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sabato 11 dicembre 2010

Identità raggiungibili - causa effetto...


Fromm distingue tra "Ego" e "Io" (1968) L'Ego, è illusorio, poiché esiste solo dal punto di vista della modalità dell'avere. L'Ego, come reificazione socialmente connotata della nostra identità, appartiene alla modalità dell'avere, è una cosa, un possesso, una pseudo-identità, "the mask we each wear", "a dead image". Ora, se la psicoanalisi è il dialogo tra analista e analizzando volto a stabilire chi è quest'ultimo e perché è così e se il processo rimane nella modalità dell'avere, l'identità in cui ci si può riconoscere si risolve in taluni dati costanti nel susseguirsi degli eventi, in un quadro di tratti caratteriali che spiega i sintomi, cioè nel possesso di uno schema logico che tutto annoda secondo nessi di causa-effetto in successione temporale. Può trattarsi di una pseudo-identità ben costruita, atta a placare l'angoscia di separazione e idonea a funzionare in una società improntata all'avere. Ogni psicoterapia volta all'adattamento dell'individuo alla società porta a pseudo-identità.
In quanto cosa, l'Ego è descrivibile a parole, mentre non completamente descrivibile è l'Io, non soggetto a piena rappresentazione concettuale (1976). L'Io emerge nella modalità dell'essere come totale ed immediata esperienza di essere un attivo centro funzionante, vissuto tendenzialmente nella sua interezza che include relazione col mondo e anche percezione del corpo come esperienza e non come mero pensiero di esso. L'emersione dell'Io viene impedita dalla paura della solitudine che si sente nello sperimentarsi individui unici. Anche la paura di vivere si può vedere come la paura di individuarsi nella propria unicità. Nell'Io culmina il processo di individuazione come cammino dall'unità col grembo materno alla esperienza della propria unicità. E' un prendere l'onda della vita. Non si sa dove porta, ma si sa che è viva e in movimento.
Secondo questa prospettiva, l'Ego dell'analista può permettersi un approccio tecnico tradizionale, con le regole classiche della neutralità, della anonimità e della astinenza, ma difficilmente può giungere ad una fine, sottile interazione interpersonale. L'analizzando può anche ritenersi descritto, interpretato e ricostruito, può anche convenire sull'accuratezza di tali operazioni, ma sente che il suo volto interno squisitamente unico resta inspiegabilmente inafferrato. E' infatti inafferrabile il guizzo di vita in cui sussiste l'identità di una persona, cioè non si può possedere, non si può trattenere a memoria come un concetto, si sottrae a ogni modalità appropriativa. Si genera istante per istante, sempre nuovo e sempre quello, nell'esperienza di essere. Ne consegue che l'esperienza che Fromm chiama "Io" , il non catturabile "Io", avviene nel qui-e-ora. La situazione analitica nel qui-e-ora è la situazione che richiama al presente due persone a confronto. Se le fughe nei là-e-allora sostanzializzati e in sé sussistenti vengono riportate nel qui-e-ora, la maschera dell'Ego finisce con l'incrinarsi e lascia tralucere l'Io. E' proprio l'Io, nel suo porgersi e sottrarsi, l'esperienza d'approdo del processo di individuazione.
In psicoanalisi, ogni intuizione di identità, ogni coscienza di sé che sia appena raggiunta, si aliena, si asciuga e si indurisce in una cosa morta, se perde il carattere fresco dell'esperienza in atto e viene capitalizzata. L' identità che ci raggiunge nella modalità dell'essere vi vive in tutta la sua verità, ma se viene investita affettivamente come una sostanza in sé si aliena in un feticcio. La psicoanalisi dovrebbe sapere che l'identità che scopre in una persona è volatile e resta viva solo nell'atto di esperirla, anche quando siano state dissolte le pseudo-identità che abitavano in quella persona. Ecco perché rinvenire il proprio volto psicologico alla nascita, che è grande operazione di verità, non significa scorgere la propria identità ultima se esso diventa un'icona psicologica in cui vedersi, a cui afferrarsi , credendo di aver capito finalmente chi si è. Più si accentua l'aggrapparsi all'immagine di sé creduta la più veritiera, più essa cade nel regno del possesso e del dominio.
L'identità ritraentesi che nel suo stesso moto dialettico ci raggiunga in psicoanalisi permane finché non se ne tenti una definizione formale, che la rapprende in una pseudo-identità. La pseudo-identità è narcisistica.
Anche se apprezzo molto il fondamentale testo di Erikson (1963) "Infanzia e società", le teorie di Kohut (1971, 1977) e le recenti enfasi sulla dissociazione, che giungono a ipotizzare la molteplicità del Sé (Bromberg, 1996), io preferisco attenermi alla visione frommiana. Nel linguaggio da me qui adottato, questi autori si occupano di pseudo-identità . Mi pare invece che si possa forse porre un parallelo tra l'impostazione frommiana e la distinzione "Falso Sé" e "Vero Sé" di Winnicott (1960).
Il punto sta nell'imprendibilità dell'Io. E' possibile farne un'esperienza che non si può intascare, non si può trattenere. Se ne può parlare solo in termini allusivi, metaforici. Vissuta l'esperienza dell'Io, il suo valore evolutivo sta nella raggiunta consapevolezza che essa è possibile.
Fromm fa eco a Meister Eckhart. Nel Sermone "Beati pauperes spiritu", Meister Eckhart spiega il concetto più radicale di povertà di spirito, dove ogni narcisismo e ogni pseudo-identità sono abbandonati. "… è un uomo povero quello che niente vuole, niente sa, niente ha" (Meister Eckhart, 1985, p. 131).


IL QUI-E-ORA IN ANALISI

Le mie considerazioni sono rivolte alla consapevolezza dell'analista mentre sta lavorando. L'assetto interiore dell'analista struttura il rapporto molto più delle interpretazioni e degli inviti espliciti, che da una parte rischiano di indurre indottrinamenti sterili e dall'altra di lasciar passare un inconscio sadismo morale. Molto è affidato alla sensibilità e all'empatia dell'analista, che comunica con parole discrete, talora con metafore (Ingram, 2005), una vicinanza delicata e rispettosa ed emotivamente appropriata (Ehremberg, 1992; Beebe & Lachmann, 2002). Un ossificato dolore può già trovare un' alternativa nel pianto e nella velata luce che poi giunge agli occhi. La psicoanalisi è arte.
L'analista è tenuto a vigilare sull'unicità di ogni sua analisi, affinché avanzi il processo di individuazione in entrambe le persone della coppia analitica, poiché unicità e individuazione sono connotati dello stesso movimento di emersione dell'esperienza dell'Io. Ogni qui-e-ora è sempre unico e sempre vivo. Nei respiri del qui-e-ora balenano le elusive identità dell' analista e dell'analizzando.
Il dialogo analitico si basa su risposte e reazioni emotive comunicate reciprocamente e a ciò che comunica l'analizzando l'analista reagisce emotivamente e comunica la propria reazione (Fromm, 1968b). Pertanto si attiva anche il processo di individuazione proprio dell'analista, che viene a conoscere sempre meglio se stesso attraverso la relazione analitica (Groddeck, 1926; Searles, 1972; Casement, 1985; Dupont, 1988; Aron, 1991, 1992; Blechner, 1992).
L'analista non sente solo il paziente, ma anche se stesso, nell'esercizio di scoprire la propria umanità nell'altro, di sperimentare l'universale umano in sé e nell'altro. Visioni distorte e visioni obiettive da ambo le parti si alternano e si incrociano. Vi è un fluire di intrecci tra i due aspetti e il cammino dell'individuazione procede tra pseudo-identità e percezioni fini e sfuggenti dell'identità vera, sempre ritraentesi ad ogni cenno di possesso. Vedere se stessi in termini possessivi è una tentazione permanente che ci dice quanto sia facile venire presi dalla modalità dell'avere. E' facile venire distolti dal qui-e-ora e dalla modalità dell'essere dove solo si può dare quell'esperienza che si lascia vivere ma non catturare. E' l'atto del carpire per trattenere che fa svanire l'esperienza.
I termini "qui-e-ora" e "là-e-allora" sono presenti, ma non molto frequenti, nella letteratura psicoanalitica (Tauber, 1959; Wolstein, 1959; Fromm, 1976; Stone 1981; Gill & Hoffman, 1982; Gill, 1983, 1993; Tomä & Käkele, 1985; Eheremberg, 1992; Fiscalini, 1995; Hirsch, 1995; Imber, 1995; Mitchell, 1997; Biancoli, 2002b, 2003; Gabbard & Western, 2003; Stern, 2004). Il qui-e-ora della seduta è insieme un concetto, una percezione, un modo di sentire, una situazione, una posizione spirituale, cioè un'esperienza globale in atto. Anche il là-e-allora comporta una complessità esperienziale che include intelletto, affetto, emozioni. Le due esperienze sono mobilissime e spesso passano inavvertitamente dall'una all'altra. Inoltre, i prodotti dell'inconscio, come i sogni, gli atti mancati o i motti di spirito, non rispettano la distinzione tra qui-e-ora e là-e-allora ma ne miscelano le componenti nei modi più vari. La distinzione tra le due esperienze è ardua, benché forse semplice sul piano terminologico. In prima approssimazione, possiamo porre tale distinzione da un punto di vista statico, sapendo però che si tratta di un espediente metodologico che astrae dal rapidissimo, talora fulmineo, spostarsi dei contenuti da un tipo di esperienza all'altro. Ne viene una definizione del là-e-allora per esclusione rispetto alla definizione del qui-e-ora. Il senso del là-e-allora sarebbe quello di tutte le esperienze, di tutte le persone, le situazioni, gli accadimenti, i sogni, le fantasie del passato, in altre realtà che non sono quella dell' analista e dell'analizzando in seduta. Sarebbe un non-qui-e-non-ora.
Inoltre, il movimento della psicogenesi porta il passato nel presente e i complessi incroci e nessi causali della psicodinamica portano il là qui. Così, se anche il là-e-allora è un'esperienza, lo è però solo ora e qui. E' ora e qui che noi siamo vivi. La valorizzazione del qui-e-ora risponde ad un sentire biofilo, che non si appoggia sull'altrove o sul passato ma si affida all'atto di vivere e si pone come condizione per l'esperienza dell'Io.
Nel turbinio dei contenuti mentali, si può porre un punto fermo: in questo momento, ogni altrove lo posso sperimentare solo qui, e ogni passato e ogni futuro esiste come pensiero, fantasia e sentimento presente. In senso ontologico, ogni altro tempo e ogni altro luogo possono essere pensati, rappresentati e sentiti solo ora, qui. Ciò non toglie il dato empirico che il là-e-allora di rado è un'esperienza che si lascia docilmente circoscrivere all'interno del qui-e-ora, poiché anzi tende a invaderlo e a porsi come realtà in sé.
Ritengo che il là-e-allora non riconosciuto come esistente solo e in quanto qui-e-ora si possa considerare un'esperienza di alienazione, non osservabile mentre la si vive e dunque inconscia in questa sua natura alienata. L'immergersi nel là-e-allora, perdendo la consapevolezza che esso è un accadimento psichico possibile solo nel momento e nel luogo presenti, è esperienza frequentissima e diffusa perché coperta dal senso comune
Si può affermare che l'umanesimo vede vivere la verità nel qui-e-ora e vede nei là-e-allora delle illusioni. Le coscienze umanistiche rifiutano ogni forma di idolatria o di alienazione, due termini che Fromm (1955, pp. 88-109) vede in stretto rapporto.
L'analista può promettere all'analizzando una via di ricerca della sua identità, però, a rigore, la promessa andrebbe formulata nel senso che entrambi s'incamminano nella ricerca della propria identità (Akeret, 1995). La consapevolezza e la perizia dell'analista che aiutano l'analizzando riguardano il fatto che essere stati toccati dalla propria identità non significa possederla. Il lavoro analitico manifesto verte sulla vita dell'analizzando, ma di questa vita di cui si sta parlando in questo momento avvengono due esperienze, quella propria dell'analizzando e quella del suo stesso riverbero nel vissuto dell'analista. Esse si intersecano, ora risalendo nella modalità dell'essere ora ricadendo nella modalità dell'avere, congiuntamente o disgiuntamente, secondo intrecci e ribaltamenti dialettici.
La storia della psicoanalisi si svolge nel '900, è parte solidale della sua cultura. E' avvenuto che il soggetto si credesse separato dall'oggetto e in grado di analizzarlo in quanto tale, poi l'illusione cade coll'accorgersi che il fatto e l'esperienza del fatto sono inscindibili e si generano a vicenda. Si sposta l'accento dai là-e-allora, che costellano la vita dell'analizzando, al qui-e-ora come esperienza co-prodotta a due in seduta. Questa visione è assunta dalla psicoanalisi interpersonale e poi da quella relazionale. Fromm ne è un portavoce, anche sul piano clinico. Egli (1968b) compara un punto di vista psicogenetico a un punto di vista funzionale, che si alternano nel lavoro psicoanalitico. Il primo considera la storia di una persona e la psicogenesi dei suoi aspetti attuali. Il secondo è trasversale e guarda alla totalità funzionante di una persona, alla sua complessità in atto in un dato momento. Conoscere la psicogenesi è utile, come è utile ogni informazione, ma è col punto di vista funzionale che ogni aspetto della personalità emerge in relazione a tutti gli altri aspetti, è colto nella sua funzione attiva. Quando appare il disegno tendenzialmente intero di una persona, si può vedere quale funzione svolge in essa il conflitto tra il tentativo di individuarsi e il bisogno di protezione e sicurezza.
Lo stesso conflitto l'analista lo rivive in se stesso. Talvolta è premiato dalla gioia di superarlo e anche dalla gioia di vederlo superato nell'analizzando.

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