aleatorietà dei proventi derivanti dalla partecipazione. Siffatto rischio, invero, è logicamente indipendente dall'entità dell'investimento, potendo mancare a fronte di impieghi elevati e viceversa. Di contro la citata "call option" sembra garantire il recupero del capitale investito a prescindere dalle vicende relative alla società emittente.
I conti pubblici sono sotto controllo e il paese è stabile, ma l'economia è stagnante, in una trappola di bassa produttività, bassa tecnologia e bassi salari. È un problema noto. Tra il 1995 e il 2024 l'incremento medio annuo della produttività del lavoro è stato dello 0,2% contro l'1,2% nell'Unione europea a 27, l'1% della Germania e lo 0,8% della Francia. E se consideriamo gli ultimi due anni, è addirittura calata dello 0,9%. La produttività è il cuore della crescita economica di un paese, della sua capacità di generare risorse e ricchezza per i suoi cittadini. Questo quadro piuttosto desolante ce lo fornisce il Rapporto annuale preparato dal Comitato nazionale produttività, istituito presso il Cnel, per la prima volta attuando una Raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea del 2016 che riguarda tutti i paesi membri. È un rapporto coraggioso e pieno di spunti utili, presentato a Torino al Collegio Carlo Alberto dal coordinatore del lavoro, Carlo Altomonte. Il paese dà apparentemente segnali di buona salute: negli ultimi anni l'occupazione è cresciuta più della media europea e le ore lavorate sono aumentate in media dell'1,2% all'anno tra il 2019 e il 2024. Il lavoro è fondamentale, ma sono lavori poveri. Se nello stesso periodo la produttività cala (-0,1%) questo significa che ogni nuova ora lavorata produce meno di quelle precedenti. Dipende da dove è la nuova occupazione, soprattutto concentrata in settori come le costruzioni, il turismo, la ristorazione, attività a bassa produttività. E da altri due elementi di carattere generale. Primo, gli investimenti in capitale. Secondo, quanto l'uso del capitale e di altri fattori produttivi sia in grado di generare produzione aggiuntiva. Sia l'uno che l'altro tra il 1995 e il 2024 hanno contribuito poco o nulla alla nostra economia. Il che, in sintesi, significa che non sono stati fatti investimenti adeguati, né in beni tangibili come macchinari, né in beni intangibili, come la ricerca e sviluppo, il digitale e la tecnologia. Ma un paese che ha bassa produttività e investe poco, è anche un paese che non è in grado di pagare bene i suoi lavoratori, ed ecco, di conseguenza, l'annoso problema dei bassi salari. Ad inizio 2025 le remunerazioni reali erano inferiori al 2021. Insomma, è il quadro di un'economia che si è strutturalmente impoverita allontanandosi dalla frontiera tecnologica e dalle attività ad alto valoro aggiunto, dove nei processi produttivi il capitale e la tecnologia sono stati gradualmente sostituiti da lavoro a basso salario e poco efficiente. Naturalmente queste sono dinamiche medie. L'economia del paese ha una grandissima eterogeneità sia a livello di impresa che a livello di territori. Non si spiegherebbe altrimenti la dinamica delle nostre esportazioni manifatturiere e il forte avanzo della nostra bilancia commerciale. Ci sono, come è ben noto, imprese leader, molto efficienti e tecnologicamente avanzate che contribuiscono a gran parte degli nostri scambi con l'estero. E territori, soprattutto al Nord, che concentrano attività ad alto valore aggiunto, con una trasmissione di tecnologie e pratiche manageriali alla frontiera tra gruppi di imprese. Purtroppo, però, queste eccellenze non riescono davvero a trascinare verso l'alto il resto del sistema produttivo che rimane fragile, soprattutto nel Mezzogiorno. Le ragioni di questo passo lento sono antiche e da anni le ricette per accelerarlo sono sul tavolo e se ne continua a discutere. Non sono ricette semplici e riguardano ambiti molto diversi della nostra economia e della nostra società. Dall'istruzione alla crescita delle imprese, dall'occupazione femminile alla fiscalità sul lavoro, dagli investimenti in tecnologia ai mercati dei capitali. Ma proprio per la complessità del problema, il governo non dovrebbe ignorarlo né crogiolarsi in un tutto bene Madama la Marchesa e dotarsi invece di una strategia a tutto campo per rilanciare crescita e produttività.
Pieno di tutele per i malati oncologici e di malattie rare. Alle misure previdenziali, fiscali ed economiche riconosciute da tempo, infatti, si sono aggiunte di recente nuove forme a sostegno dei lavoratori. Dal 1° gennaio 2026 sono previsti permessi retribuiti per visite ed esami medici (10 ore annue, anche a colf e badanti) e strumenti per rendere meno onerosa la prestazione lavorativa per chi è occupato ovvero per facilitarne la ricerca attraverso l'accesso a «Garanzia occupabilità lavoratori» (Gol), «Fondo nuove competenze» (Fnc), «Assegno d'inclusione» (Adi) e «Supporto per la formazione e il lavoro» (Sfl). La platea dei beneficiari. Vecchie e nuove tutele interessano i lavoratori dipendenti, pubblici e privati, e quelli autonomi, in presenza di specifici requisiti. Tra gli autonomi rientrano anche gli occasionali (di cui all'art. 2222 codice civile) e i professionisti (di cui all'art. 2229 codice civile).
Per il riconoscimento delle nuove tutele, al lavoratore è richiesto il possesso di un requisito sanitario: essere affetto da malattia oncologica o invalidante o cronica, anche rara, che comporti un grado d'invalidità al 74% almeno. Le malattie croniche o invalidanti sono quelle che danno diritto all'esenzione dal ticket in base a «livelli essenziali di assistenza» (Lea). L'elenco ufficiale ne contiene 64 tra cui endometriosi; patologie renali; broncopneumopatia. Le malattie rare, comprese quelle di origine genetica, sono quelle che presentano una bassa prevalenza, cioè inferiore a 5 individui su 10.000. I tumori rari rientrano tra le malattie rare. Permessi per visite e analisi. Da gennaio il lavoratore dipendente, pubblico o privato, affetto da malattia oncologica, cronica o invalidante, anche rara, con invalidità almeno del 74%, ha diritto a 10 ore annue di permesso per visite e analisi mediche. In tabella la scheda sintetica della nuova tutela. I nuovi permessi si aggiungono a quelli già vigenti, previsti da legge o contratto collettivo, e sono indennizzati al 66,66% della retribuzione con indennità erogata dal datore di lavoro che, poi, la recupera dal conguaglio con i contributi pagati all' Inps. Ai dipendenti pubblici l'indennità è pagata da enti e p.a. I permessi spettano anche se le visite ed esami sono effettuati dal figlio minore; in tal caso i permessi sono riconosciuti a ciascun genitore, in modo autonomo e indipendente dall'altro (quindi in totale 20 ore tra i due), e per ciascun figlio. Per fruire dei permessi è necessario che: - il lavoratore o un suo figlio minorenne soddisfi il requisito sanitario; per i figli minorenni il requisito si considera soddisfatto in presenza di un verbale di accertamento dell'invalidità civile che attesti, almeno, il riconoscimento dell'indennità di frequenza; - un medico di medicina generale o uno specialista di struttura sanitaria pubblica o privata accreditata rilasci (per il lavoratore o per il figlio minore) la prescrizione di visite, esami o cure mediche; - il lavoratore abbia un rapporto di lavoro in essere al momento alla fruizione del permesso. Anche colf e badanti. Il nuovo permesso spetta anche gli operai agricoli a termine e ai lavoratori domestici (badanti, colf), con l'unica particolarità che interessa i datori di lavoro (le famiglie, per colf e badanti) e riguarda il recupero delle indennità erogate: sono rimborsate dall' Inps direttamente ai datori di lavoro, con modalità ancora da definire. Come si fruisce del permesso. Il lavoratore che intenda fruire del nuovo permesso deve farne richiesta al proprio datore di lavoro con le modalità stabilite dal datore di lavoro, dichiarando di avere i requisiti (invalidità di almeno il 74%; prescrizione medica). Dopo la fruizione, deve fornire al datore di lavoro l'attestazione rilasciata dalla struttura presso la quale ha effettuato le prestazioni sanitarie. Lo stesso in caso di permesso per il figlio minore. Lavorare con la malattia. Un'altra serie di nuove tutele - si tratta, in particolare, di alcune misure di politiche attive mirano a rendere meno oneroso il lavoro a chi è occupato ovvero a facilitarne la ricerca in caso contrario. Il fine è garantire, a ogni persona che sia stata affetta da una patologia oncologica, eguaglianza di opportunità nell'inserimento e nella permanenza nel lavoro, nella fruizione dei relativi servizi e nella riqualificazione dei percorsi di carriera e retributivi. Le misure sono destinate a coloro che siano stati affetti da patologia oncologica, da considerare sia i soggetti dichiarati guariti dal cancro sia i soggetti che, pur in assenza di evidenza attuale di malattia, sono sottoposti a trattamenti prolungati (adiuvanti o follow up), condizione che non consente di ritenere malati i soggetti ma non permette ancora di essere dichiarati guariti. Le misure previste sono il programma Gol (Garanzia di occupabilità dei lavoratori), che prevede uno specifico percorso «Percorso 4 Lavoro ed inclusione»; l'accesso al Fnc, con il riconoscimento di contributi economici a favore dei datori di lavoro privati che stipulano accordi per la rimodulazione dell'orario di lavoro al fine consentire percorsi di sviluppo delle competenze dei lavoratori; l'accesso all'Adi, con l'adesione a percorsi personalizzati di attivazione e inclusione sociale e lavorativa; l'accesso a Sfl, che prevede la partecipazione a progetti di formazione, di qualificazione e riqualificazione professionale, di orientamento, di accompagnamento al lavoro; diritto agli «accomodamenti ragionevoli», cioè alle modifiche e adattamenti necessari e appropriati a carico dei datori di lavoro, purché non impongano oneri sproporzionati o eccessivi, da adottare a richiesta del lavoratore. Per lasciare prima il lavoro. Alcune situazioni possono risultare più gravose di altre alla persona. In questi casi è possibile guardare a un'altra serie di tutele, già operative da anni, che hanno il comune denominatore di consentire di lasciare l'attività lavorativa. Vediamo le principali. Assegno d'invalidità (privati). È erogato a domanda a chi ha una capacità lavorativa ridotta a meno di un terzo per infermità fisica o mentale. Ne hanno diritto i lavoratori: dipendenti; autonomi; iscritti alla gestione separata. Altri requisiti: 260 contributi settimanali (5 anni) di cui 156 (3 anni) nei 5 anni precedenti la domanda. Pensione di inabilità (lavoratori privati). Spetta, a domanda, al lavoratore o al titolare di assegno di invalidità che, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, si trovi nell'assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa. Comporta l'attribuzione di un'anzianità convenzionale come se l'iscritto avesse lavorato fino a 60 anni d'età oppure fino a 40 anni. Occorrono gli stessi requisiti per l'assegno d'invalidità (260 contributi settimanali di cui 156 nei 5 anni precedenti la domanda). Pensione d'inabilità (dipendenti pubblici). Spetta al dipendente pubblico per il quale è riconosciuto dalla commissione medica «l'assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa». Due le tipologie. In base alla legge n. 335/1995, comporta l'attribuzione di un «bonus» o di un'anzianità convenzionale come se il lavoratore avesse lavorato fino a 60 anni d'età o per 40 anni. Altri requisiti: almeno 5 anni di anzianità contributiva dei quali 3 almeno nel quinquennio precedente la pensione. In base al dpr n. 1092/1973 e alla legge n. 379/1955 (c.d. «pensione inabilità ordinaria») spetta a chi sia riconosciuto lo stato di «assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi proficuo lavoro ovvero alle mansioni svolte» e in presenza di un'anzianità contributiva di almeno 19 anni, 11 mesi e 16 giorni se il giudizio del verbale di visita medica è limitato alle «mansioni svolte»; di almeno 14 anni, 11 mesi e 16 giorni nel caso in cui l'inabilità sia «assoluta e permanente a qualsiasi proficuo lavoro»
Economia «quasi ferma» per Confindustria. E non resta che aggrapparsi a quel «quasi». Il bollettino sulla congiuntura appena diffuso da viale Dell'Astronomia elenca tutto quello che fa da freno: il prezzo del petrolio che non scende più, il dollaro debole che compromette l'export, l'instabilità internazionale (vedi i dossier che si moltiplicano con Venezuela e Groenlandia) che spinge gli italiani a mettere soldi da parte invece di consumare. In positivo agiscono l'ultima accelerazione degli investimenti sul Pnrr, che però sta andando a esaurimento. Insieme con la riduzione dei tassi d'interesse e la risalita del credito. Partiamo dal prezzo del petrolio. In teoria l'intervento degli Stati Uniti in Venezuela avrebbe dovuto abbassare le quotazioni, ma in realtà la media in gennaio è stata di 65 dollari al barile contro i 63 di dicembre. La ragione secondo l'ufficio studi di Confindustria - è che il Venezuela ha sì le maggiori riserve al mondo ma è un produttore marginale (meno dell'1% del greggio mondiale). Anche il prezzo del gas non scende più (33 euro/MWh a gennaio dai 28 di dicembre) e si è stabilizzato su livelli più che doppi rispetto a quelli del 2019.
Passiamo ai consumi, che salgono a gennaio solo dello 0,1% perché, la propensione al risparmio è balzata dal 9,9% di dicembre all'11,4% di gennaio. L'export resta debole: a novembre è cresciuto dello 0,2% ma bisogna tenere conto che a ottobre era sceso del 3,1%. «Tra le destinazioni - dice il bollettino di Confindustria - resta debole la Germania, rallenta la Francia, cadono UK e Turchia, virano in negativo anche gli Usa, mentre sono positivi i flussi verso Spagna, Austria e Belgio». C'è da dire che questi ultimi Paesi non sono tra i nostri maggiori «clienti». Gli occhi sono puntati sul prossimo bollettino Istat dell' 11 febbraio in merito all'andamento della produzione industriale a dicembre dopo che a novembre era salita dell'1,5%. Ma il bollettino di Confindustria frena gli entusiasmi: «In dicembre l'indice Pmi sulla fiducia delle imprese torna in area recessiva». Affievolimento, infine, del ritmo di espansione dei servizi nel quarto trimestre.