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sabato 19 febbraio 2011

Schiller: la totalità interrotta - Etwas über die erste Menschengesellschaft


Il contenuto del Saggio

La prima condizione dell’uomo è segnata dalla felicità e dalla compiutezza. La provvidenza, mirabilmente guidandolo attraverso l’istinto, aveva donato all’uomo uno stato di beatitudine, propiziato dall’intera creazione intorno a lui, che rendeva l’uomo "come una pianta o un animale", compiuto: "dolce e sereno fu dunque l’inizio dell’uomo, e tale doveva essere, se l’uomo doveva fortificarsi per le lotte che lo attendevano"(NA 17, 398). Ma un’altra felicità, di cui egli stesso avrebbe dovuto essere artefice, lo spingeva a uscire dal "paradiso dell’incoscienza e della servitù" per un nuovo "paradiso della conoscenza e della libertà"(NA 17, 399). Il peccato originale, come uscita dall’istinto e primo inizio della ragione e della moralità, può essere senza alcun dubbio chiamato "l’avvenimento più grande e più felice nella storia dell’umanità"(NA 17,399). Si tratta certo di una caduta, perché la beatitudine innocente del primo paradiso è perduta per sempre, così come la perfetta appartenenza alla natura, ma si tratta nel contempo dell’elevamento dell’uomo a essere morale. Il prezzo di ciò è la condizione di lotta e di conflitto che accompagna l’uomo, una lotta "lunga, pesante e che non è ancora oggi venuta meno"(NA 17, 401). Ma è grazie a questa lotta che si forgiano la ragione e la moralità dell’uomo.
All’interno della vita familiare si realizzano alcune delle esperienze tra le più fondamentali dell’uomo. Quella dell’educazione anzitutto, che è in primo luogo trasmissione. Per ciò il primo uomo generato da una coppia umana ha rispetto a questa un vantaggio enorme: "essere allevato da uomini" (NA 17, 401). La seconda fondamentale esperienza è quella dell’amore: dopo l’attrazione che ha legato uomo e donna, nascono altri generi di amore: quello paterno, quello coniugale che rinsalda nella comune dedizione ai figli il rapporto tra due esseri, quello fraterno che si instaura tra i fanciulli. La terza grande esperienza infine è il frutto di questa umanità che cresce. Finora gli uomini non avevano vissuto che nel presente o nel passato, ma dal momento in cui i figli cominciano a crescere e ogni giorno reca loro lo sviluppo di nuove facoltà, anche il futuro si risveglia con le sue promesse di gioia, con l’attenzione al nuovo e il sentimento della speranza.
A partire da queste comuni e originarie esperienze, vengono quindi a costituirsi differenti modi di vita. Contadini e pastori rappresentano le prime differenziazioni sociali di un’umanità che alla coltivazione dei campi e all’allevamento degli animali era stata condotta a imitazione della natura e a soddisfacimento dei propri bisogni primari. Ma la diversa condizione di vita degli uni e degli altri genera nel contadino, sottoposto a un più duro lavoro, l’invidia per il più felice stato del fratello. E’ il primo conflitto con un uomo e esso culmina, come il testo sacro narra in riferimento a Abele, con un assassinio. Da questo cupo inizio e dal disordine stesso regnante nell’organizzazione familiare, ancora strutturata poligamicamente, nasce l’esigenza di un ordine sociale. La consuetudine e la legge devono porre rimedio al disordine; è il disordine stesso a esigerle.
Il matrimonio viene codificato e con esso si istituisce un ordinamento patriarcale. Ma le naturali differenze tra gli uomini e le non identiche condizioni in cui ciascuno è costretto a svolgere il proprio lavoro generano disuguaglianze, e il povero e il debole vengono distinti dal ricco e dal forte.
Con la ricchezza si affaccia anche raffinatezza sempre maggiore, foriera di nuovi vizi e di nuovi conflitti. Le figlie dei servi divengono oggetto delle attenzioni dei padroni e dai loro rapporti nascono figli illegittimi che "ereditarono l’orgoglio del padre, ma non i suoi beni". Essi, "che non appartenevano a nessuno e cui niente apparteneva", incominciano a girare da soli, vivendo di prede. "La fame ne fece dei briganti, il successo del brigantaggio degli avventurieri, e infine perfino degli eroi"(NA 17, 410). Da uno di questi, sazio e potente, venne la prima città stabile. Il disordine ancora una volta portò all’ordine e alla fondazione del primo Stato. Questo si istituì intorno all’uomo più potente che seppe, valendosi della propria capacità e della propria forza, fare propri i vantaggi della lotta contro gli animali selvatici, che era condizione indispensabile per rendere possibile l’insediamento umano. Il fatto che egli fosse in grado di dare protezione fece sì che egli ricevesse, dapprima spontaneamente e poi sotto la minaccia della paura, donativi e privilegi, fino al punto che alla sua potenza non mancò altro che il pubblico e esplicito riconoscimento. Egli divenne allora re e attorno a questo usurpatore si costruì la prima società politica.

Significato e valore del Saggio

Con questa considerazione si chiude il saggio schilleriano. La storia vi appare dominata dal conflitto e dall’intrigo. Ma, come in Kant, un’immanente eterogenesi dei fini assicura il progresso, per quanto faticoso e lento, della civiltà. La compresenza, non esente da tensione, di questi due principi permea non solo l’opera storica, ma anche l’opera poetica di Schiller. E è a causa di essa probabilmente che Hegel vide nel Wallerstein non il tragico, ma l’orribile, il luogo della vittoria della morte sulla vita. La storia è riguardata, senza timore, in tutte le sue nefandezze; e, ciò nonostante, un progredire vi è figurato, di cui garante non è una dialettica immanente o una trascendente provvidenza, ma i risultati conseguiti nel presente. Ripercorrendone le tracce nel passato, si ha ragione di mettere in luce il bene che da tanto male è venuto e di attendere un futuro anche più giusto. Si tratta di principi illuministici, di un illuminismo disincantato e, insieme, qui, ancora fiducioso. Essi, visti a tutto tondo nella costruzione del Wallerstein, dovettero fare paura a Hegel, che non per nulla cercò di garantire in altro modo il progredire della storia. Sono, ancora, principi kantiani, ma spuntati di quel rigore che compare nel filosofo di Königsberg. Lì risolutamente è detto che il progresso della specie e il progresso del singolo divergono, avvenendo l’uno a spese dell’altro. L’eredità di Rousseau, discusso nelle Congetture, si fa in ciò avvertire. Kant riveste dello stesso ambivalente giudizio il peccato originale, che fu "moralmente una caduta e fisicamente una pena" e "per l’individuo una perdita", ma che "fu un guadagno per la natura, la quale non ha di mira che la specie"(Kant, W., 6, 100). Non così Schiller. Se in lui si accorcia la forbice che Kant istituisce tra individuo e specie e se corrispondentemente perde di drammaticità la tensione che vi si instaura, si accentua invece l’ottimismo circa la destinazione dell’uomo. Egli non è chiamato solo alla moralità, ma alla beatitudine (Gluckseligkeit); e se felice è lo stato di innocenza del paradiso originario, non meno felice, o ancora di più, è quell’atto, il peccato originale, che è premessa di quella felicità di cui l’uomo deve farsi artefice. Sia la condizione storica dell’uomo dopo il peccato che lo stato dell’Eden appaiono in questa prospettiva più armonicamente riguardate, come promessa di felicità l’una e attuazione di quella l’altro. Diviene perciò possibile per Schiller guardare indietro a quella primitiva età dell’oro non come a un’illusione elusiva, ma come a una sorta di riserva di felicità a cui tutta l’umanità può attingere nel procedere storico.
E se Kant intende la scoperta del futuro, pur necessaria all’uomo per perseguire la sua ultima destinazione, come "una fonte inesauribile di inquietudini e di preoccupazioni a causa dell’incertezza di questo avvenire, da cui gli animali vanno esenti", Schiller connette il senso del futuro con la promessa gioiosa dei bambini che crescono e premette alla descrizione della società e dei suoi conflitti una fenomenologia dell’amore umano, in nome della quale può infine concludere: "ora è scomparso il pericolo che gli uomini ricadano a imitare gli animali" (NA 17, 403)

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