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giovedì 5 novembre 2026

Sgravi per la conciliazione, emergenza inflazione e transizione industriale.

Cari lettori, stimati colleghi imprenditori, dirigenti HR, operatori dell'informazione e concittadini impegnati nel dibattito pubblico, oggi ci troviamo a sviscerare una congiuntura economica e sociale talmente complessa e stratificata da richiedere un'analisi lucida, scevra da retorica e lontana anni luce dalle mance estemporanee che affollano i decreti governativi. Il quadro che emerge dai dati recenti, dalle novità normative in materia di sgravi e conciliazione, dai report sulla formazione e dalle tensioni reali vissute quotidianamente dalle famiglie fotografa un Paese sospeso tra urgenze strutturali e risposte miopi.


Il quadro normativo relativo allo sgravio contributivo sino all'1% – nel limite invalicabile di 50.000 euro annui per azienda – destinato ai datori di lavoro che ottengono la certificazione Uni/Pdr 192:2026 sulla conciliazione tra vita familiare e professionale ha finalmente trovato la sua completezza formale. Con la pubblicazione del decreto interministeriale dell'11 settembre sulla Pubblicità legale del ministero del Lavoro, le imprese dispongono dei riferimenti procedurali per accedere a questa agevolazione, prevista dal decreto legge 62/2026 (il cosiddetto decreto 1° maggio, convertito nella legge 112/2026).

L'attestato, basato sui parametri della prassi Uni/Pdr 192:2026 e rilasciato da organismi accreditati secondo la normativa europea, gode di una validità triennale (fino al 31 dicembre 2028). Tuttavia, l'applicazione pratica sconta vincoli stringenti: lo sgravio è subordinato al rispetto delle condizioni generali in materia di regolarità contributiva e al riconoscimento ai lavoratori del cosiddetto "salario giusto". Inoltre, sebbene Unioncamere abbia messo in campo un avviso in regime de minimis con contributi fino a 12.000 euro e voucher per l'assistenza tecnica per facilitare la prima certificazione delle imprese, la platea dei beneficiari rischia di essere frenata dalla complessità degli adempimenti e da una dotazione finanziaria complessiva – sette milioni per il 2026 e dodici milioni per ciascuno degli anni 2027 e 2028 – del tutto inadeguata a stimolare una vera rivoluzione culturale nell'organizzazione aziendale.

Mentre il Palazzo discute di bonus e detassazioni parziali, il Paese reale fa i conti con un carovita che sta stritolando il potere d'acquisto dei cittadini. L'indagine condotta da Noto Sondaggi rivela un dato impressionante: l'aumento dei prezzi percepito dagli italiani nell'ultimo anno si attesta al 13,3%, una cifra che supera di quasi otto punti percentuali il dato ufficiale registrato dall'Istat (5,4% a ottobre 2026). Si tratta della forbice più ampia mai registrata dall'inizio della crisi geopolitica in Ucraina.

Questa divaricazione non è il frutto di una percezione distorta, ma il riflesso di un accumulo di rincari che, tra il 2021 e la fine del 2026, ha visto i prezzi salire complessivamente di oltre il venti percento. I salari, fermi al palo, non sono stati in grado di riassorbire questa botta inflattiva. Nei carrelli della spesa si taglia il superfluo ma anche i beni essenziali: il 35% degli italiani ha ridotto o eliminato il consumo di vino, il 30% la birra, il 26% il pesce e persino la carne rossa vede un taglio drastico su cinque famiglie. Di fronte a prospettive future in cui oltre il settanta percento dei cittadini si attende nuovi rincari – specialmente sul fronte energetico e abitativo –, la risposta della politica appare timida, affidata a bonus una tantum che svaniscono nel volgere di pochi mesi.

Competenze, intelligenza artificiale e il gap formativo del sistema-Paese

La competitività di una nazione non si misura soltanto sulla stabilità dei bilanci, ma sulla capacità di investire sul capitale umano. Eppure, il mercato del lavoro italiano è attraversato da un profondo paradosso: da un lato le imprese denunciano una cronica carenza di talenti e specialisti – specie nei settori ad alta tecnologia e nell'ICT –, dall'altro ampie fasce di lavoratori faticano a trovare occupazioni coerenti o rischiano l'estromissione a causa dell'automazione e dell'avvento pervasivo dell'intelligenza artificiale.

L'indagine YouTrend traccia una mappa impietosa: sebbene la quasi totalità degli italiani riconosca l'importanza della formazione permanente per migliorare la propria posizione o cambiare settore, il 33% giudica le proprie competenze insufficienti e solo una minoranza si sente adeguata alle sfide tecnologiche odierne. Esiste inoltre un disallineamento allarmante tra le esigenze del mercato globale – come evidenziato dai report del World Economic Forum sulle competenze in forte crescita al 2030 (tra cui cybersecurity, analisi dei dati e intelligenza artificiale) – e le priorità percepite dai lavoratori, spesso frenati dalla mancanza di tempo e da un'offerta formativa disomogenea. La transizione digitale ed ecologica rischia di arenarsi se il governo non trasforma la formazione in una vera politica strutturale e pubblica, superando la logica degli interventi spot.

Sul piano macroeconomico, la tenuta industriale dell'Italia e dell'Europa intera è messa a dura prova da una dipendenza tecnologica ed energetica che definire asimmetrica è un eufemismo. Troppo spesso il nostro tessuto produttivo – fatto di eccellenze manifatturiere e PMI – eccelle nella ricerca e nella ideazione, ma fallisce miseramente nella fase di industrializzazione, incapace di accompagnare le startup dal prototipo al mercato globale.

Le misure introdotte dal disegno di legge di Bilancio 2027 per calmierare il caro-energia attraverso sgravi in bolletta vincolati agli investimenti in decarbonizzazione (con una dotazione di oltre sei miliardi di euro tra il 2027 e il 2030, ripartiti tra imprese energivore e PMI) rappresentano un palliativo necessario ma non sufficiente. Senza una strategia europea comune per potenziare i fondi di venture capital, unificare il mercato dei capitali e convogliare la mastodontica potenza degli appalti pubblici verso le tecnologie proprietarie, rischiamo di ridurci a meri consumatori di tecnologie pensate e controllate altrove, dilapidando il nostro potenziale industriale.

Il dovere di una svolta politica e culturale

La lettura incrociata di questi temi – dalla tutela dei lavoratori alla previdenza, dagli sgravi per la conciliazione familiare alla tragedia del carovita, fino alla miopia delle politiche industriali – restituisce l'immagine di un Paese che naviga a vista. Come politici, imprenditori e manager, abbiamo la responsabilità storica di rigettare la cultura dell'assistenzialismo di facciata e dei bonus a scadenza.

Servono riforme strutturali coraggiose: salari dignitosi, investimenti massicci nella formazione e nella digitalizzazione, un fisco equo che non penalizzi il lavoro dipendente e una politica industriale che rimetta al centro la persona, la famiglia e il lavoro produttivo. Il futuro non si amministra con i proclami elettorali; si costruisce con il coraggio delle scelte difficili.

TFR, crisi d'impresa e previdenza complementare: la grande svolta sui fondi pensione.

Cari lettori, colleghi imprenditori, dirigenti HR e compagni di viaggio della politica e del dibattito pubblico, oggi affrontiamo due nodi cruciali che stringono nella morsa il mondo del lavoro, le aziende in difficoltà e il futuro previdenziale di un Paese che invecchia a ritmi vertiginosi. Da un lato c'è la gestione spinosa del Trattamento di Fine Rapporto e l'intervento del Fondo di garanzia INPS nei casi di cessione d'azienda in liquidazione giudiziale; dall'altro, la recente rivoluzione della previdenza complementare, con le novità sul trasferimento della posizione senza perdere il contributo datoriale e l'allarme demografico scattato sull'asse dell'adeguatezza degli assegni pensionistici.


TFR, procedure concorsuali e Fondo di garanzia

Quando un'azienda attraversa il baratro della liquidazione giudiziale e cede un ramo d'azienda o l'intero complesso produttivo, si apre spesso un ginepraio normativo e operativo. Il nuovo comma 5-bis dell'articolo 47 della legge 428/1990 – interpretato dalla giurisprudenza di legittimità (Cassazione sezione Lavoro, sentenza 1860/2025) e dalle indicazioni dell'INPS (circolare 70/2023) – introduce una deroga netta al principio generale della responsabilità solidale e della continuazione automatica del TFR stabilito dall'articolo 2112 del Codice civile.

In parole semplici: nei contesti concorsuali specificati dalla norma, il rapporto di lavoro prosegue senza soluzione di continuità con il soggetto acquirente, ma il TFR maturato alle dipendenze dell'azienda cedente non passa in capo al nuovo datore di lavoro. Esso resta a carico della vecchia gestione e diviene immediatamente esigibile, potendo così attivare l'intervento salvifico del Fondo di garanzia INPS. Per fare questo, la legge opera un'equiprazione giuridica fondamentale: la data del trasferimento d'azienda viene parificata alla data di cessazione del rapporto ai soli fini dell'accesso alle tutele del Fondo.

Dal punto di vista operativo per noi HR manager e professionisti d'azienda, questo significa una cosa fondamentale: è un grave errore procedurale ricorrere a finte risoluzioni consensuali del rapporto di lavoro con la vecchia società in liquidazione per poi procedere a nuove assunzioni ex novo con l'acquirente. Una simile prassi snatura la ratio della norma speciale, la quale si fonda proprio sulla prosecuzione del rapporto presso il cessionario. Sotto il profilo contributivo e gestionale, il passaggio deve essere correttamente rappresentato attraverso i canali telematici dell'INPS indicando la causale apposita (come il codice 2T in Uniemens), tipica del trasferimento d'azienda.

Purtroppo, non di rado le sedi territoriali dell'INPS oppongono un muro di resistenza respingendo le domande dei lavoratori, eccependo l'assenza di una cessazione materiale del rapporto. Si tratta di un orientamento miope e incoerente con il dettato normativo e con la natura innovativa della giurisprudenza della Suprema Corte: se la fattispecie rientra nel perimetro dell'articolo 47, comma 5-bis, è la legge stessa a stabilire che il trasferimento tiene luogo della cessazione. Laddove invece la procedura concorsuale si collochi temporalmente al di fuori dell'ambito di applicazione della norma speciale, si torna al regime ordinario, rendendo assai più complesso sbloccare le tutele per i dipendenti coinvolti.

Previdenza complementare: la libertà di movimento e le crepe di un sistema demografico al collasso

Mentre le tutele del lavoro lottano contro le secche della burocrazia concorsuale, il panorama della previdenza complementare ha aperto le porte a una novità dirompente. Da sabato scorso, chi decide di trasferire la propria posizione accumulata verso un fondo pensione aperto o un PIP (Piano Individuale Pensionistico) non perde più il diritto al contributo aziendale previsto dalla contrattazione collettiva. Cade così quel fastidioso vincolo che subordinava tale facoltà ai ristretti limiti degli accordi di categoria, fermo restando il requisito ordinario dei due anni di permanenza prima del transito.

Contemporaneamente ha fatto il suo esordio l'erogazione frazionata del capitale accumulato, spalmabile su un arco temporale minimo di cinque anni, accanto alle opzioni di rendita e ai prelievi programmati. Sul piano fiscale, questa modalità gode di un regime di favore: sulla quota imponibile si applica un'aliquota del 20%, che scende di uno 0,25% per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino a toccare un pavimento del 15%.

Tuttavia, queste misure di flessibilità si inseriscono in un quadro macroeconomico e demografico spaventoso. Le proiezioni Istat parlano chiaro: la popolazione italiana è destinata a crollare dai 58,9 milioni di inizio 2025 a circa 55 milioni nel 2050. Nello stesso specchio temporale, gli over 65 passeranno dal 24,7% al 34,5%, mentre la fascia in età lavorativa (15-64 anni) subirà una contrazione drastica, perdendo quasi sette milioni di unità.

Per un sistema pensionistico pubblico basato sul modello a ripartizione – dove i contributi di chi lavora oggi pagano gli assegni di chi è in quiescenza – questa emorragia demografica rappresenta una cambiale in bianco destinata a saltare. Nel sistema contributivo attuale, l'assegno è lo specchio fedele della storia lavorativa: carriere discontinue, salari bassi, ingressi tardivi nel mercato del lavoro e periodi di inattività si traducono impietosamente in pensioni di miseria. La sostenibilità dei conti pubblici non coincide affatto con l'adeguatezza delle pensioni percepite dal singolo cittadino.

Le fasce più deboli – in particolare i giovani e le donne, storicamente meno rappresentati nei fondi pensione (fermi rispettivamente al 20,8% e al 38,8% delle adesioni secondo i dati Covip aggiornati a giugno 2026, con volumi contributivi comunque in crescita grazie agli 8,9 miliardi raccolti nel primo semestre) – rischiano di subire una doppia penalizzazione. Di fronte a priorità immediate come il pagamento degli affitti e il carovita, il risparmio previdenziale viene spesso accantonato.

A correggere parzialmente la rotta prova a intervenire il meccanismo del silenzio-assenso introdotto per i neoassunti del settore privato, unito all'innalzamento della soglia di deducibilità annua dei contributi portata a 5.300 euro. Ma di fronte a un mercato del lavoro frammentato e a retribuzioni spesso inadeguate, la sola leva fiscale rischia di non bastare per chi non ha capienza Irpef o fatica a sbarcare il lunario.

La tutela del TFR nelle crisi aziendali e la spinta verso una previdenza integrativa solida non sono questioni di secondaria importanza: sono i pilastri su cui si regge la dignità sociale del lavoro italiano. Come politici, imprenditori e manager, abbiamo il dovere morale e strategico di superare la logica dell'emergenza permanente.

Alle imprese si chiede un cambio di passo nella gestione del welfare e delle relazioni industriali; alla politica si richiede una visione strutturale che non si limiti a ratificare i danni dell'inverno demografico, ma restituisca prospettive certe, salari equi e tutele inattaccabili a chi produce ricchezza nel nostro Paese. Il futuro non si attende: si pianifica con coraggio e riforme coraggiose.

Generazione 2000, la manovra economica 2027 non parla ai giovani!

Viviamo immersi in un tempo sospeso, ostaggio di classi dirigenti che pretendono di governare il presente brandendo manuali polverosi e arnesi concettuali vecchi di cinquant'anni. I nati dopo il duemila costituiscono una macro-generazione del tutto inedita: sono i primi a non serbare alcuna memoria diretta del Novecento. Si affacciano alla vita adulta dentro una congiuntura informe e priva di coordinate stabili, mentre il palazzo cerca di imbrigliarli con soluzioni burocratiche estemporanee.

Le recenti ondate di contestazione divampate in tutta Europa – dalla Francia alla Spagna, passando per le piazze italiane autunnali animate da studenti in rivolta contro il carovita e il degrado formativo – restituiscono l'esatta misura di una frattura insanabile. L'episodio più emblematico giunge tuttavia dalla Serbia, dove mesi di mobilitazioni capillari sono sfociati in un progetto politico capace di espugnare le urne e smantellare il blocco di potere dominante. Una dimostrazione plastica di come il dissenso possa metamorfosarsi in organizzazione strutturata e cambiamento radicale.


I numeri parlano chiaro. Stando a una recente rilevazione Ipsos Doxa per l'Istituto Toniolo, il 77,3% dei giovani tra i 18 e i 34 anni – percentuale che schizza all'82,1% nella fascia più giovane – riconosce nella politica un potenziale motore di progresso civico. Quasi il 69% ritiene praticabile un impegno in prima persona. Eppure, oltre sei su dieci denunciano l'assenza totale di leve d'incidenza reale sulle scelte governative, mentre la metà boccia senza appello gli spazi di partecipazione offerti dalle istituzioni. Non assistiamo a una fuga dalla democrazia, bensì a un rigetto radicale dei suoi attuali e fallimentari ingranaggi procedurali.

La medesima tensione attraversa ogni snodo dell'esistenza quotidiana. Il lavoro resta centrale ma perde la sua odiosa fisionomia totalizzante: accanto alla retribuzione contano il clima aziendale, il benessere psicofisico, l'apprendimento permanente e il sacro santo equilibrio tra vita privata e professionale. Discorso analogo per il mercato immobiliare. L'indipendenza abitativa rappresenta il presupposto imprescindibile per edificare relazioni adulte e identità autonome. Quando gli affitti e i costi del mattone strangolano i redditi, a dissolversi non è soltanto un contratto di locazione, ma la prospettiva stessa di progettare il proprio domani.

Di fronte a questo scenario epocale, la quinta manovra del governo guidato da Giorgia Meloni risponde con un catalogo di promesse a scadenza, bonus spot e micro-misure spacchettate per categorie. Ventisei miliardi sbandierati ai quattro venti, dei quali ben dodici vincolati alle rigide condizionalità europee per energia e difesa. Al netto dei debiti contratti con Bruxelles, restano briciole contese da mille rivoli corporativi.

Sul fronte del lavoro giovanile, il tanto strombazzato premio retributivo si riduce a un modesto pannicello caldo: un'imposta sostitutiva ridotta all'1% sugli incrementi stipendiali fino a 2.500 euro annui, riservata esclusivamente ai dipendenti under trenta con un reddito non superiore a 28.000 euro. Chi resta immobile non riceve un solo centesimo.

Le agevolazioni per le aziende assumono la forma di una super deduzione del costo del lavoro ritoccata al rialzo nel disegno di legge di bilancio: 140% per l'innesto di under 36 e 180% per le neo assunte madri. Un incentivo teoricamente apprezzabile, che tuttavia scarica interamente sull'apparato imprenditoriale l'onere di tradurre lo sgravio fiscale in occupazione stabile, laddove la vera emergenza risiede nella desertificazione salariale e nella precarietà cronica dei contratti d'ingresso.

Per quanto riguarda il welfare aziendale, l'innalzamento a 2.000 euro della soglia di esenzione dei fringe benefit per i giovani under 31 senza figli rappresenta un assist importante, destinato però quasi esclusivamente alle grandi aziende strutturate. Come certifica il Corporate Welfare Lab della Luiss Business School, quasi l'ottanta percento dei colossi industriali possiede un piano di welfare attivo, percentuale che crolla miseramente al 32% nel tessuto delle piccole e medie imprese, vero scheletro dell'economia nazionale.

La tenuta economica del Paese si gioca tuttavia sulla capacità di far germogliare e scalare l'ecosistema dell'innovazione. Secondo il monitoraggio di Growth Capital e Italian Tech Alliance, i finanziamenti nel venture capital italiano hanno toccato quota 1,465 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2026, segnando un +71% sul 2025. Un dato incoraggiante che cela però una pericolosa distorsione: a fronte di un aumento dei ticket medi, il numero complessivo dei round si è contratto drasticamente, penalizzando le fasi embrionali (pre-seed e seed), crollate del 37%. Se i capitali premiano unicamente i progetti già maturi, l'intera filiera delle startup rischia il soffocamento finanziario.

A ciò si somma la piaga strutturale del mismatch di competenze, acuita in modo esponenziale dall'avvento dell'intelligenza artificiale e delle tecnologie di rottura. Come ammonisce Walter Renna, amministratore delegato di Fastweb + Vodafone, l'incapacità di formare e trattenere talenti nei settori chiave dell'ICT condanna l'Italia alla dipendenza tecnologica estera e a una sterile erosione di Pil potenziale. Di fronte a infrastrutture di rete ultra-veloci, la vera discriminante risiede nel livello di alfabetizzazione digitale diffusa, terreno sul quale il nostro Paese sconta storicamente un ritardo allarmante rispetto alla media comunitaria.


Capitolo a parte merita la galassia delle famiglie e del sostegno alla genitorialità. La manovra introduce un inedito voucher maternità fino a 500 euro mensili per tre mesi, destinato in via sperimentale alle lavoratrici autonome e iscritte alla gestione separata in alternativa al congedo parentale. Una misura che prova a colmare un vuoto storico, considerando che nel triennio precedente appena il dieci percento degli aventi diritto autonomi aveva potuto usufruire dei congedi tradizionali.

Il bonus mamme viene infine stabilizzato a 100 euro mensili per tutte le lavoratrici con almeno due figli, sebbene l'impianto complessivo della riforma fiscale continui a procedere per comparti stagni e trattamenti differenziati. Sindacati e parti sociali denunciano la voragine del cuneo fiscale non restituito e una frammentazione dell'Irpef basata su criteri d'età e tipologia contrattuale che mina alla radice il principio costituzionale di equità tributaria.

La transizione demografica, ecologica e digitale impone un cambio di paradigma radicale. Ignorare la domanda di protagonismo delle nuove generazioni e affidarsi a bonus estemporanei significa condannare il sistema-Paese a un declino inesorabile. È tempo di dismettere la logica dei sussidi a scadenza e di investire con coraggio strutturale su istruzione, competenze, stabilità lavorativa e democrazia partecipativa. Il futuro non si amministra con i decreti spot: si costruisce rimettendo i giovani al centro delle decisioni che contano.

venerdì 30 ottobre 2026

Oltre la rabbia delle piazze

Milano, Parigi, Limoges, Madrid. Le cronache delle ultime settimane restituiscono fotogrammi inequivocabili: masse di adolescenti e giovanissimi che, nel volgere di pochi istanti, disintegrare il dialogo per votarsi alla furia cieca della devastazione e dello scontro frontale con le forze dell'ordine. Di fronte a simili derive non è concessa alcuna zona d'ombra diplomatica. Le devastazioni urbane e l'aggressione sistematica alle istituzioni non ammettono attenuanti; uno Stato fondato sulla legge e sulla convivenza civile ha il dovere inderogabile di non tollerarle.


Tuttavia, chi detiene un mandato pubblico, una funzione di rappresentanza o una responsabilità di governo non può esaurire il proprio compito nella mera invocazione della sanzione penale. I tribunali faranno il loro corso, com'è giusto che sia in un ordinamento democratico. Ma la politica, i corpi intermedi, i dirigenti d'azienda e gli operatori sociali hanno un onere ben più gravoso: decifrare l'alchimia sotterranea di quella rabbia e disinnescarne le radici prima che tornino a liquefare il tessuto urbano.

Chi scrive vive quotidianamente nel cuore dei meccanismi che regolano la produzione, la retribuzione e la tutela del fattore umano. Per oltre un secolo, il diritto del lavoro ha interpretato la propria missione come un argine millimetrico volto a riequilibrare lo squilibrio contrattuale tra chi possiede i mezzi di produzione e chi offre la propria opera, concentrandosi sul perimetro del salario, sulla durata dell'orario e sui dispositivi di sicurezza.

Oggi, tuttavia, il crinale della disuguaglianza si sposta vertiginosamente a monte. Il divario incolmabile non si genera al momento della firma della lettera d'assunzione, bensì negli anni cruciali in cui un individuo riceve – oppure viene scippato di – gli strumenti cognitivi ed ermeneutici indispensabili per decifrare il contesto in cui è chiamato a esistere. Chi si affaccia sul mercato del lavoro privo di tale corredo critico è già irrimediabilmente soccombente prima ancora di sottoscrivere qualsivoglia accordo sinallagmatico. Nessuna normativa protettiva successiva, per quanto avanzata, potrà mai sanare per intero quella distanza originaria.

Questi strumenti insostituibili rispondono a un nome antico, spesso frainteso: cultura. Non si tratta di erudizione accademica, di polveroso nozionismo o di un vezzo elitario riservato a oligarchie privilegiate. È, molto più prosaicamente e radicalmente, la facoltà di decodificare la realtà circostante, di attribuire un nome preciso alle proprie pulsioni, di smascherare la manipolazione mediatica separandola dall'informazione rigorosa, di concepire per se stessi una traiettoria esistenziale e professionale degna.

Senza questo alfabeto di base, un ragazzo galleggia inerte nell'iperuranio digitale odierno, uno spazio virtuale totalizzante in cui la realtà tangibile viene letteralmente espropriata e in cui algoritmi opachi orientano surrettiziamente desideri, impulsi e sogni.

L'esperienza accumulata nei tavoli di trattativa sindacale e industriale insegna una verità cristallina: non prevale chi ha astrattamente ragione, ma chi possiede la padronanza logica e dialettica per dimostrarla. E per dimostrarla occorrono le parole. Chi è defraudato delle parole perde ogni capacità di difesa, di cittadinanza attiva e persino di dissenso civile. Quando il linguaggio viene meno, l'unico residuo espressivo è il gesto iconoclasta, violento e muto che ammiriamo con sgomento nelle piazze metropolitane.

Per arginare questa emorragia sociale occorre un cambio di rotta radicale: un welfare generativo. Un sistema di protezione attiva che non si limiti ad attendere passivamente il manifestarsi del bisogno per erogare un sussidio compensativo, bensì lo anticipi, dotando la persona degli anticorpi necessari per emanciparsi autonomamente. La cultura ne rappresenta l'architrave insostituibile, poiché restituisce al cittadino la sovranità sui propri diritti. Distinguere le clausole di un contratto, orientarsi nella complessità di una mansione, decifrare una busta paga o denunciare un abuso contrattuale sono competenze praticabili esclusivamente da chi possiede gli strumenti cognitivi per farlo.

Inoltre, la cultura svolge una funzione di coesione formidabile: costringe all'esercizio del pensiero critico, riannoda i fili del patto comunitario per chi si sente ai margini e nobilita l'individuo, svelandogli un orizzonte di valore ben superiore a quello imposto da un punto di partenza degradato.

La nostra Costituzione aveva tracciato questa rotta con lucidità profetica all'articolo 3, affidando alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l'eguaglianza dei cittadini. Lo sviluppo della persona umana e la dignità del lavoro campeggiano nella medesima disposizione non per un vezzo stilistico, ma per un nesso di causa ed effetto ineludibile.

Quando ho assunto la guida dell'Inps, la prima intuizione è stata proprio questa. Molti mi chiesero, sbigottiti, quale nesso potesse sussistere tra la missione di un grande istituto previdenziale e la promozione culturale. La risposta riposa nell'architettura stessa del nostro patto sociale. Le pensioni del domani si reggono strutturalmente sul lavoro prestato dai giovani di oggi. E la qualità, la stabilità e la produttività di quel lavoro dipendono in modo diretto dalla solidità della formazione ricevuta. Dalla robustezza del tessuto culturale discende la continuità contributiva e, di conseguenza, l'adeguatezza futura dei trattamenti di quiescenza.

La cultura non è un orpello marginale: è il pilastro fondante della sostenibilità previdenziale. Esiste poi un nesso etico, forse meno tangibile ma decisivo: la previdenza costituisce un patto intergenerazionale fondato sulla fiducia reciproca. Un ragazzo a cui la società nega un ruolo, una prospettiva e una dignità non nutrirà mai alcuna motivazione razionale per sostenere un sistema che gli chiede di sacrificare risorse per le generazioni precedenti. In un Paese che invecchia inesorabilmente e registra minimi storici di natalità, questa erosione di fiducia è una voragine che non possiamo permetterci di spalancare.

Ecco perché il deficit formativo odierno rappresenta la vera e propria questione previdenziale di domani. Un istituto di previdenza non può limitarsi a presidiare l'ingresso nel mondo del lavoro; deve scendere in campo prima. Per sua natura, l'Inps risponde a istanze e domande, ma per inoltrare una domanda occorre la consapevolezza di possedere un diritto e la competenza per farlo valere, esattamente ciò difetta a chi cresce in un deserto culturale.

Abbiamo invertito la rotta: anziché attendere che i soggetti più fragili soccombano, siamo andati noi incontro ai ragazzi nei loro luoghi di aggregazione e formazione, nelle scuole e nelle università, privilegiando l'ascolto preventivo rispetto alla burocrazia esplicativa. Abbiamo strutturato portali dedicati che parlano il loro lessico e aperto canali di accesso al sapere per le famiglie. Significa accompagnare l'individuo prima, durante e dopo l'esperienza lavorativa, affinché lo Stato non si ponga unicamente come esattore o erogatore di una pensione lontana, ma come alleato autorevole nella costruzione del percorso di vita.

Mentre progettiamo il riscatto sociale ed educativo delle nuove generazioni, il sistema economico reale e produttivo italiano attraversa una fase di marcata turbolenza. Gli ultimi dati Istat certificano che la pressione inflazionistica è tornata ad azzannare i bilanci delle imprese, proiettando ombre sinistre sulla continuità produttiva. A settembre, i prezzi alla produzione dell'industria hanno registrato un balzo del 2,9% congiunturale e del 13,8% su base annua, accelerando nettamente rispetto al +10,9% del mese precedente. A fungere da miccia sono ancora una volta i costi energetici, con un'esplosione tendenziale del 17,4% sul mercato interno (mentre la componente depurata dall'energia si attesta a un ben più moderato +3,5%).

Il quadro del fatturato manifatturiero e dei servizi offre prospettive ancor più sfumate e preoccupanti. Ad agosto, il giro d'affari industriale ha evidenziato una contrazione dello 0,9% in valore e del 3,5% in volume rispetto al mese precedente; su base annua il valore nominale mostra un +4,2%, ma i volumi reali crollano del 2,9%. Nel terziario la dinamica si replica con un timido +3,6% in valore a fronte di una flessione dello 0,5% nei volumi.

La diagnosi è cristallina e impietosa: i rincari alimentano fittiziamente i ricavi nominali delle aziende, ma strangolano l'effettiva operatività. È il classico campanello d'allarme per un tessuto industriale stretto nella morsa di costi di produzione insostenibili e di una domanda interna ed esterna anemica.

In questo scenario di transizione e di manovra di bilancio in fieri, si moltiplicano le rivendicazioni dei corpi intermedi tese a difendere la stabilità strutturale del Paese. Dal fronte assicurativo si leva una voce ferma contro l'ipotesi di nuovi prelievi fiscali estemporanei.

«Non siamo un giacimento fiscale da sfruttare per logiche di cassa di breve periodo. Siamo, al contrario, i custodi del risparmio degli italiani»,

ha tuonato il presidente dell'Ania, Giovanni Liverani, dal convegno dedicato alla previdenza universale, invocando il rispetto rigoroso dei principi di proporzionalità, ragionevolezza ed equità in ogni intervento normativo. Il settore vanta numeri imponenti: nell'ultimo anno sono stati risarciti 18 milioni tra cittadini e imprese per un ammontare di 42 miliardi, a fronte di prestazioni complessive superiori a 93 miliardi. La richiesta prioritaria al legislatore è l'ancoraggio a condizioni normative e fiscali stabili.

Nello stesso consesso, Liverani ha rilanciato una proposta di forte impatto strategico per invertire il declino demografico: l'istituzione di un salvadanaio previdenziale statale per ogni nuovo nato da inserire nella prossima legge di bilancio. Una dote iniziale pubblica da allocare in un piano di accumulo alimentabile dal nucleo familiare, assistito da generosi incentivi fiscali e gestito in un regime di sana concorrenza tra operatori di mercato. Una misura che rifugge da logiche puramente assistenzialistiche per configurarsi come un volano strutturale contro l'inverno demografico.

Sul fronte contingente, intanto, la Gazzetta Ufficiale ha sancito il ritorno temporaneo del taglio delle accise sul gasolio per il periodo compreso tra il 28 ottobre e il 7 novembre: una riduzione di circa 4 centesimi al litro (4,9 centesimi computando l'Iva), finanziata interamente per 38,7 milioni di euro grazie al maggiore gettito Iva registrato a settembre a seguito dell'impennata delle quotazioni petrolifere. Un cuscinetto di sollievo temporaneo che restituisce agli automobilisti parte del extra-gettito accumulato dallo Stato.

La scommessa sulla responsabilità adulta

Il Capo dello Stato ci ha ammonito con saggezza istituzionale: occorre accordare fiducia ai giovani «ampiamente e concretamente». La declinazione più autentica di questo imperativo consiste nel trattare lo svantaggio educativo non come un accidente marginale, ma come un rischio sistemico di prima grandezza, equiparabile per pericolosità alla crisi occupazionale o all'emergenza sanitaria, strutturando attorno ad esso reti di protezione capillari.

Nessun ministero, nessun ente previdenziale e nessuna azienda può vincere questa scommessa in solitudine. È una chiamata alle armi che interpella con pari responsabilità le istituzioni scolastiche, le imprese manifatturiere e dei servizi, i territori, il terzo settore e l'intero ecosistema culturale.

Ai nostri ragazzi dobbiamo pretendere il rispetto rigoroso delle regole della convivenza democratica. Ma a noi adulti spetta l'onere preliminare di dimostrare con i fatti tangibili che il loro destino ci sta sinceramente a cuore. Investire risorse imponenti nella loro formazione e nella loro emancipazione culturale non è un atto di generosità astratta, bensì la mossa più lungimirante che un Paese maturo possa compiere. Perché chi ha imparato a pensare con la propria testa possiede uno scudo infinitamente più solido, resiliente e fecondo di qualunque forma di rabbia cieca.

L'illusione dei 26 miliardi: tra "micro-mance", maquillage contabile e l'ennesimo rinvio delle riforme strutturali

Ventisei miliardi di euro redistribuiti sottobanco su cinque direttrici propagandistiche: nucleo familiare, demografia, comparto produttivo, capacita d'acquisto e assistenza sanitaria. Un granellino di sabbia qui, una briciola di pane là, secondo la classica geometria del bilancio finalizzata unicamente a evitare di scontentare i soci della coalizione di governo.

Questo è il ritratto fedele della quinta manovra economica guidata dalla presidenza Meloni. Nell'istante in cui sceglie di illustrarla nella sala stampa della sede dell'esecutivo, a margine del via libera formale giunto dal gabinetto dei ministri, la prima ministra prova a condire le linee guida con una dose bilanciata di trionfalismo e pragmatismo calcolato. Rivendica senza scomporsi una linea di continuità con i provvedimenti finanziari degli anni passati: l'ultimo testo approvato – sottolinea la premier – costituisce «un ulteriore tassello all'interno di un disegno strategico a medio-lungo termine, provvisto dunque di una linearità di legislatura». Anche in questa specifica circostanza – ribadisce – «nessuna erogazione indistinta o sconsiderata, né promesse incompatibili con la realtà dei conti».

Scatta la linea difensiva contro i rilievi critici sollevati dalle istituzioni bancarie e dalle compagnie assicurate, sulle quali viene scaricato l'onere principale del recupero risorse. «Non ci troviamo al cospetto di un provvedimento ostile verso determinati soggetti, bensì in una fase storica complessa – chiarisce la presidente – abbiamo ritenuto doveroso chiedere un contributo di solidarietà a chi dispone di una stabilità finanziaria superiore». Argomentazioni sviluppate nel tentativo espresso di prevenire ed evitare un contenzioso giudiziario o ricorsi formali da parte dei colossi del credito: «Confido che non vi sia alcun contenzioso, ma piuttosto la volontà di collaborare nell'interesse generale». Ciononostante, la stessa Meloni è costretta ad ammettere a denti stretti come il pacchetto economico in questione «non rappresenti la soluzione definitiva a ogni criticità del Paese».



La realtà matematica dei conteggi svela un quadro privo di orpelli. Una volta rimossa la stampella provvisoria rappresentata dal margine di flessibilità concesso dalle istituzioni europee per le spese energetiche e per il comparto della difesa – un tesoretto pari a 12 miliardi – il nucleo reale della manovra si riduce a un modesto ammontare di 14 miliardi di euro.

Trattasi di una dote economica leggermente superiore alle stime circolate poche settimane fa, il cui incremento è stato reso possibile grazie al prelievo forzoso imposto a banche, gruppi energetici e concessionari dei giochi d'azzardo. La carta vincente incassata nell'interlocuzione con Bruxelles sul fronte del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, grazie alla quale 3,4 miliardi di interventi sono stati riversati nel perimetro della flessibilità di bilancio, permette di liberare margini finanziari che risultano tuttavia vincolati ed esclusivamente destinati alla copertura di misure già operative da prorogare.

Voce di BilancioValore NominaleNatura della Copertura / Destinazione
Ammontare Complessivo Manovra€ 26 MldTotale delle risorse mobilitate
Flessibilità UE (Difesa ed Energia)€ 12 MldMargine straordinario concesso da Bruxelles
Integrazione PNRR / Flessibilità€ 3,4 MldSvincolo di risorse per misure pregresse
Margine Reale per Nuovi Interventi€ 14 MldRisorse nette destinate alle misure di legislatura
Iniezione del Settore Finanziario€ 5,5 - 6 MldPrelievo straordinario su banche e assicurazioni
Risorse per il Fondo Sanitario€ 3,4 MldIncremento lordo (comprensivo di quota precedente)

Sul piatto residuano così pochissime risorse a fronte di problematiche immense, del tutto insufficienti a placare i desiderata e gli appetiti politici dei partiti della coalizione. Per questa precisa ragione, la legge di bilancio si trasforma in un puzzle disorganico di micro-misure parcellizzate, caratterizzate da una portata estremamente limitata e destinate a un numero ristretto di beneficiari.

La distribuzione dei dividendi politici e i tagli fiscali

Nelle ore conclusive del negoziato viene inserita l'attenuazione dell'imposta sul reddito delle persone fisiche a beneficio del ceto medio. Ciononostante, l'innalzamento dell'aliquota del 33% trova applicazione soltanto per i redditi compresi entro la soglia dei 55mila euro annui – partendo dai precedenti 50mila – tradendo di fatto la promessa elettorale di spingere l'asticella fino ai 60mila euro.

Parimenti deludente appare il capitolo sanitario: la dotazione del Fondo Sanitario Nazionale viene incrementata di appena 3,4 miliardi di euro (valore all'interno del quale risulta compreso 1 miliardo già stanziato nella precedente manovra finanziaria). Il totale finale rimane ampiamente inferiore rispetto alla richiesta minima di 5 o 6 miliardi avanzata formalmente dalla conferenza delle Regioni.

ALLOCAZIONE DELLE RISORSE E COMPROMESSI DELLA MAGGIORANZA
│
├── Fratelli d'Italia ──► Pacchetto Famiglia e Welfare
│                         ├── Salvadanaio "Valore Nuovi Nati" (€100/anno)
│                         └── Estensione Congedi Parentali all'80%
│
├── Lega Nord ──────────► Autonomi e Fisco
│                         ├── Estensione Flat Tax fino a 100mila euro
│                         └── Fondo dedicato alle uscite pensionistiche anticipate
│
└── Forza Italia ───────► Ceto Medio e Terza Età
                          ├── Rimodulazione scaglione IRPEF al 33% (fino a 55k)
                          └── Voucher Sanitario da 300 euro per over 75 ad basso reddito

All'interno dell'articolato trovano comunque spazio le misure simbolo sollecitate da ogni componente della maggioranza:

  • Fondo accumulo previdenziale per i neonati: Proposta caldeggiata dal titolare del Tesoro Giancarlo Giorgetti.

  • Congedo parentale esteso: Ampliamento delle coperture retributive per i primi anni di vita dei figli.

  • Incentivi fiscali under 30: Agevolazioni sui premi di produttività e sulle assunzioni giovanili.

  • Norme elettorali e varie: Provvedimenti accessori tra cui la cancellazione definitiva del bollo automobilistico per le vetture entro gli 80kW di potenza.

Sotto il profilo degli equilibri interni, se Fratelli d'Italia appone il proprio simbolo sul pacchetto legato alle famiglie e allo stato sociale, la Lega festeggia l'allargamento del regime forfettario fino a 100mila euro e la costituzione di un fondo per le uscite flessibili dal lavoro. Forza Italia ottiene il parziale ritocco dell'IRPEF unitamente all'introduzione di un buono destinato alle spese odontoiatriche e protesiche per i cittadini ultrasessantacinquenni non abbienti. Viene inoltre concessa una spinta all'aliquota ridotta sulla locazione per gli immobili a uso abitativo.

Il nodo delle coperture finanziarie e le trappole a scadenza

Le modalità attraverso cui vengono liquidate le coperture rivelano la fragile impalcatura dell'intero testo. L'iter di stesura finale ha visto salire sensibilmente il costo preteso da banche, compagnie di assicurazione, concessionari di scommesse e settore dei tabacchi:

  1. Comparto creditizio e assicurativo: L'addizionale IRES a carico degli istituti di credito sale al 3%, portando la tassazione complessiva al 30,5% per le banche e al 27% per le imprese assicuratrici, con un prelievo totale stimato tra i 5,5 e i 6 miliardi.

  2. Settore giochi e scommesse: Richiesto un gettito superiore ai 700 milioni inizialmente stimati.

  3. Sostenibilità dei tabacchi: Anticipazione a metà 2027 degli rincari precedentemente previsti per il 2028, con un doppio scatto di prezzo programmato per il 1° gennaio e il 1° luglio.

  4. Spending review dei dicasteri: Tagli lineari ai bilanci dei ministeri per un valore approssimativo di 1,2 miliardi nel corso del primo anno di applicazione.

Un elemento critico sotto il profilo della pianificazione economico-aziendale è rappresentato dalla validità temporale delle misure. Dalla riduzione dell'IRPEF al rinvio dei balzelli su plastica e zuccheri, l'intero pacchetto fiscale presenta una data di scadenza fissata rigorosamente al 31 dicembre 2027. Tale scelta contabile trasferisce integralmente al successivo esecutivo l'onere di reperire almeno 6 miliardi di euro per evitare che le agevolazioni decadano automaticamente.

Il punto di vista strategico e manageriale

Dal punto di vista dell'analisi politica, della gestione d'impresa e delle risorse umane, questo testo di bilancio evidenzia limiti strutturali profondi che meritano un'analisi disaggregata.

A. Impatto per il Settore Imprenditoriale

La proroga fino al 2027 della super-deduzione del costo del lavoro (che sale dal 120% al 140% per le assunzioni di giovani under 36 e al 180% per le madri lavoratrici) rappresenta un beneficio formale per le aziende, ma non affronta il nodo del cuneo fiscale sul lungo periodo. L'innalzamento della dote ZES a 2,4 miliardi e l'introduzione di crediti d'imposta per la transizione digitale e i software gestionali basati su intelligenza artificiale sono strumenti utili, ma frammentati all'interno di una burocrazia d'accesso ancora troppo complessa.

       Costo Aziendale Effettivo (Esempio su base 100€ d'incremento)
       ─────────────────────────────────────────────────────────────
       Base di Deduzione Ordinaria:       [100€]
       Deduzione Under 36 (140%):         [140€]  ──► Minore imponibile IRES
       Deduzione Madri Lavoratrici (180%): [180€]  ──► Minore imponibile IRES

B. Gestione delle Risorse Umane (HR Management)

Il tanto declamato «premio under 30» consistente in un'imposta sostitutiva ridotta all'1% per gli incrementi retributivi entra in vigore nel perimetro di un tetto massimo di 2.500 euro. Non si tratta di una misura diretta d'aiuto economico erogata dallo Stato, bensì di un incentivo fiscale applicabile esclusivamente ai passaggi di livello o alle conversioni contrattuali a tempo indeterminato.

L'innalzamento a 2.000 euro della soglia e-benefit non tassabile per i giovani senza figli rappresenta uno strumento flessibile d'attrazione dei talenti, ma la natura temporanea di queste disposizioni rischia di complicare la pianificazione delle retribuzioni sulle politiche retributive a lungo termine.

C. Politica Economica di Respiro Nazionale

L'intera manovra appare come un esercizio di equilibri di corto respiro. L'utilizzo di artifici contabili – come il recupero di 3,4 miliardi dal PNRR mediante la clausola di salvaguardia UE – consente di finanziare l'esistente senza tracciare una vera linea strategica di sviluppo industriale. Le risposte offerte ai giovani sul fronte abitativo ed occupazionale risultano meramente palliativi a fronte di una fuga di competenze qualificate che continua a impoverire il tessuto economico nazionale.

Verso il confronto parlamentare

«La manovra si presenta seria, auspico che l'esame nelle aule parlamentari mantenga intatta la rotta tracciata», dichiara il ministro Giancarlo Giorgetti al termine della conferenza di presentazione. Trattasi di un auspicio formale che suona come un monito rivolto alle forze di maggioranza per evitare che la fase degli emendamenti trasformi il testo in un assalto alla diligenza.

Restiamo in attesa della pubblicazione formale dell'articolato definitivo e delle relative relazioni tecniche presso la Camera dei Deputati. La sfida cruciale dei prossimi mesi non risiederà soltanto nella tenuta politica della maggioranza durante la sessione di bilancio, ma nella capacità reale delle imprese e del sistema Paese di scaricare a terra misure che oggi appaiono fin troppo frammentate e condizionate da stringenti scadenze di calendario.

Quale tra queste misure ritieni possa impattare maggiormente sulle strategie di reclutamento e costo del lavoro della tua organizzazione nei prossimi anni?



Campo Larghissimo: Il rischio delle alleanze matematiche, rischia la trasparenza?

Guardando al quadro politico in vista delle elezioni del 2027, emerge una tendenza preoccupante che non possiamo ignorare. Da una parte un centrodestra che cerca di consolidare le proprie posizioni, dall’altra un’opposizione che, nel disperato tentativo di costruire un’alternativa, sta trasformando il cosiddetto "campo largo" in un "campo larghissimo", quasi infinito.


Ed è proprio qui che sorge la domanda che ogni cittadino responsabile dovrebbe porsi: pur di mettere insieme i numeri necessari per vincere, si sta rischiando di mettere insieme tutto e il contrario di tutto?
Siamo di fronte al rischio concreto che la politica si trasformi in un mercato permanente di alleanze, veti incrociati, concessioni e ambizioni personali. Una corsa frenetica a reclutare sigle e protagonisti, dove la domanda fondamentale — "Che cosa vogliamo fare concretamente per l’Italia?" — finisce troppo spesso in secondo piano.
Quale progetto reale di governo può nascere da un’alleanza in cui convivono sensibilità e visioni profondamente differenti, se non divergenti, su temi cruciali come l'economia, la politica estera, l'energia e la sicurezza?
Non basta moltiplicare gli interlocutori per convincere gli italiani che esista una visione condivisa del futuro. Il pericolo è quello di un’operazione puramente matematica: sommare voti, distribuire candidature e rinviare a dopo le elezioni la soluzione dei problemi veri, quelli che dividono i partiti ma che affliggono i cittadini.
Un’alleanza che cerca di accontentare tutti, alla fine, rischia di non convincere nessuno e, soprattutto, di non essere in grado di governare.
Mentre i leader discutono di chi debba guidare la coalizione e di chi debba sedersi al tavolo delle trattative, gli italiani chiedono risposte concrete su temi vitali:
Stipendi adeguati e lavoro stabile
Una sanità efficiente e accessibile
Sostegno reale alle famiglie
Sicurezza nelle città e meno burocrazia
Maggiori opportunità per i giovani
Dov’è il programma dettagliato? Quali sono le priorità irrinunciabili? E soprattutto, chi si prenderà la responsabilità delle scelte quando le diverse componenti dell’alleanza entreranno inevitabilmente in conflitto?
Agli italiani non serve un campo largo o larghissimo. Serve una politica capace di assumersi responsabilità, di indicare obiettivi chiari e verificabili, ed di spiegare con trasparenza come intende raggiungerli.
Le elezioni del 2027 non devono essere una gara a chi colleziona più simboli sulla scheda elettorale, ma un confronto serio tra idee e proposte alternative per il futuro del nostro Paese. Chi aspira a governare deve avere il coraggio di dire chiaramente che cosa farà e quali impegni rispetterà.
Gli italiani meritano una politica che guardi al futuro dell’Italia, non una competizione permanente per stabilire chi debba comandare dentro una coalizione costruita solo per sommare consensi.

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