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giovedì 5 novembre 2026

Generazione 2000, la manovra economica 2027 non parla ai giovani!

Viviamo immersi in un tempo sospeso, ostaggio di classi dirigenti che pretendono di governare il presente brandendo manuali polverosi e arnesi concettuali vecchi di cinquant'anni. I nati dopo il duemila costituiscono una macro-generazione del tutto inedita: sono i primi a non serbare alcuna memoria diretta del Novecento. Si affacciano alla vita adulta dentro una congiuntura informe e priva di coordinate stabili, mentre il palazzo cerca di imbrigliarli con soluzioni burocratiche estemporanee.

Le recenti ondate di contestazione divampate in tutta Europa – dalla Francia alla Spagna, passando per le piazze italiane autunnali animate da studenti in rivolta contro il carovita e il degrado formativo – restituiscono l'esatta misura di una frattura insanabile. L'episodio più emblematico giunge tuttavia dalla Serbia, dove mesi di mobilitazioni capillari sono sfociati in un progetto politico capace di espugnare le urne e smantellare il blocco di potere dominante. Una dimostrazione plastica di come il dissenso possa metamorfosarsi in organizzazione strutturata e cambiamento radicale.


I numeri parlano chiaro. Stando a una recente rilevazione Ipsos Doxa per l'Istituto Toniolo, il 77,3% dei giovani tra i 18 e i 34 anni – percentuale che schizza all'82,1% nella fascia più giovane – riconosce nella politica un potenziale motore di progresso civico. Quasi il 69% ritiene praticabile un impegno in prima persona. Eppure, oltre sei su dieci denunciano l'assenza totale di leve d'incidenza reale sulle scelte governative, mentre la metà boccia senza appello gli spazi di partecipazione offerti dalle istituzioni. Non assistiamo a una fuga dalla democrazia, bensì a un rigetto radicale dei suoi attuali e fallimentari ingranaggi procedurali.

La medesima tensione attraversa ogni snodo dell'esistenza quotidiana. Il lavoro resta centrale ma perde la sua odiosa fisionomia totalizzante: accanto alla retribuzione contano il clima aziendale, il benessere psicofisico, l'apprendimento permanente e il sacro santo equilibrio tra vita privata e professionale. Discorso analogo per il mercato immobiliare. L'indipendenza abitativa rappresenta il presupposto imprescindibile per edificare relazioni adulte e identità autonome. Quando gli affitti e i costi del mattone strangolano i redditi, a dissolversi non è soltanto un contratto di locazione, ma la prospettiva stessa di progettare il proprio domani.

Di fronte a questo scenario epocale, la quinta manovra del governo guidato da Giorgia Meloni risponde con un catalogo di promesse a scadenza, bonus spot e micro-misure spacchettate per categorie. Ventisei miliardi sbandierati ai quattro venti, dei quali ben dodici vincolati alle rigide condizionalità europee per energia e difesa. Al netto dei debiti contratti con Bruxelles, restano briciole contese da mille rivoli corporativi.

Sul fronte del lavoro giovanile, il tanto strombazzato premio retributivo si riduce a un modesto pannicello caldo: un'imposta sostitutiva ridotta all'1% sugli incrementi stipendiali fino a 2.500 euro annui, riservata esclusivamente ai dipendenti under trenta con un reddito non superiore a 28.000 euro. Chi resta immobile non riceve un solo centesimo.

Le agevolazioni per le aziende assumono la forma di una super deduzione del costo del lavoro ritoccata al rialzo nel disegno di legge di bilancio: 140% per l'innesto di under 36 e 180% per le neo assunte madri. Un incentivo teoricamente apprezzabile, che tuttavia scarica interamente sull'apparato imprenditoriale l'onere di tradurre lo sgravio fiscale in occupazione stabile, laddove la vera emergenza risiede nella desertificazione salariale e nella precarietà cronica dei contratti d'ingresso.

Per quanto riguarda il welfare aziendale, l'innalzamento a 2.000 euro della soglia di esenzione dei fringe benefit per i giovani under 31 senza figli rappresenta un assist importante, destinato però quasi esclusivamente alle grandi aziende strutturate. Come certifica il Corporate Welfare Lab della Luiss Business School, quasi l'ottanta percento dei colossi industriali possiede un piano di welfare attivo, percentuale che crolla miseramente al 32% nel tessuto delle piccole e medie imprese, vero scheletro dell'economia nazionale.

La tenuta economica del Paese si gioca tuttavia sulla capacità di far germogliare e scalare l'ecosistema dell'innovazione. Secondo il monitoraggio di Growth Capital e Italian Tech Alliance, i finanziamenti nel venture capital italiano hanno toccato quota 1,465 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2026, segnando un +71% sul 2025. Un dato incoraggiante che cela però una pericolosa distorsione: a fronte di un aumento dei ticket medi, il numero complessivo dei round si è contratto drasticamente, penalizzando le fasi embrionali (pre-seed e seed), crollate del 37%. Se i capitali premiano unicamente i progetti già maturi, l'intera filiera delle startup rischia il soffocamento finanziario.

A ciò si somma la piaga strutturale del mismatch di competenze, acuita in modo esponenziale dall'avvento dell'intelligenza artificiale e delle tecnologie di rottura. Come ammonisce Walter Renna, amministratore delegato di Fastweb + Vodafone, l'incapacità di formare e trattenere talenti nei settori chiave dell'ICT condanna l'Italia alla dipendenza tecnologica estera e a una sterile erosione di Pil potenziale. Di fronte a infrastrutture di rete ultra-veloci, la vera discriminante risiede nel livello di alfabetizzazione digitale diffusa, terreno sul quale il nostro Paese sconta storicamente un ritardo allarmante rispetto alla media comunitaria.


Capitolo a parte merita la galassia delle famiglie e del sostegno alla genitorialità. La manovra introduce un inedito voucher maternità fino a 500 euro mensili per tre mesi, destinato in via sperimentale alle lavoratrici autonome e iscritte alla gestione separata in alternativa al congedo parentale. Una misura che prova a colmare un vuoto storico, considerando che nel triennio precedente appena il dieci percento degli aventi diritto autonomi aveva potuto usufruire dei congedi tradizionali.

Il bonus mamme viene infine stabilizzato a 100 euro mensili per tutte le lavoratrici con almeno due figli, sebbene l'impianto complessivo della riforma fiscale continui a procedere per comparti stagni e trattamenti differenziati. Sindacati e parti sociali denunciano la voragine del cuneo fiscale non restituito e una frammentazione dell'Irpef basata su criteri d'età e tipologia contrattuale che mina alla radice il principio costituzionale di equità tributaria.

La transizione demografica, ecologica e digitale impone un cambio di paradigma radicale. Ignorare la domanda di protagonismo delle nuove generazioni e affidarsi a bonus estemporanei significa condannare il sistema-Paese a un declino inesorabile. È tempo di dismettere la logica dei sussidi a scadenza e di investire con coraggio strutturale su istruzione, competenze, stabilità lavorativa e democrazia partecipativa. Il futuro non si amministra con i decreti spot: si costruisce rimettendo i giovani al centro delle decisioni che contano.

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