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mercoledì 27 ottobre 2010

Margaret Thatcher la dama di ferro, metteva in discussione l'indiscutibile.

Thatcher è per molti un mito, per tanti un esempio, per altri un odiosa
esperienza, per tutti è la Lady di Ferro, è la prima donna Primo
Ministro in Inghilterra (e non solo), è il Primo Ministro che ha vinto
ben tre elezioni consecutive (1979, 1983,1987), (Blair ha da poco eguagliato
questo illustre primato) è stata il primo vero grande scossone liberale
nella vecchia e cara Europa, la storia volle lei a Downing Street e contemporaneamente
Ronald Reagan alla Casa Bianca, in un formidabile asse liberale.



Margaret Hilda Roberts (cosi’ da nubile) nasce il 13 ottobre del 1925
a Grantham (Lincolnshire) figlia di un droghiere e di una sarta, consegue
la laurea in chimica ad Oxford, ed esercita nel campo della ricerca dal 1947
al 1951, nel 1953 implementa i suoi studi divenendo avvocato fiscalista.



La sua trafila nella destra britannica, nel partito conservatore gli storici
Tory, nel 1959 la vede eletta alla camera dei comuni di Westminster
per Finchley distretto a nord di Londra, protagonista tesa a scalare le gerarchie
del partito negli anni dell’opposizione dal 1964 al 1970 (governo Laburista
con Wilson Premier), nel 1970 sale agli onori della opinione pubblica divenendo
ministro per l’istruzione nel governo conservatore di Healt, ruolo che
gli vale l’appellativo non certo lusinghiero di ladra di latte (Milk
snatcher) in virtù dei tagli alle razioni di latte per le scuole
materne.



Dal 1974 al 1979 in Gran Bretagna sono nuovamente i laburisti con Wilson prima
e Callaghan poi a risiedere al n.10 di Downing Street, sono anni di recessione
economica, di sindacalismo feroce, di malessere sociale, inflazione stabilmente
a doppia cifra, disoccupazione alle stelle, nel 1976 il paese vive una sorta
di bancarotta virtuale, un collasso nel valore della sterlina conduce il governo
a richiedere un prestito al Fondo Monetario Internazionale a fronte di pesanti
garanzie.



Nel contempo nel 1975 Margaret sale alla segreteria del partito conservatore,
divenendo leader dell’opposizione alla camera dei comuni, e conseguentemente
candidato Primo Ministro alle politiche del maggio 1979.



Inverno 78-79, cumuli di immondizia straripano per strada, elettricità
razionata tre giorni a settimana, settimana lavorativa ridotta a tre giorni,
Inghilterra debitrice dell’International Monetary Fund, gli inglesi
sembrano rassegnati a restare "l’uomo malato d’Europa“.




Giugno 1979, Margaret Thatcher, vince le elezioni con uno scarto di 43 seggi
e dichiara ecumenica: "Dove regna discordia, mi si lasci portare
armonia, dove regna disperazione, mi si lasci portare speranza.“

I primi 3 anni sono disastrosi il prodotto interno lordo inglese crolla dell’11%,
il paese è ancora annichilito, socialmente in conflitto, ma nell’aprile
del 1982 accade l’impensabile, quando un distaccamento militare argentino
atterra sulle isole Falkland, sgominando facilmente la simbolica presenza
dei 16 Royal Marines, incaricati di difendere uno dei relitti dell’impero
coloniale del regno.



Questa guerra mai-dichiarata durò 72 giorni e causò circa 1000
morti (236 inglesi e 655 argentini), molti dei quali innocenti coscritti gettati
in mezzo alla battaglia dalla junta argentina. La guerra ha avuto
un costo di almeno 2 miliardi di dollari. Da un punto di vista politico, questa
stessa guerra andò a sostegno della rielezione di Margaret Thatcher
e affossò quella di Leopoldo Galtieri, che fu successivamente costretto
a dimettersi , un primo passo sulla strada del ripristino della democrazia
in Argentina.

Margareth Thatcher, ricorda nelle proprie memorie: "Chi si trova
in guerra, non si può far distrarre da complicazioni diplomatiche,
deve superarle con ferrea volontà.“ Attribuendosi così
il successo sulle pastoie burocratiche che il foreign office, molto
più cauto di lei, continuamente le procurava.



Alle politiche del 1983 sull’onda del successo Falkland che fomentò
l’orgoglio nazionale britannico, vinse per la seconda volta trionfalmente
le elezioni. Il 12 ottobre 1984 L'IRA fa esplodere una bomba nel Grand Hotel
di Brighton, in Inghilterra, in cui è in corso il congresso del Partito
Conservatore. L'attentato, che costa la vita a cinque persone, manca il suo
obbiettivo: Margaret Thatcher, la quale a poche ore dal drammatico evento
non rinuncia dimostrando tutta la sua grinta, il suo nerbo (non a casa il
soprannome Lady di ferro) a prendere la parola allo stesso congresso.



Il suo secondo mandato spinge sull’accelleratore per le riforme,dando
vita a una delle più importanti svolte nella storia economica dell'Occidente:
quella della vittoria del privato sul pubblico, dell'individualismo sul pansindacalismo,
della meritocrazia sull'egualitarismo. Quando iniziò la sua opera,
era sola contro tutti.

Avviò un processo di privatizzazioni, poi imitato in tutto il mondo,
e per ciò venne indicata al generale ludibrio dalla dominante cultura
di sinistra.

Combattè la sua storica battaglia contro il sindacato dei minatori
per ridimensionare lo strapotere delle Trade Unions, e per ciò
venne vilipesa come la nemica numero uno delle classi lavoratrici.

Quando decise di vendere tutte le case di proprietà pubblica ai rispettivi
inquilini, fu denunciata perché dilapidava il patrimonio nazionale.




In un periodo storico dove vigeva uno statalismo dilagante, il suo assunto
che le funzioni dello Stato in una moderna società democratica e liberale
devono essere drasticamente ridotte, viene oggi ripetuto quasi pappagallescamente
da pressochè tutti i governi.

Il suo successo è indicato del resto anche dalla diffusione del termine
thatcherismo” per indicare la strada del liberismo .


Risvegliò nei suoi concittadini il loro senso alla responsabilità
individuale, mettendo fine alle stravaganze di uno stato assistenziale che,
quando nacque, aveva preso l'impegno di assistere tutti “dalla culla
alla tomba”.



Il suo primo grande scontro fu con i sindacati, allora legati a doppio filo
al partito laburista, custodi implacabili quanto ottusi di anacronistici privilegi
e principali responsabili del declino industriale della Gran Bretagna. Scioperare
era la regola, più o meno come lo era in quell'epoca in Italia: si
scioperava per la paga, per l'orario, per solidarietà con altre categorie,
per risolvere contrasti tra una Union e l'altra: negli anni Sessanta, per
esempio, tutti i cantieri navali rimasero fermi per settimane a causa di uno
scontro tra fabbri e falegnami su chi doveva fare i buchi per le viti che
univano le parti metalliche delle navi a quelle di legno.



Margaret Thatcher mise fine a tutto questo con una legge che dichiarava lo
sciopero illegale se non veniva previamente approvato a voto segreto dalla
maggioranza dei lavoratori e rendeva i capi sindacali civilmente responsabili
dei danni provocati da agitazioni non conformi alle regole.

Ma, soprattutto, mostrò la sua determinazione nella vertenza per la
chiusura delle miniere di carbone che ormai da moltissimo tempo operavano
in perdita e, da grande risorsa quale erano state fino al 1950, si erano trasformate
in una palla al piede dell'economia.

Il leader del sindacato dei minatori Arthur Scargill, demagogo marxista vecchio
stile, saltò sulle barricate e proclamò che mai e poi mai avrebbe
tollerato un simile sopruso in nome del mercato. La lotta fu senza esclusione
di colpi, con il governo che impose per oltre un anno severe restrizioni al
consumo di carbone a tutta la nazione e il sindacato che non esitò
(anche se la cosa si seppe molto dopo) a farsi finanziare dalla Libia per
poter continuare a pagare un sussidio agli scioperanti.



Perfino nel partito conservatore ci fu chi espresse una certa simpatia per
i minatori. Ma Maggie sapeva che su quello sciopero si giocava tutto, e fu
inflessibile: alla fine gli scioperanti, regione dopo regione, cedettero,
e la regola che lo Stato non era più disponibile a sussidiare aziende
non suscettibili di risanamento fu affermata una volta per sempre. Da allora,
non solo il potere delle Trade Unions nelle imprese è stato
tagliato, ma le nuove generazioni di lavoratori hanno cominciato a rendersi
conto che con il sindacato si perdeva, e nella loro stragrande maggioranza
hanno cessato di iscriversi, celebri quanto drammatiche gli scontri tra la
polizia a cavallo e i minatori.



Una volta riformate le relazioni industriali, con un notevole rafforzamento
del management nei confronti della base, la Thatcher avviò, con la
vendita di British Telecom nel 1994, il primo grande programma europeo di
privatizzazioni. Alla British Telecom seguirono in rapida successione British
Gas, British Airways, la Jaguar, la Rover e buona parte delle aziende di pubblico
servizio, comprese alcune ferrovie (ma non le poste, che nel Regno Unito funzionano
benissimo e fanno perfino un consistente utile). Il risultati che ne seguirono
furono: una consistente riduzione del debito pubblico, restituire efficienza
e competitività a imprese che rappresentavano più del dieci
per cento del PIL, davano lavoro a un milione e mezzo di persone e dominavano
i settori vitali dei trasporti, dell'energia, delle comunicazioni, dell'acciaio
e della cantieristica navale.

Prima che arrivasse il ciclone Maggie, in queste imprese si annidavano i germi
del parassitismo pubblico, con la sua mancanza di incentivi a lavorare sodo,
ad applicare gli ultimi ritrovati tecnologici, insomma ad aumentare la produttività.
Oggi British Telecom e British Airways, liberate dalla zavorra di centinaia
di dirigenti privi di iniziativa e di decine di migliaia di dipendenti in
esubero, sono tra le aziende più efficienti del mondo nei rispettivi
settori, diventando addirittura un punto di riferimento per i concorrenti.




Le privatizzazioni non sono state, naturalmente, indolori, e hanno portato
con sé problemi legali, di personale e di funzionalità in abbondanza.
Si creò una piccola classe di azionisti, il governo spinse verso il
mercato mobiliare anche in virtù dei prezzi estremamente competivi
da esso fissati. Si capì e in quel senso l’inghilterra si mosse
che si era passati ad una economia di servizi, ad un terziario avanzato, il
cosiddetto Big Bang della City, cioè la totale liberalizzazione
dei mercati finanziari che ha dato a Londra un vantaggio pressoché
incolmabile sulle altre piazze. Una consistente riduzione fiscale, fardello
insostenibile per famiglie ed imprese, disincentivo agli investimenti, al
consumo, al risparmio, da qui un consistente taglio sul modello dell’amico
Reagan negli USA.



Certo, la cura Thatcher ha anche il suo rovescio, che i suoi innumerevoli
avversari si sono sempre affannati a mettere in luce.

Su alcune sue privatizzazioni non mancò chi tra i suoi stessi compagni
di partito definì il tutto come vendita dell’argenteria di famiglia,
l’accusa mossa al thatcherismo fu quella di essere indifferente alle
disuguaglianze, o addirittura approvarle.



Nel 1987, la Lady di Ferro si impone nuovamente alle elezioni politiche, e
segna un record, il terzo mandato per un primo ministro nel XX secolo.



Sono anni dove si parla sempre più intensamente di un Europa unita,
forte, la Germania è pronta a riunificarsi, cosa che la Thatcher ha
sempre osteggiato, si getta a livello europeo le basi per il trattato di Maastricht
che delineerà l’ attuale UE. Il forte euroscetticismo della lady
di ferro, gli valse non poche antipatie all’interno del suo stesso
partito, il quale negli immediati anni antecedenti l’Europa in teoria
sempre più coesa, temeva di cascare in un isolazionismo improduttivo.
Ma la situazione nel corso del 1990 si rese insostenibile a causa dell’introduzione
di una tassa (la Poll Tax, tributo che un individuo doveva versare
indipendentemente dal suo reddito, dai beni posseduti, e dalle tasse pagate)
ritenuta iniqua e regressiva che accese focolai di rivolta nelle strade e
nelle piazze di tutta la city e non solo, ( a 15 anni di distanza è
bene dire che la poll tax riprende il cosiddetto sistema di tassazione
della Flat tax in vigore nei paesi ex-comunisti, che li vede protagonisti
di una costante e consistente crescita economica.)



Il 22 novembre 1990 accade quello che forse era nell’aria già
da un po’, Margaret Thatcher presenziando ad un vertice europeo a Versailles
visse le ore più drammatiche della sua carriera politica, il suo destino
in seno ai Tory dipendeva da uno scrutinio all’interno del
partito stesso, dopo l’insanabile frattura dovuta alle dimissioni del
ministro degli esteri Geoffrey Howe come risposta all’intransigenza
thatcheriana causa di un completo isolamento del paese nei preliminari della
conferenza che sancirà da lì ad un anno il trattato di Maastricht.
Fu questa anche l´unica volta nella storia britannica in cui un primo
ministro fu costretto a dimettersi a causa d´un semplice insuccesso
diplomatico in relazione alla politica europea. E ciò prova quanto
grande sia il peso dei rapporti con la Comunità Europea nello Stato
celebre per il suo euroscetticismo.



Le immagini della lady di ferro visibilmente commossa e del marito sull’uscio
del n.10 di Downing Street, le sue parole di saluto rotte dal pianto, testimoniano
la fine di un’era, ben 11 anni che da grande malato qual’era,
hanno reso la Gran Bretagna un paese imitato, precursore dei tempi, agile
e dinamico, ed hanno consegnato Margaret Thatcher alla storia come uno tra
i più grandi statisti del XX secolo.

E come mi capitò di leggere in un bimestrale dedicato interamente alla
figura di Ronald Reagan dopo la sua scomparsa, riporto qui di seguito la conclusione
di un articolo quanto mai veritiero sulla situazione politica odierna:

"Un Europa sazia e disperata, fiera di un modello sociale insostenibile,
rassegnata al declino, renitente e vile, che in maggioranza, nella vicenda
irachena ha preferito “battere in ritirata”. Le cancellerie del
vecchio continente sono piene di politici accomodanti e rinunciatari.

Ronald Reagan è morto, e Margaret Thatcher “non abita più
qui”.

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