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martedì 26 ottobre 2010

Legge elettorale. Il Cav. giochi d'anticipo contro le larghe intese tra D'Alema, Casini (e Fini)

Sulla questione della legge elettorale è in gioco la sorte non solo del governo e della legislatura ma del nostro sistema politico-istituzionale. Infatti, gli avversari di Berlusconi, pur di metterne fuori gioco la leadership (che essi stessi ritengono imbattibile con un sistema elettorale maggioritario in cui vince chi prende più voti), sono disposti ad abolire lo stesso bipolarismo e a restaurare il sistema proporzionale, con tutta la frammentazione e le degenerazioni assembleariste che inevitabilmente ne conseguono. La semplificazione del sistema politico ottenuta con le elezioni politiche del 2008, grazie alla nascita del Pd e del Pdl e anche grazie alla legge vigente (solo cinque partiti presenti in Parlamento), sarebbe cancellata con un colpo di spugna.

Il disegno è coltivato da tempo da D’Alema, Bersani e Casini. Con il pretesto di dare agli elettori il diritto di scegliere i parlamentari, si vuol sottrarre loro il più importante diritto politico in una democrazia, quello di decidere il governo. Denunciando la “deriva plebiscitaria” che sarebbe stata innescata dal nostro “bipolarismo di coalizione”, si vuole eliminare il premio di maggioranza e, comunque, escludere qualunque serio meccanismo maggioritario, per tornare al sistema in cui i partiti non devono dichiarare prima del voto - e in modo vincolante - alleanze, programmi e candidati premier e i governi sono fatti (e disfatti) attraverso alleanze post-elettorali. Poco importa se questo vuol dire rinnegare anche la tesi n. 1 del programma dell’Ulivo del 1996, Ulivo che peraltro il segretario del Pd vorrebbe resuscitare.

D’Alema e Bersani cercano di surrogare con una manovra di palazzo e la modifica della legge elettorale la debolezza politica e sociale del Pd e della sinistra in genere rispetto all’azione di governo e al blocco sociale di centrodestra. Il loro disegno è quello di un Pd che sposta il suo baricentro a sinistra, tornando di fatto ai Ds, per allearsi dopo il voto con un terzo polo moderato-centrista. Un disegno che rinnega le ragioni per cui è nato lo stesso Pd e che conferma la classica posizione culturale e politica di D’Alema ancorata all’idea di una sinistra tradizionale a vocazione minoritaria che cerca di farsi portare al governo da altri (magari in cambio dell’appoggio per la propria candidatura al Quirinale). Casini pensa che con il sistema proporzionale senza meccanismi maggioritari un terzo polo centrista non rimanga schiacciato dalla campagna del “voto utile”, possa pertanto accrescere i propri consensi e divenire l’ago della bilancia (magari per conquistare in questo modo palazzo Chigi).

Il disegno di restaurazione proporzionale ha compiuto decisi passi avanti a seguito della crisi della maggioranza e della scissione avvenuta nel Pdl, con la nascita dei gruppi parlamentari e poi del “soggetto politico” di Futuro e Libertà. Ma è anche vero che non è di facile attuazione. Infatti, se tutti partiti di opposizione e i finiani vogliono cambiare l’attuale legge elettorale, addirittura teorizzando la legittimità su questa materia di una maggioranza diversa da quella di governo, non c’è però accordo sul sistema elettorale da proporre. I parlamentari Pd che fanno riferimento a Veltroni e anche una parte dei finiani (soprattutto al Senato) non sembrano disponibili a cancellare il bipolarismo e propugnano il ritorno ad un sistema basato sul collegio uninominale-maggioritario, per il quale è anche nato un comitato ad hoc, sostenuto da alcuni costituzionalisti e politologi. Finché il governo Berlusconi sarà in grado di governare e di andare avanti è molto difficile che queste divisioni tra sostenitori del proporzionale e del sistema uninominale-maggioritario possano essere composte. Ma se dovesse esserci una crisi del governo che aprisse le porte alla nascita di un governo “tecnico”, tutto potrebbe accadere….anche la magia di una legge elettorale che con espedienti tecnici e verbali accontenti tutti. Il “supremo” interesse di impedire che l’odiato nemico possa rivincere le elezioni farebbe da collante per superare ogni resistenza… Non a caso Bersani ha detto: “Mi si dia una maggioranza disposta a cambiare la legge vigente, che poi la nuova legge si fa”.

La bozza della legge elettorale su cui il gruppo che fa capo a D’Alema & Casini tenta di realizzare l’intesa sembra già pronta. Casini afferma di averla nel cassetto, pronto a tirarla fuori al momento opportuno (se la rendesse pubblica subito ne svelerebbe subito le contraddizioni). Non vi tratterebbe più di un sistema che si richiama al modello “tedesco” (il cui riparto dei seggi è integralmente proporzionale e non si presta ad una mediazione). Sembra abbandonata anche l’idea del “provincellum” (un sistema basato su finti collegi uninominali in cui non vince chi arriva primo perché i seggi sono ripartiti con criterio proporzionale; sarebbe, oltretutto, proprio lo stesso sistema vigente al Senato prima che venisse travolto dal referendum del ’93: torneremmo, come nel gioco dell’oca, alla casella di partenza). Nettamente scartata, ovviamente, anche la proposta di un ritorno al Mattarellum, troppo maggioritario per D’Alema e Casini (un sistema che nel 2005 - è bene ricordarlo - il centrodestra voleva solo migliorare e che invece fu poi sostituito con la legge “Calderoli” proprio su richiesta/imposizione dell’Udc). La proposta nel cassetto sarebbe quella di un sistema misto, metà uninominale e metà proporzionale, simile a quello neozelandese o ungherese (il grabensystem, o sistema “della fossa”, uno dei più complicati al mondo), con una serie di congegni che assicurano la prevalenza della logica proporzionale. Una proposta che, per gettare fumo negli occhi, potrebbe anche recepire i “paletti” posti da Bocchino (“La legge dovrà avere tre caratteristiche: indicare chi fa il premier, delineare prima le alleanze e permettere agli elettori di scegliere l’eletto”). L’essenziale è che prevalga il criterio proporzionale e che nessuno possa conseguire la maggioranza assoluta dei seggi. In questo modo l’indicazione del premier e le dichiarazione preventiva delle alleanze non avrebbero alcun effetto, si dovrebbe comunque dar vita a coalizioni post-elettorali. La coalizione di sinistra guidata dal Pd e il terzo polo centrista guidato dall’Udc si presenterebbero separatamente per allearsi dopo il voto. E D’Alema e Casini potrebbero dire che così han fatto anche nel Regno Unito conservatori e liberali... Insomma, anche la beffa dopo l’inganno, perché la denominazione di legge-truffa, questa volta, sarebbe davvero appropriata.

Come opporsi da parte del centrodestra a questo disegno? Evidentemente, occorre una strategia di carattere generale, non limitata alla legge elettorale. Ma le riflessioni e le scelte su questa materia potrebbero essere decisive.

Innanzitutto è necessario sviluppare una campagna intransigente contro il tentativo di restaurazione proporzionale, a difesa del bipolarismo e del diritto degli elettori di scegliere il governo.

Occorre ovviamente difendere la legge vigente basata sul premio di maggioranza nazionale, un meccanismo già previsto nel nostro ordinamento non solo per i Comuni e le Province ma anche per le Regioni (un livello di governo che ha competenza legislativa come lo Stato). Il premio di maggioranza è pienamente democratico. Sia nel 2006 che nel 2008 ha riguardato un numero molto contenuto di seggi (nel 2006 sia il centrosinistra che il centrodestra superarono il 49 % dei voti; nel 2008 il centrodestra ha ottenuto il 47 % dei voti che, se si escludono le liste che non hanno superato la soglia di sbarramento, è pari addirittura al 52% dei voti dei partiti presenti in Parlamento, cioè oltre la maggioranza assoluta, con un premio solo del 3% dei seggi). Va sottolineato che nel sistema uninominale-maggioritario, con il 35-40% dei voti si conseguono spesso anche più del 55-60% dei seggi (ad esempio: nel Regno Unito, il Labour party nelle elezioni del 2001 con il 40,7% dei voti ha ottenuto il 62,7% dei seggi; nel 2005 con il 35,2% dei voti ha ottenuto il 55,2 % dei seggi; in Francia, l’UMP nel 2002 con il 33,3% dei voti al primo turno ha ottenuto il 61,9 % dei seggi, nel 2007 con il 39,5% dei voti al primo turno ha ottenuto il 54,3% dei seggi).

Il premio di maggioranza è fondamentale non solo per la governabilità (assurdo imputare la crisi della maggioranza a questa legge elettorale), ma anche per la salvaguardia dell’unità nazionale. Infatti, l’Italia ha una rilevante frattura Nord-Sud e in assenza (e in attesa) di una riforma costituzionale che preveda l’elezione diretta del Presidente della Repubblica con funzioni di governo e a garanzia dell’unità nazionale, il premio di maggioranza svolge una funzione importantissima: quella di assicurare che la competizione elettorale sia un pronunciamento nazionale per il governo del paese, un elemento essenziale di tenuta dell’unità nazionale. Un sistema basato sui collegi uninominali, adottato prima di una riforma costituzionale di tipo presidenziale o semipresidenziale, rischia invece di esasperare la frattura Nord-Sud, dividendo nettamente la rappresentanza politica in base alle aree geografiche del paese (soprattutto se si considera che oggi solo il Pdl è un partito nazionale che ottiene consensi in modo sufficientemente omogeneo in tutte le aree del paese). Occorre ricordare ancora una volta che già nel 1994, se Berlusconi non avesse creato Forza Italia e dato vita al Polo delle libertà e al Polo del buongoverno, riuscendo a rendere nazionali quelle elezioni, avremmo avuto l’Italia divisa in tre parti, con tutti i collegi del Nord alla Lega (allora secessionista), quelli del Centro al Pci-Pds e quelli del Sud al vecchio Msi e agli spezzoni sopravvissuti del vecchio sistema dei partiti, una situazione di assoluta ingovernabilità che avrebbe potuto aprire la strada ad una prospettiva drammatica di frattura del paese. Una prospettiva che è scongiurata finché Berlusconi sarà presente sulla scena politica, ma poi ? (Possibile che proprio coloro che auspicano tanto il “dopo Berlusconi” non si pongano neppure questo problema ? Possibile che gli avversari di Berlusconi siano a tal punto “apprendisti stregoni”, da mettere in causa la stessa unità nazionale, pur di tentare di far fuori l’odiato nemico?)

Per tutte queste ragioni, è sacrosanto sostenere che la riforma della legge elettorale va discussa nell’ambito della riforma costituzionale e non prima di questa, sia per il sistema di elezione della Camera, che va abbinato alla forma di governo, sia per il sistema di elezione del Senato che va abbinato alla modifica del bicameralismo. Come ha auspicato il Presidente del Consiglio nelle sue dichiarazioni in Parlamento a fine settembre, occorrere compiere un ulteriore tentativo per riavviare in questa legislatura il processo di riforma della Costituzione, non solo per quanto riguarda la giustizia ma anche per la forma di governo, il bicameralismo e il titolo V.

Qualora questo non fosse possibile, è comunque necessario affrontare la questione dei possibili miglioramenti del sistema vigente, sia per quanto riguarda il meccanismo dei premi regionali per l’elezione del Senato (l’elemento di maggiore criticità del sistema vigente), sia per quanto riguarda le lunghe liste bloccate.

Sul primo punto non vi è dubbio che i premi regionali andrebbero sostituiti con un premio di maggioranza nazionale, come per l’elezione della Camera. Nel 2005, l’allora Presidente della Repubblica Ciampi si oppose a questa proposta sostenendo che essa contrastava con la Costituzione (che prevede che “il Senato è eletto a base regionale”). La tesi è del tutto priva di fondamento (come hanno sostenuto molti studiosi, come D’Alimonte) perché anche i seggi del premio di maggioranza nazionale verrebbe ripartititi nelle singole circoscrizioni regionali.

Sul secondo punto, occorre innanzitutto sgombrare il campo dalla demagogia sui parlamentari “nominati” (come se nel Mattarellum non fossero comunque i partiti a scegliere i candidati nei collegi blindati o sicuri, cioè per la grandissima maggioranza dei seggi). In secondo luogo, va fatta chiarezza sul sistema delle preferenze con il quale l’elettore avrebbe solo l’illusione di poter scegliere il proprio parlamentare. In realtà, a prevalere sarebbero solo le logiche clientelari, il voto di scambio e la possibilità di infiltrazioni della criminalità organizzata, con una lievitazione esponenziale dei costi della politica. Abbiamo già vissuto quell’esperienza. La reintroduzione del voto di preferenza vanificherebbe ogni serio tentativo di rinnovamento della classe politica e di bonifica amministrativa del Sud, indispensabili per l’attuazione del federalismo fiscale. Inoltre comporterebbe un modello di partito basato sul sistema delle correnti organizzate, che pregiudicherebbe la sua capacità di esprimere un’unità di indirizzo politico e la funzione unificante della leadership. L’alternativa alle lunghe liste bloccate può invece essere costituita da circoscrizioni molto più piccole e da liste corte, come nel sistema spagnolo, dove si eleggono pochissimi deputati e un partito ne otterrebbe al massimo tre o quattro. Sarebbero possibili le primarie o altre forme di selezione dei candidati attraverso convention, gazebo e l’uso di internet. In questo modo migliorerebbe decisamente il rapporto tra candidati e territorio, tra eletti ed elettori. E i partiti potrebbero radicarsi meglio e seriamente sul territorio. Del resto lo stesso Matttarellum, per la quota proporzionale, prevedeva liste corte “bloccate”. Altri miglioramenti della legge vigente potrebbero riguardare l’eliminazione della possibilità di candidarsi in più circoscrizioni, salvo che per i leader, e la fissazione di un limite massimo al premio di maggioranza da assegnare alla coalizione vincente.

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Ma un’ulteriore riflessione è necessaria, forse quella decisiva. Se tutti i tentativi di difendere o migliorare la legge vigente si rivelassero inadeguati e il tema della legge elettorale rimanesse come una spada di Damocle sospesa sulla testa del governo, pronta a decapitarlo nel momento più propizio, rimarrebbe probabilmente solo una chance: accettare e rilanciare la proposta - già avanzata da molti parlamentari del Pd e anche da alcuni del Pdl e Fli, - di ritorno al Mattarellum (magari con il correttivo dell’abolizione dello scorporo che Forza Italia, An e Lega proposero nel 2005), nonostante la riserva espressa in precedenza sul ritorno ad un sistema basato sui collegi uninominali-maggioritari sganciata dalla riforma costituzionale. Sarebbe una mossa del cavallo, capace di spiazzare tutti i giochi di palazzo e di mettere al riparo governo, legislatura e bipolarismo. Forse, addirittura, una mossa da giocare in anticipo, perché se la situazione politica dovesse precipitare, probabilmente non vi sarebbero più margini e tempi di recupero.

(tratto da l'Ircocervo, rivista di cultura politica diretta da Fabrizio Cicchitto)

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