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domenica 22 agosto 2010

Michel Foucault. La microfisica del potere: genealogia e strategie

Il potere si esercita, si infiltra, "non è qualcosa che si divide tra coloro che lo possiedono o coloro che lo detengono esclusivamente e coloro che non lo hanno o lo subiscono. Il potere deve essere analizzato come qualcosa che circola, o meglio come qualcosa che funziona solo a catena. Non è mai localizzato qui o lì, non è mai nelle mani di alcuni, non è mai appropriato come una ricchezza o un bene. Il potere funziona, si esercita attraverso un'organizzazione reticolare", è microfisico, si estende cioè in tutte le direzioni locali ed elementari delle strutture sociali ed economiche, per cui se analizzato o teorizzato, come ad esempio in Marx, a livello di classi sociali o di Stato, si rischia di perdere di vista la molteplicità concreta e differenziale dei fatti e degli elementi che intervengono a comporre, volta a volta, le relazioni di potere.

Per Foucault è importante liberare il potere dall'identificazione generalizzata con una forma di dominio, politico o morale, sugli individui per poter descrivere e seguire i rapporti di forza per se stessi, in ogni loro particolare gesto, anche là dove il potere agisce proprio per vietarci di scoprirlo. E' questa opposizione etica in sede politica che comporta un "mutamento" metodologico nel percorso foucaultiano: la necessità di seguire il potere nella molteplicità e polisemia del suo volto implica un approccio genealogico capace di seguire il frammento, il dettaglio, contro quello dialettico proprio di un sapere che si pretende scienza e che procede per totalizzazioni e riduzioni, che non denuncia gli eccessi di potere ma ne moltiplica, in una sorta di gioco degli specchi, i meccanismi di azione .

Contro l'approccio dialettico, la genealogia segue le pratiche di dominazione, discorsive e non discorsive, denunciando quindi l'implicita e necessaria coappartenenza di sapere e potere. Essa scopre gli strumenti, i macchinari, le architetture di un potere che, se è divenuto eminentemente politico, non è tuttavia proprietà o privilegio acquisito della classe dominante, ma piuttosto una strategia, un esercizio il cui effetto d'insieme talvolta riflette la posizione di quelli che sono dominati, ma non semplicemente come un obbligo, un'imposizione, quanto microfisicamente, agendo proprio attraverso gli individui, cooptandoli nel suo gioco, investendo i loro corpi.

Foucault preferisce sempre usare l'espressione relazioni di potere piuttosto che potere, per evitare un equivoco di fondo: "Quando si parla di potere la gente pensa immediatamente a una struttura politica, a un governo, a una classe sociale dominante, al padrone di fronte allo schiavo, ecc. Quando parlo di relazioni di potere non penso affatto a questo. Voglio dire che, nelle relazioni umane, qualunque esse siano - che si tratti di comunicare verbalmente, o di relazioni d'amore, istituzionali o economiche - il potere è sempre presente: mi riferisco alla relazione all'interno della quale uno vuole cercare di dirigere la condotta dell'altro. Sono dunque relazioni che possono essere riscontrate a livelli diversi, sotto forme diverse; le relazioni di potere sono relazioni mobili, possono cioè modificarsi e non sono date una volta per tutte".

Bisogna anche sottolineare che esse possono esistere soltanto nella misura in cui i soggetti sono liberi: se uno dei due fosse completamente a disposizione dell'altro e diventasse un oggetto su cui poter esercitare una violenza infinita e illimitata, non ci sarebbero relazioni di potere. Questo significa che, nelle relazioni di potere, vi è necessariamente possibilità di resistenza. Resistenza violenta, fuga, sotterfugio, strategie che ribaltano la situazione: quando nessuno di questi elementi è presente non si può parlare di relazioni di potere. Per rispondere ad una critica ricorrente, secondo la quale se il potere è dappertutto allora non ci sarebbe libertà, Foucault cerca di distinguere il concetto di potere da quello di dominio: "Gli stati di dominio esistono effettivamente. In molti casi, le relazioni di potere sono fissate in modo da essere perpetuamente asimmetriche e da limitare estremamente i margini di libertà. Esistono specifici stati di dominio - economico, sociale, sessuale - dove sembra impossibile poter ribaltare la situazione, e il problema è quello di sapere dove si forma la resistenza", ma questo non equivale a dire "che il potere sia un sistema di dominio che controlla tutto e non lascia alcun posto alla libertà".

Per Foucault, una nozione fondamentale è quella di gioco (che egli riprende dalla scuola anglosassone dell'analisi del linguaggio), che risulta molto importante per comprendere le relazioni di potere: infatti, ogni relazione di potere implica sempre una strategia interna di lotta che costituisce una sorta di limite alla messa in atto di relazioni di potere.
Esistono specifiche strategie di potere volte a conservare e ad aumentare il potere, e strategie di resistenza, linee di insubordinazione che inducono l'esercizio del potere a limitare le sue espressioni. Comunque, poiché in ambedue i casi si tratta sempre dell'azione di forze, una distinzione netta, una separazione dell'una dalle altre non è possibile. Foucault parla di un processo di incontro-rovesciamento tra le relazioni di potere e le strategie di lotta dovuto all'instabilità perpetua che caratterizza le forze, alla mobilità cioè che è propria del potere. "Ogni strategia di affrontamento sogna di diventare una relazione di potere, la quale a sua volta tende all'idea che sia che essa segni la sua linea di sviluppo sia che giunga ad urtare contro le resistenze frontali, può diventare strategia vincente".

Questa continua possibilità di rovesciamento ci fa comprendere anche come gli stessi eventi storici possono essere letti secondo punti di intellegibilità diversi: quello della storia delle lotte e quello delle relazioni di potere.E' proprio l'"interferenza" fra queste due forme di intellegibilità a rendere possibile l'evidenziazione dei fenomeni di dominio che si riscontrano in gran parte delle nostre società. Questo evidenzia come tanto le strategie di dominazione quanto quelle di resistenza sono un "fenomeno centrale nella storia della società" in quanto esse "manifestano, in una forma globale e universalizzante, a livello dell'intero corpo sociale, la combinazione delle relazioni di potere con le relazioni strategiche e gli effetti che conseguono dalla loro interazione".

Rispetto alla macrofisica propria dell'analisi marxiana del potere, la microfisica, in quanto critica genealogica, assume una diversa scala di analisi e di descrizione: partendo dalle discorsività locali, dai saperi assoggettati, minori o silenziosi, e senza compiere tuttavia alcuna operazione di unificazione, né aspirare ad alcuna meta, tenta di cogliere il potere "alle sue estremità, nelle sue ultime terminazioni, là dove diventa capillare, di prendere cioè il potere nelle sue forme ed istituzioni più regionali, più locali, soprattutto là dove, scavalcando le regole di diritto che l'organizzano e lo limitano, si prolunga al di là di esse, si investe in istituzioni, prende corpo in tecniche e si dà strumenti di intervento materiale, eventualmente anche violenti".

Anziché studiare il "grande gioco" dello Stato con i cittadini o con gli altri Stati, Foucault ha preferito interessarsi a giochi di potere molto più circoscritti, quelli che ruotano intorno alla follia, alla medicina, alla malattia, al corpo malato, alla prigione e alle pene. E ci fornisce due ragioni di questa scelta. Anzitutto, questi giochi sottili "implicano né più né meno lo statuto della ragione e della follia, lo statuto della vita e della morte, quello del crimine e della legge: vale a dire, delle cose che, prese tutte insieme, costituiscono la trama della nostra vita quotidiana". In secondo luogo, perché - sostiene Foucault - sono proprio questi giochi a suscitare l'inquietudine e l'interesse della gente: "sapere come moriremo, sapere che cosa avverrà di voi quando sarete alla deriva in un ospedale, sapere come finiremo se diventeremo folli [...], che cosa succede o succederà il giorno in cui commetteremo una trasgressione e a che punto inizieremo a entrare in una macchina penale". E' su queste cose che oggi la gente, per la prima volta, si schiera e si mobilita, perché gli appaiono molto più essenziali di qualsiasi programma politico o di una croce messa su una scheda elettorale.

Foucault insiste proprio sul carattere immediato di queste lotte: "Da un lato se la prendono con istanze del potere più vicine; se la prendono con tutto quello che viene esercitato sugli individui. In altre parole, non viene seguito il grande principio leninista del nemico principale o dell'anello più debole. Dall'altro lato, queste lotte immediate non si aspettano neppure che la soluzione dei problemi stia in qualche avvenire, nella rivoluzione, nella liberazione, nella scomparsa delle classi, nel deperimento dello Stato. [...] Queste sono lotte anarchiche: s'inscrivono in una storia immediata, che si accetta e si riconosce come indefinitamente aperta".

Il fatto che stiamo vivendo un periodo storico che, a partire dal 1789-93, almeno in Occidente, è stato dominato "dal monopolio della rivoluzione, con tutte le sue implicazioni dispotiche", non significa certo che si voglia rivalutare il riformismo: "Le lotte di cui ho parlato, infatti, non si caratterizzano affatto come riformiste, poiché il riformismo si propone di fondare un sistema di potere, attraverso un certo numero di cambiamenti, mentre tutte queste cose tendono alla destabilizzazione dei meccanismi di potere, ad una destabilizzazione apparentemente senza fine".

Tra l'altro, va sottolineato come Foucault intenda in modo molto particolare la questione del riformismo, evidentemente inteso come un accomodamento di momenti di resistenza che non lo vede minimamente interessato, da lui distinto dalla lotta per ottenere trasformazioni e riforme parziali su scala locale, che per lui rappresenta uno sforzo necessario per chi persegua una strada di sottrazione al potere. La lotta a livello locale, portata avanti in prima persona dai diretti interessati, non darà mai risultati certi e definitivi, ma corrisponde alla necessità di mettersi al livello dei rapporti di potere molto più che l'idea leninista della totalità e della ricerca dell'anello debole.

Nel 1983, a completamento del lavoro sul suo pensiero curato da Hubert Dreyfus e Paul Rabinow, Foucault scrive un breve testo dal titolo Perché studiare il potere. La questione del soggetto dove enuncia dettagliatamente le caratteristiche comuni di queste "lotte antiautoriatarie":

"1) Si tratta di lotte 'trasversali'; vale a dire che non sono circoscritte ad un solo paese. Sicuramente esse si sviluppano più facilmente e si estendono maggiormente in certi paesi, ma non sono limitate a una particolare forma di governo economico o politico.
2) Il fine di queste lotte sono gli effetti di potere in quanto tali. Ad esempio, la professione medica non viene criticata in primo luogo perché è legata ad interessi economici, ma perché viene esercitato un potere incontrollato sui corpi degli individui, sulla loro salute, sulla loro vita e sulla loro morte.
3) Sono lotte 'immediate' per due ragioni. Attraverso queste lotte gli individui criticano le istanze del potere a loro più vicine, quelle che su di essi esercitano la loro azione. Gli individui non cercano 'il nemico principale', ma il nemico immediato. E non si attendono nemmeno che la soluzione al loro problema si possa trovare in qualunque futuro. [...]
4) Si tratta di lotte che mettono in questione lo statuto dell'individuo: da un lato asseriscono il diritto alla differenza e sottolineano tutto ciò che può rendere gli individui veramente tali. Dall'altro, attaccano tutto ciò che separa l'individuo, tutto ciò che recide i suoi legami con gli altri, lacera la vita comunitaria, costringe l'individuo a ripiegarsi su se stesso e lo vincola in modo forzato alla sua propria identità.
5) Oppongono una resistenza agli effetti di potere che sono connessi al sapere, alla competenza e alla qualificazione: si tratta di lotte contro i privilegi del sapere. Ma esse sono anche contro la segretezza, la deformazione, e inoltre contro tutto ciò che di mistificante può esservi nelle rappresentazioni imposte alla gente. [...]
6) Infine tutte le lotte contemporaneamente ruotano attorno alla domanda: chi siamo? Esse rappresentano un rifiuto di quelle astrazioni costituite dalla violenza economica e ideologica dello Stato che ignora chi noi siamo individualmente, e sono anche un rifiuto della inquisizione scientifica o amministrativa che determina la nostra identità".

Al termine dello stesso intervento, Foucault riprende la domanda kantiana "Che cos'è l'Illuminismo", che interpreta in senso assolutamente storico, ossia "che cos'è questo mondo in cui noi oggi stiamo vivendo, e che cosa siamo noi in quanto parte dell'Illuminismo?", per contrapporla al solo apparentemente analogo quesito cartesiano dove però il "chi sono io" sta ad indicare un soggetto unico, ma universale e astorico. Tutto questo per sottolineare come il compito della filosofia in quanto analisi critica del nostro mondo sia sempre più importante, e il più importante di tutti i problemi filosofici sia il problema del presente, e di ciò che siamo in questo preciso momento: "Forse oggi l'obiettivo principale non è di scoprire che cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare per sbarazzarci di quella sorta di 'doppio legame' politico costituito dall'individualizzazione e dalla totalizzazione simultanee delle strutture del potere moderno".

Opporsi all'esistente, all'omologazione, al conformismo, alla massificazione, è questo che sembra dirci Foucault. Resistere significa allora esistere, opporsi al potere, ribaltare, contrastare, criticare ciò che in prima istanza appare banale e scontato. "Rifiutare quello che siamo" implica condurre una battaglia su due fronti: uno esterno e uno interno. Esternamente, rifiutare i modi di pensare convenzionali; internamente, non accettarsi per quello che siamo, essere pronti a rimettersi in discussione.

L'ultimo Foucault ipotizza quindi un uomo nuovo, un nuovo soggetto capace di affrancarsi e reinventarsi. C'è però un'ambiguità di fondo, o meglio un silenzio di Foucault su questo nuovo individuo, come un tassello mancante. Lo ha illustrato in maniera chiara Stefano Berni, che critica Foucault in quanto decostruisce il soggetto sulla scia di quanto avevano fatto Nietzsche e, dopo di lui, i francofortesi. Ma, a differenza di Nietzsche, per il quale il sé è dato dal corpo, dalla sensualità, dagli istinti e dalle passioni, Foucault sembra continuare a negare questa corporeità: infatti egli critica la
scuola di Francoforte proprio su questo punto, sostenendo esplicitamente che non può esservi una pretesa essenza umana o naturalità.

Eppure Foucault, dopo aver negato questa essenza umana o corporeità, ha poi, di fatto, sempre lavorato sui temi del corpo e della sessualità. Qui sta la sua ambiguità, in quanto "studioso di una corporeità che nega", suggerisce Berni. Foucault afferma che il soggetto costruisce se stesso attraverso l'esperienza, trasformandosi incessantemente senza mai raggiungere un fine, una pretesa essenza umana. Egli allude ad un nuovo soggetto umano, senza però indicare quali dovrebbero esserne i requisiti positivi. Forse non compie questo passo perché teme di dover indicare dei requisiti "essenziali" del soggetto. Ma allora perché resistere al potere? Se al fondo non c'è niente, pura esperienza, mera histoire événementielle, a che scopo trasformarsi? Senza una corporeità che reclama i suoi bisogni, per quanto indotti, per quanto mascherati, che senso ha un soggetto che si trasforma incessantemente?

Credo sia lecito ritenere (come fanno sia Berni che Dreyfus) che lo scetticismo radicale di Foucault gli impedisca di affermare esplicitamente le istanze del corpo contro i meccanismi del potere. Sostenendo che il potere piega i corpi addestrandoli, rendendoli docili e incasellandoli, egli avrebbe dovuto negare ogni tipo di resitenza e di libertà. Ma non è così, ed egli afferma a più riprese che dove c'è potere c'è resistenza, e che le relazioni di potere possono essere ribaltate; che la liberazione è possibile, purchè sostenuta dalle pratiche di libertà.

Foucault si pone quindi sulla stessa scia di Nietzsche e della scuola di Francoforte: entrambi avevano sottolineato l'importanza del corpo come resistenza al potere, e l'effetto violento delle lotte per addestrarlo e addomesticarlo. Il silenzio di Foucault non impedisce di pensare che la vedesse allo stesso modo. E, d'altra parte, se è vero che il compito della filosofia non è quello di fornire certezze o verità assolute, ma di aprire delle problematiche e indicare tutt'al più delle linee di fuga, nulla vieta di ritenere che la resistenza al potere possa ripartire oggi proprio dai corpi.

Judith Revel ipotizza l'emergere oggi di una nuova tappa nella storia complessa dei rapporti tra il potere e i corpi. Se il potere disciplinare ha per secoli utilizzato, manipolato e ricomposto i corpi in quanto superficie "visibile" del potere; se i nuovi poteri del "controllo" hanno, almeno in parte, abbandonato i corpi essendo caduto "il privilegio assoluto del visibile nei giochi di potere" consentendo perciò una riappropriazione soggettiva del proprio corpo (dai punk londinesi alle forme attuali di autoreinvenzione del corpo: capelli colorati, rasati, intrecciati, tatuaggi, piercing ecc...), l'attualità sembra testimoniare l'avvio di una nuova fase, una nuova politica dei corpi. Il corpo risoggettivizzato sembra abbandonare l'unica dimensione del linguaggio privato per entrare in quella del gesto, dell'atto, cioè del politico. Un corpo che afferma il proprio spazio politico con il suo peso e la sua materialità. I copertoni applicati come scudi ai corpi dei giovani dei centri sociali, i corpi dei contestatori del World Trade Organization (WTO) di Seattle, portati via di peso come barricate umane da rimuovere, sono esempi di questo emergere di una nuova "soggettività biopolitica che riscopre la materialità, la profondità, la carne". Da oggetto privilegiato del potere, a strumento principale di resistenza. Non è forse questo che intendeva Foucault quando parlava della possibilità sempre esistente di ribaltare le strategie del potere?

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