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giovedì 24 febbraio 2011

La democrazia rappresentativa


Mill, come Tocqueville, teme la tirannia della maggioranza e, ponendosi il classico problema della miglior forma di governo, risponde che questa è la democrazia rappresentativa che costituisce la naturale prosecuzione di uno stato che voglia garantire ai propri cittadini il massimo della libertà. La visione di Mill chiarisce il nesso indissolubile tra democrazia e liberalismo, infatti l’affermazione secondo cui il perfetto libero governo è quello in cui tutti partecipano al beneficio della libertà conduce Mill a divenire promotore dell’estensione del suffragio sulla scia del radicalismo benthamiano da cui era natala riforma elettorale inglese del 1832. Il rimedio alla tirannia della maggioranza consiste nel fatto che la formazione della maggioranza avviene attraverso la partecipazione alle elezioni anche delle classi popolari. La partecipazione ha grande valore educativo dal momento che nella discussione politica l’operaio riesce a comprendere il nesso tra eventi lontani e il suo personale interesse, e a stabilire rapporti con cittadini diversi. Il suffragio universale rimane anche nella teorizzazione milliana un ideale limite: sono esclusi coloro che vivono di elemosine, analfabeti, bancarottieri, debitori fraudolenti, mentre Mill si dichiara favorevole al voto femminile proprio invertendo l’uso del tradizionale pregiudizio antifemminiusta della debolezza delle donne; se infatti le donne sono più deboli dipendono maggiormente dalla società e dalla legge che dunque devono essere in grado di poter condizionare.

Il mutamento del sistema elettorale

Il secondo rimedio alla tirannia della maggioranza consiste per Mill nel passaggio da un sistema maggioritario a uno proporzionale che assicura una adeguata rappresentanza anche alle minoranze: una minoranza agguerrita può infatti porre un efficace freno all’abuso di potere da parte della maggioranza; nell’affermare ciò Mill riprende evidentemente in luce positiva il motivo dell’antagonismo tipico della tradizione liberale. Sostenendo che laddove la lotta è stata sopita o soffocata non c’è stato progresso, ma stagnazione e decadenza. La democrazia perfetta è tuttavia ancora lontana anche nel pensiero di Mill che, quasi ad attenuare l’effetto del suffragio allargato, propone il progetto del voto plurimo, che ebbe però scarsa fortuna.

Liberalismo e democrazia nell'Ottocento italiano

Nonostante il tentativo di conciliazione operato da Mill liberali e democratici continuarono a dar vita a schieramenti politici diversi e spesso contrapposti: lo sviluppo della dottrina liberale è legato alla critica economica delle società autocratiche, lo sviluppo di quella democratica è connesso invece a una critica politico-istituzionale. Prima della formazione dei partiti socialisti i parlamentari si dividevano in democratici e liberali la cui convergenza graduale fu dovuta anche alla nascita dei partiti socialisti in un primo tempo e al crearsi di regimi né liberali né democratici, ovvero degli stati totalitari, in un secondo tempo.

Tuttavia nel secolo scorso la contrapposizione in Italia è molto netta soprattutto per la presenza di un agitatore politico come Mazzini che interpretava la scuola liberale come quella che aveva respinto la libertà come fine ultimo per accontentarsi di essa come mezzo per i fini privati. Nella democrazia, invece, l’ideale egualitario portava a una libertà non solo formale, ma reale. Uno stato che consideri la libertà come mezzo può essere ateo o neutrale, ma non può esserlo lo stato di tutti che deve proporsi lo scopo di educare la nazione.
A Mazzini si contrappone naturalmente Cavour che fa di Constant e Bentham i cardini del proprio pensiero politico. L’utilitarismo è invece avversato da Mazzini che ne fa il responsabile del materialismo delle dottrine socialiste contrapponendovi l’idea del dovere e del sacrificio per la causa dell’umanità. Cavour condivide inoltre l’apprensione di Tocqueville per la tirannia della maggioranza e si fa promotore del giusto mezzo tra reazione e rivoluzione, mentre Mazzini è fautore della rivoluzione nazionale; Cavour è convinto liberista, ammiratore di Smith e Ricardo, Mazzini avversa il libero scambismo propugnando uno stato educatore contro la concezione liberale dello stato come male necessario e quindi da limitare solo a compiti di polizia. Cavour è infine convinto che il progresso economico coincida con quello spirituale e morale mentre Mazzini afferma che il progresso spirituale è condizione di quello materiale: con la dottrina del benessere di stampo utilitaristico si formano individui egoisti e materialisti e l’unico principio educatore non può dunque che essere il dovere.

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