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giovedì 24 febbraio 2011

Democrazia degli antichi e dei moderni


La teoria dello stato liberale è sostanzialmente moderna, mentre la forma di governo democratica è indubbiamente antica. La grecità ha lasciato una definizione di democrazia come governo dei molti in opposizione al governo di uno o di pochi e il significato del termine non è mutato pur nelle trasformazioni subite, nel corso dei secoli, del giudizio che se ne dà. Ciò che più propriamente è cambiato non è infatti il titolare del potere politico, che resta sempre il popolo, ma il modo in cui si esercita questo diritto: gli autori del Federalista, negli stessi anni della Dichiarazione dei diritti, contrappongono la democrazia diretta antica e medievale a quella rappresentativa. Essi sottolineano soprattutto la conflittualità della democrazia cittadina riprendendo il tradizionale disprezzo oligarchico per il popolo, mentre l’unica verosimile giustificazione dell’adozione della democrazia rappresentativa erano le grandi dimensioni degli stati moderni. Del resto lo stesso Rousseau aveva difeso la democrazia diretta sostenendo l’impossibilità di rappresentare la sovranità, ma aveva anche sostenuto che "una vera democrazia non è mai esistita né mai esisterà" perché richiede innanzitutto uno stato molto piccolo e altre condizioni tanto irrealizzabili da renderla possibile solo per un popolo di dei. Gli autori del Federalista erano convinti che l’unico governo democratico attuabile per un popolo di uomini fosse quello rappresentativo dove il popolo non prende le decisioni che lo riguardano direttamente, ma elegge dei rappresentanti che decidano in sua vece, ma non ritenevano che con ciò venisse meno il fondamento del governo popolare. La democrazia rappresentativa nasceva infatti anche dalla convinzione che gli eletti potessero valutare quali fossero gli interessi generali meglio dei cittadini, troppo condizionati dagli interessi privati, e pertanto garantire il raggiungimento dei fini della democrazia. Perché si trattasse effettivamente di democrazia rappresentativa era però necessario che fosse escluso il mandato vincolante dell’elettore verso l’eletto, caratteristico dello stato di ceti in cui ceti, corporazioni, corpi collettivi trasmettevano al sovrano, attraverso i loro delegati, le loro richieste particolari, e così fecero i costituenti francesi nel 1791. Da allora il divieto di mandato imperativo divenne peculiare del sistema parlamentare che proprio per questo si distingue dallo stato di ceti la cui dissoluzione libera l’individuo nella sua singolarità e autonomia: è all’individuo in quanto tale, dunque, e non al membro di una corporazione, che spetta il diritto di eleggere i rappresentanti della nazione. La democrazia moderna presuppone quindi l’atomizzazione della nazione e la sua ricomposizione a un livello più alto, e allo stesso tempo ristretto, che è quello parlamentare, ma si tratta dello stesso processo da cui è nata la concezione dello stato liberale, il cui fondamento è proprio l’affermazione dei diritti naturali dell’individuo.

Democrazia e uguaglianza

Mentre il liberalismo moderno e la democrazia antica sono stati spesso considerati antitetici, dal momento che la prima non era a conoscenza della dottrina dei diritti naturali né delle teorie relative alla limitazione dello stato e il secondo ha sempre espresso una certa diffidenza nei confronti di qualunque tipo di governo popolare, la democrazia moderna può addirittura essere considerata per certi versi la naturale prosecuzione del liberalismo a condizione che si prenda il termine democrazia nel suo significato giuridico. Storicamente esso ha due accezioni prevalenti: si può infatti dare rilievo alle regole la cui osservanza è necessaria perché il potere politico sia effettivamente distribuito tra la maggior parte dei cittadini oppure all’ideale dell’uguaglianza; in tal senso si tende a distinguere la democrazia come governo del popolo (o formale) dalla democrazia come governo per il popolo (o sostanziale). La prima accezione lega la democrazia allo stato liberale, la seconda finisce per tentare di risolvere il problema dei rapporti tra le due tradizioni nella difficile conciliazione di libertà e uguaglianza che, soprattutto se estese all’ambito economico, sono valori antitetici; liberismo e egualitarismo nascono infatti da due concezioni dell’uomo profondamente diverse: fine principale del primo è l’espansione della personalità individuale, anche lo sviluppo di quella più ricca e dotata può andare a svantaggio di quella più povera e meno dotata, scopo del secondo è invece lo sviluppo della comunità nel suo insieme, anche se ciò comporta una limitazione della libertà del singolo. L’unica forma di eguaglianza riconosciuta dalla dottrina liberale è infatti l’uguaglianza nella libertà, il che comporta il godimento di tanta libertà quanta sia compatibile con quella altrui; immediatamente da tale convinzione nasce l’approvazione dell’uguaglianza davanti alla legge, restrittivamente interpretato come formulazione del motto "la legge è uguale per tutti", ma che ha implicazioni più vaste se inteso come concetto in base a cui tutti i cittadini devono essere sottoposti alle medesime leggi e dunque devono essere soppresse le leggi dei singoli ordini o stati e si parla di uguaglianza proprio perché il risultato di un simile processo è la cancellazione di una precedente discriminazione e all’uguaglianza dei diritti. L’uguaglianza nei diritti discende direttamente da tali considerazioni costituendo un momento ulteriore di eguagliamento dal momento che, eliminate le discriminazioni, tutti possono godere dei medesimi diritti.

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