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mercoledì 8 settembre 2010

Fare il bibliotecario

Il libro. Un oggetto spesso ritenuto superfluo, non essenziale. Pagine inutili, che potrebbero solamente farci perdere tempo; e mentre cresce il numero dei negozi di abbigliamento, le librerie diventano sempre più rare. Per non parlare delle biblioteche, a volte trascurate dagli stessi enti che dovrebbero garantirne un buon funzionamento: sostituite da Internet, esse custodiscono un patrimonio sconosciuto alle nuove generazioni, che stanno perdendo il gusto, semplice ed unico allo stesso tempo, di sfogliare un libro.
Eppure «la cultura è un’avventura personale» poiché «incomincia proprio quando la pubblica istruzione finisce » (G. Prezzolini). Se solo pensassimo che ogni pagina scritta è un frammento di vita, ci renderemmo conto del grande valore di un libro: qualcuno ci dona la parte più preziosa di se stesso, dal momento che chi scrive, se lo fa con passione, esprime la propria anima. Persino un «sommario può essere un’opera d’arte» poiché «la storia è un sommario di eventi, la lirica è un sommario di sentimenti» (G. Prezzolini).

I giovani, oggidì, rifiutano l’idea di trascorrere parte della loro vita a studiare per, poi, ritrovarsi a fare i bibliotecari… come se lavorare in una biblioteca non necessitasse di una cultura approfondita! Eppure il bibliotecario potrebbe essere paragonato al medico, poiché suo compito è fornire gli strumenti necessari affinché un individuo possa curare la propria interiorità.
La prima biblioteca, fondata, secondo la tradizione, nel XV secolo a. C. a Tebe, recava sulla porta la scritta «Qui è la medicina dell’anima».
La storia ha conosciuto bibliotecari eruditi, a cominciare dal poeta greco Callimaco, che introdusse nella grande biblioteca di Alessandria, costruita in epoca ellenistica, le pìnakes («tavole»), il più antico catalogo sistematico conosciuto. Lo stesso statunitense Melvil Dewey, ideatore del sistema di classificazione più usato nelle biblioteche di tutto il mondo (la CCD, Classificazione decimale Dewey) era un bibliotecario dotato di immenso sapere.

« La partecipazione costruttiva e lo sviluppo della democrazia dipendono da un’istruzione soddisfacente, così come da un accesso libero e senza limitazioni alla conoscenza, al pensiero, alla cultura e all’informazione » e « la biblioteca pubblica costituisce una condizione essenziale per l’apprendimento permanente, l’indipendenza nelle decisioni, lo sviluppo culturale dell’individuo e dei gruppi sociali » recita il manifesto UNESCO sulle biblioteche pubbliche, approvato nel novembre del 1994. Tra i compiti riconosciuti a queste pubbliche istituzioni (pubbliche non perché statali, ma perché aperte all’uso pubblico) c’è quello di incoraggiare il dialogo interculturale, poiché è dal confronto che proviene la ricchezza interiore. Grandi sono, allora, le responsabilità di un bibliotecario, intermediario tra gli utenti, che, come afferma Alfredo Serrai, «hanno tutti il diritto di coltivarsi e di progredire intellettualmente», e le risorse messe a loro disposizione.

Ogni opera, tramite il suo contenuto, mette l’uomo in contatto con l’eternità, poiché racchiude in sé un passato, in cui è stata composta, un presente, in cui viene letta, ed un futuro, in cui verrà trasmessa.
Le biblioteche, mute eredi di una memoria storica, racchiudono la fatica di chi, un tempo, quando ancora la stampa non esisteva, considerava quello dell’amanuense un lavoro sacro, poiché sacra era ritenuta la possibilità di trasmettere ai posteri la propria impronta nel mondo attraverso la scrittura. Un lavoro appassionante, allora, quello del bibliotecario, se riflettiamo sui suoi compiti principali e sul suo ruolo nell’educazione di un uomo.

Molti, forse, ancora non sanno che esiste un “Codice deontologico del bibliotecario” a cui hanno l’obbligo di conformarsi i membri dell’AIB (Associazione italiana biblioteche): tra i doveri da rispettare c’è quello di «onorare la professione, con profonda consapevolezza della sua utilità sociale».
E allora perché la professione di bibliotecario non viene nemmeno presa in considerazione dai giovani laureati? Ricordiamo che «se vogliamo conoscere il senso dell’esistenza, dobbiamo aprire un libro: là, in fondo, nell’angolo più oscuro del capitolo, c’è una frase scritta apposta per noi » (P. Citati).

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