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lunedì 7 giugno 2010

Quel 6 giugno del 1944 Lo sbarco in Normandia.

Normandia, Francia settentrionale. È il 6 giugno 1944, il sole sta per sorgere. Raymond Daniell, inviato del “New York Times” nel quartier generale delle forze di spedizione alleate, racconta: “L’invasione dell’Europa da Occidente è iniziata. Nella luce grigia di una mattina d’estate, il generale Dwight D. Eisenhower ha dato il via all’azione della forza angloamericana per la liberazione del Continente. A guidare l’attacco è un gruppo comandato dal generale Bernard L. Montgomery, e comprende truppe americane, britanniche e canadesi”. Quella mattina, il giornale simbolo del mondo libero riporta molte parole di Eisenhower. Alcune, le più importanti, sono rivolte ai soldati: “Non accetteremo altro che la completa vittoria. Buona fortuna”. Altre, invece, riguardano tutti gli europei: “Questa azione è parte del piano delle Nazioni Unite per la liberazione dell’Europa, concepito insieme ai nostri grandi alleati russi. Ho un messaggio per tutti voi. Anche se l’assalto iniziale può non riguardare il vostro paese, l’ora della liberazione si avvicina”.

Il 6 giugno 1944 si intravede il tramonto del nazismo e l’alba di un nuovo mondo. Quel giorno entra nella storia dell’Occidente, trasformandosi in un mito che dura ancora oggi: se ogni anno i leader del mondo libero tornano su quelle spiagge, è per celebrare un simbolo della democrazia. Che l’operazione guidata da Eisenhower e Montgomery fosse eccezionale, del resto, apparve subito evidente anche a Stalin: “La storia delle guerre non conosce un’impresa simile per vastità di concezione, grandiosità di proporzioni e maestria di esecuzione”. La storia è nota: tra giugno e agosto sbarcarono in Normandia oltre 2 milioni di soldati alleati, i quali - insieme ai russi, provenienti da Est - diedero un colpo definitivo alla follia hitleriana. Il costo, in termini di vite umane, fu devastante: ma quegli uomini, come ricorda loro Eisenhower prima di dare il via alle operazioni, sanno di combattere “per eliminare la tirannia nazista sul popolo europeo oppresso” e “per la sicurezza di tutti noi in un mondo libero”.

A più sessant’anni da quella mattina di giugno, sul D-Day sono stati versati fiumi d’inchiostro. Ma cosa ha reso leggendarie le spiagge della Francia settentrionale? Perché altre battaglie, magari più cruente o difficili, non hanno esercitato lo stesso fascino sui contemporanei? Una prima risposta sta nella simbologia e nella narrazione che circondano lo sbarco: gli eventi di quel giorno, infatti, ci parlano dell’eterna lotta tra bene e male. L’anno precedente gli alleati erano già sbarcati in Sicilia, ma l’approdo sulle coste francesi ha tutto un altro sapore: migliaia di uomini si scontrano con le truppe naziste per liberare la Francia, il cuore dell’Europa offesa da Hitler. Vengono dal cielo e dal mare, avanzano sulla spiaggia sapendo di andare incontro ad una morte probabile: ma la motivazione - “la sicurezza di tutti noi in un mondo libero” - è più forte della paura. Con il tempo, la forza del cinema hollywoodiano ha rafforzato questo concetto: più di ogni altra battaglia, allora, il D-Day sarà (giustamente) ricordato come lo sbarco della libertà contro l’oppressione.

Alla costruzione della leggenda hanno contribuito poi grandi personaggi. Due su tutti, ovviamente: Dwight Eisenhower, comandante in capo delle Forze Alleate in Europa, e Sir Bernard Montgomey, che ha guidato l’assalto in Normandia dopo aver condotto lo sbarco degli inglesi in Sicilia. È giusto però ricordare un altro uomo, che - pur senza combattere - ha reso immortale la mattina del 6 giugno 1944: Robert Capa. Il fotografo trascorre alcuni giorni con i soldati prima dello sbarco, poi - convinto che “se le tue foto non sono buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino” - segue il D-Day in prima linea. Gli scatti sono più di 70, ma quando arrivano nella redazione di “Life” - per la fretta di andare in stampa - gran parte viene bruciata nella camera oscura. Si salvano solo 11 fotografie, che - sulle pagine della rivista di Henry Luce - entrano direttamente nella memoria collettiva. Nei giorni seguenti, Capa non abbandona la macchina fotografica: tra le immagini più belle, allora, vale la pena ricordare quella che ritrae un prete, impegnato nella consacrazione di un cimitero americano usando come altare il cofano di una jeep. Parte del mito, nel caso del D-Day, passa anche dal connubio tra un grande fotografo e una splendida rivista.

Perché una leggenda resti tale, va nutrita negli anni. Pochi giorni fa, “Le Figaro” ha parlato del promontorio Pointe Du Hoc, occupato al tempo del D-Day dall’artiglieria tedesca. Una società francese, spiega il quotidiano, “conduce attualmente una battaglia per evitare che il promontorio venga definitivamente eroso dalle onde”: l’obiettivo, sessant’anni dopo lo sbarco, è permettere “agli ultimi sopravvissuti di rendere omaggio ai loro eroici compagni”. La Normandia è molto attenta alla storia dei luoghi. La costa, spiega l’ufficio del Turismo, “è punteggiata di memoriali di guerra, e di musei che ricordano i soldati di ogni nazionalità che hanno perso le loro vite”. Da queste parti, le manifestazioni abbondano: questo fine settimana, ad esempio, a Bayeux-Bessin (la prima città ad essere liberata dagli inglesi) si celebra il D-Day Festival e il menù prevede tour guidati e serate con i veterani. Per chi non ama la confusione, invece, resta sempre il Cimitero Americano, un luogo “di meditazione e di ricordo” arricchito nel 2007 da un centro visitatori, il cui scopo è molto è semplice: raccontare le storie dietro quelle croci bianche, che guardano al mare.

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