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domenica 27 marzo 2011

I siciliani che sfidano Cosa nostra

Il potere dell’organizzazione criminale sull’isola è ancora molto forte. Sempre più spesso gli imprenditori si rifiutano di pagare il pizzo e i beni dei boss vengono confiscati.


Fino a poco tempo fa Ernesto Bisanti non avrebbe mai immaginato di poter affrontare Cosa nostra. Nel 1986 Bisanti avviò una fabbrica di mobili a Palermo. Subito dopo l’inizio dell’attività andò a fargli visita uno dei mafiosi del quartiere. L’uomo gli chiese l’equivalente di circa seimila euro all’anno, racconta Bisanti, per non avere problemi: “Le costerà meno che assumere una guardia privata”, disse. Poi aggiunse: “Non mi va di vederla ogni mese, perciò verrò a giugno e dicembre e ogni volta lei mi darà la metà”. Bisanti accettò, come quasi tutti i proprietari di negozi e imprese della città.
L’accordo è durato vent’anni. “A volte si presentava con il figlio”, ricorda Bisanti, “e diceva: ‘Dica a mio figlio che deve studiare, perché è importante’. Eravamo quasi entrati in confidenza”. Bisanti, un uomo ben piazzato di 64 anni, sostiene che la somma non era così onerosa: “Nel loro sistema non è importante quanto paghi. È importante che paghi. È una forma di sottomissione”.
Poi, nel novembre 2007, la polizia ha arrestato Salvatore Lo Piccolo, il capo della mafia di Palermo. In un taccuino in suo possesso c’era un elenco di cento proprietari di negozi e imprese che pagavano il pizzo. Sulla lista c’era anche il nome di Bisanti. La polizia di Palermo ha chiesto al commerciante se voleva testimoniare contro l’estorsore. Fino a poco tempo prima sarebbe stato impensabile: una denuncia avrebbe significato una condanna a morte.
Ma negli ultimi anni le operazioni di polizia e le rivelazioni dei collaboratori di giustizia hanno indebolito la mafia, e un movimento di cittadini chiamato Addiopizzo ha organizzato la resistenza contro il racket dell’estorsione. Bisanti ha deciso di sporgere denuncia, e nel gennaio del 2008 ha testimoniato in un’aula di tribunale di Palermo, contribuendo a far condannare il suo estorsore. Da allora la mafia non ha più importunato Bisanti: “Sanno che li denuncerei di nuovo, e hanno paura”.
Quest’isola assolata è sempre stata un posto di identità conflittuali. C’è la Sicilia romantica, celebrata per i suoi agrumeti profumati, le montagne di granito e le rovine lasciate da una serie di conquistatori. L’acropoli di Selinunte, costruita intorno al 630 aC, e la Valle dei Templi di Agrigento – descritta dal poeta greco Pindaro come “la più bella città dei mortali” – sono considerate tra le vestigia più incantevoli dell’antica Grecia, che governò la Sicilia dall’ottavo al terzo secolo aC. Nel nono secolo dC i conquistatori arabi costruirono palazzi affrescati a Palermo e Catania. Poche chiese sono belle come la cappella Palatina di Palermo, eretta tra il 1130 e il 1140 da re Ruggero II di Sicilia durante la dominazione normanna. Anche le meraviglie naturali abbondano: sul lato orientale dell’isola c’è l’Etna, sotto il quale, secondo la mitologia greca, giace il mostro Tifone, intrappolato e sepolto da Zeus per l’eternità.
Ma la Sicilia è famosa anche per essere il luogo di nascita della mafia, forse l’organizzazione criminale più potente del mondo. Il termine è diventato popolare a partire dagli anni sessanta dell’ottocento, all’epoca dell’unificazione d’Italia. Quando le forze alleate invasero l’isola, durante la seconda guerra mondiale, cercarono l’appoggio dei malavitosi italoamericani di origine siciliana, come Vito Genovese, per assicurarsi il controllo del territorio. Nei decenni successivi Cosa nostra ha costruito rapporti con i politici italiani – tra cui Giulio Andreotti (presidente del consiglio per sette volte, tra il 1972 e il 1992) – e ha accumulato miliardi attraverso il traffico di eroina, l’estorsione, gli appalti pubblici truccati e altre attività illegali. Chi osava parlare era messo a tacere con un’autobomba o una scarica di proiettili. Alcuni dei boss più violenti e potenti dell’organizzazione provenivano da Corleone, una cittadina di collina a sud di Palermo.
Giudici coraggiosi
Poi, negli anni ottanta, i coraggiosi procuratori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino riuscirono a convincere molti affiliati a rompere il giuramento del silenzio e a collaborare con la giustizia. I loro sforzi portarono al maxiprocesso del 1986-1987, che mostrò i legami occulti tra criminali e funzionari pubblici e mandò in carcere più di trecento mafiosi. La mafia reagì. Il 23 maggio del 1992, lungo l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, dei killer fecero saltare in aria l’automobile blindata che trasportava Falcone, 53 anni, e la moglie Francesca Morvillo, magistrata di 46 anni, uccidendoli insieme a tre poliziotti della scorta. Borsellino, 52 anni, fu ucciso meno di due mesi dopo da un’altra bomba, insieme ai suoi cinque uomini di scorta, mentre stava entrando a casa della madre, a Palermo.
Ma quegli omicidi non bloccarono il movimento antimafia, anzi, lo rafforzarono. Nel gennaio del 1993 Salvatore “la Bestia” Riina, il capo di tutti i capi di Cosa nostra, fu catturato vicino alla sua villa di Palermo, dopo vent’anni di latitanza. Fu processato e condannato a dodici ergastoli. Riina fu sostituito da Bernardo “il Trattore” Provenzano, che preferì tenere un basso profilo, riducendo gli atti di violenza, pur continuando ad accumulare denaro con il racket dell’estorsione e gli appalti pubblici. Nell’aprile 2006 le forze dell’ordine lo hanno scovato e arrestato in una misera casa di campagna sulle colline sopra Corleone: era latitante da 43 anni. Anche Provenzano è stato condannato a vari ergastoli. Il suo probabile successore, Matteo Messina Denaro, è latitante dal 1993.
Ancora prima dell’arresto di Provenzano, una rivoluzione silenziosa aveva cominciato a trasformare la Sicilia. Centinaia di imprenditori e commercianti di Palermo e di altre città e paesi siciliani si sono rifiutati di pagare il pizzo. Sindaci, giornalisti e altri funzionari pubblici che un tempo facevano finta di non vedere, hanno cominciato a parlare apertamente contro la mafia. Una legge approvata dal parlamento italiano nel 1996 ha permesso al governo di confiscare i beni dei mafiosi condannati e trasferirli, gratuitamente, a organizzazioni di volontariato.
Negli ultimi anni coo­perative agricole e altre associazioni hanno preso in gestione ville e terreni della mafia, convertendoli in centri di aggregazione, alberghi e fattorie biologiche. “Abbiamo aiutato le persone del posto a cambiare il loro modo di vedere la mafia”, dice Francesco Galante, responsabile della comunicazione di Libera terra, un’organizzazione che oggi controlla quasi ottocento ettari di terreni confiscati, soprattutto intorno a Corleone. Il gruppo ha dato lavoro a cento abitanti del posto, coltivando i campi abbandonati. “Le persone non vedono più la mafia come l’unica istituzione di cui possono fidarsi”, dice Galante.
Boss con la valigetta
Dopo essere atterrato all’aeroporto Falcone-Borsellino, noleggio un’auto e seguo la litoranea verso Palermo, passando per Capaci. Uscendo dall’autostrada, costeggio una lunga serie di fatiscenti condomini in calcestruzzo alla periferia di Palermo. Un orrore costruito negli anni sessanta e settanta da società legate alla mafia. “Questa è l’eredità di Ciancimino”, mi dice il mio traduttore, Andrea Cottone, mentre percorriamo via della Libertà, un tempo un viale elegante, dove i caseggiati hanno circondato le ville del settecento e dell’ottocento. Contratti per miliardi di euro furono assegnati a Cosa nostra dall’assessore ai lavori pubblici Vito Ciancimino, morto agli arresti domiciliari a Roma, nel 2002, dopo una condanna per associazione mafiosa.
Superata una barriera di guardie del corpo all’interno del palazzo di giustizia di Palermo, entro nell’ufficio di Ignazio De Francisci, al secondo piano. Tra il 1985 e il 1989 De Francisci, che oggi ha 58 anni, è stato il vice di Falcone. “Falcone è stato come Cristoforo Colombo. Ha aperto la strada a tutti gli altri”, mi spiega De Francisci. Guardando una foto del magistrato assassinato sulla parete dietro la sua scrivania, si fa silenzioso. “Penso spesso a lui e vorrei che fosse ancora al mio fianco”.
Diciotto anni dopo l’assassinio di Falcone, la pressione sulla mafia non si è allentata. A marzo del 2010 De Francisci ha concluso un’inchiesta che ha portato all’arresto di 26 mafiosi a Palermo e in alcune città degli Stati Uniti, per accuse che vanno dal traffico di droga al riciclaggio di denaro sporco. Poco prima la polizia aveva catturato Giuseppe Liga, un architetto di 60 anni che è uno dei boss più potenti della mafia a Palermo. L’ascesa di Liga illustra la trasformazione della criminalità organizzata. Il potere si è trasferito da killer spietati come Riina e Provenzano a professionisti e personaggi del mondo finanziario che non vengono dalla strada come i loro predecessori e non hanno la loro fame di violenza. De Francisci descrive il movimento Addiopizzo come il simbolo del coraggio mostrato negli ultimi anni dai cittadini.
Al tramonto mi avventuro in viale Strasburgo, un’affollata arteria commerciale dove Addiopizzo ha organizzato una campagna di reclutamento. Una decina di ragazzi sono riuniti sotto un tendone circondato da striscioni che dicono “Possiamo farcela!”. Addiopizzo è nata nel 2004, quando sei amici che volevano aprire un pub – e che avvertivano la debolezza della mafia – hanno affisso in tutta la città dei manifesti che accusavano i siciliani di rinunciare alla loro dignità a favore dell’organizzazione criminale. “La gente diceva: ‘E che è questo?’. Dire a un siciliano che non ha dignità è il peggiore degli insulti”, mi racconta Enrico Colajanni, uno dei fondatori. Oggi il movimento conta più di 46o aderenti; nel 2007 ha dato vita a Libero futuro, la prima associazione antiracket palermitana. I suoi membri hanno testimoniato contro gli estorsori in 27 processi. “È un buon inizio”, dice Colajanni, “ma a Palermo sono ancora migliaia quelli che pagano. Ci vorrà tempo per sviluppare un movimento di massa”.
Secondo uno studio dell’università di Palermo pubblicato nel 2008, circa l’80 per cento delle imprese del capoluogo paga ancora il pizzo, e in Sicilia il racket dell’estorsione frutta alla mafia almeno un miliardo di euro all’anno. Le aggressioni e le minacce a chi si rifiuta di pagare il pizzo continuano: nel 2007 Rodolfo Guajana, un iscritto di Addiopizzo che ha un negozio di ferramenta con un fatturato di milioni di euro, ha ricevuto una bottiglia contenente della benzina e un accendino. Non se ne è preoccupato più di tanto. Quattro mesi dopo il suo magazzino è stato incendiato.
Le famiglie di Partinico
Una mattina vado con il mio traduttore e con Francesco Galante nella valle di Jato, a sud di Palermo, per dare un’occhiata al progetto più recente di Libera terra. Parcheggiamo l’auto lungo una strada di campagna e saliamo per un sentiero fangoso attraverso le colline, con un vento freddo che ci batte in faccia. Sotto, una scacchiera di campi di grano e ceci si estende verso cime frastagliate e spoglie. In lontananza si vede il paese di San Cipirello, con le sue case dai tetti arancioni ammassate intorno a una vistosa cattedrale.
Raggiungiamo filari di vite legati a pali di legno, curati da quattro uomini che indossano tute azzurre con il logo di Libera terra. “Fino a qualche anno fa il vigneto era di proprietà della famiglia mafiosa dei Brusca, ma era stato abbandonato”, dice Galante. Nel 2007 una cooperativa associata a Libera terra ha acquistato da un consorzio di amministrazioni comunali i terreni confiscati, ma faticava a trovare dei lavoratori. “Mettere piede su questa terra, la terra del boss, era un tabù. Ma poi, dopo le prime assunzioni, i lavoratori hanno cominciato ad arrivare”. Galante si aspetta che il vigneto produca 42 tonnellate di uva al suo primo raccolto, sufficienti per trentamila bottiglie di vino rosso da vendere sotto l’etichetta Centopassi (un riferimento a un film su Peppino Impastato, attivista antimafia ucciso da Cosa nostra).
Tra i filari parlo con uno degli operai, Franco Sottile, 52 anni, che viene dalla vicina Corleone. Mi dice che oggi guadagna il 50 per cento in più di quanto prendeva quando lavorava su terreni di proprietà dei boss della mafia. “All’inizio pensavo che potessero esserci dei problemi a lavorare qui”, dice. “Ma ora sappiamo che non c’è niente da temere”.
Avevo sentito dire che la mafia è meno clemente a Partinico, una cittadina di trentamila abitanti a trenta chilometri da Corleone. Ci vado in auto e parcheggio sulla piazza principale, dove vecchi con berretti neri e abiti consunti siedono al sole sulle panchine che circondano una chiesa gotica del cinquecento. Arriva una Fiat scassata e ne esce una figura smilza in abiti eleganti: Pino Maniaci, 57 anni, proprietario e principale giornalista di Telejato, una minuscola emittente di Partinico. Maniaci ha dichiarato guerra alla mafia locale e per questo ha pagato un prezzo molto alto.
L’ex imprenditore ha rilevato l’emittente vicina al fallimento da Rifondazione comunista, nel 1999. “Avevo scommesso con me stesso che potevo salvarla”, mi dice accendendo una sigaretta, mentre dalla piazza percorriamo i vicoli verso il suo studio. All’epoca la città era nel bel mezzo di una guerra tra famiglie mafiose rivali. A differenza di Palermo, la violenza qui non è mai finita: solo negli ultimi due anni sono state uccise otto persone. La posizione chiave della cittadina, tra le province di Trapani e Palermo, ne ha fatto un campo di battaglia continuo. Per due anni Maniaci ha mandato in onda le denunce su una distilleria di proprietà della mafia, che violava i regolamenti antinquinamento della Sicilia e riversava fumi tossici nell’atmosfera. Un giorno si è incatenato al recinto della distilleria per spingere la polizia a chiuderla.
Maniaci ha anche identificato una casa usata da Bernardo Provenzano e dai capi della mafia locale per organizzare omicidi e altri reati. Poi, nel 2006, ha fatto lo scoop della vita, unendosi alle forze di polizia mentre facevano irruzione in una baracca vicino a Corleone e catturavano Provenzano. La mafia ha bruciato l’automobile di Maniaci per due volte e ha minacciato ripetutamente di ucciderlo; nel 2008 un paio di delinquenti lo hanno picchiato fuori dal suo ufficio. Il giorno dopo è andato in onda con la faccia piena di lividi, denunciando gli aggressori. Dopo l’episodio ha rifiutato l’offerta di protezione delle forze dell’ordine, perché questo gli impedirebbe di incontrare le sue “fonti riservate”.
Maniaci mi guida su per una stretta rampa di scale al suo studio al secondo piano. Le pareti sono tappezzate di caricature e ritagli incorniciati delle sue gesta giornalistiche. Si lascia cadere su una sedia vicino a un computer e accende un’altra sigaretta (ne fuma tre pacchetti al giorno). Poi, in vista del suo notiziario quotidiano, comincia a fare una telefonata dietro l’altra. Sta cercando di scoprire chi sono i responsabili dell’incendio delle automobili di due importanti imprenditori locali, bruciate la notte precedente. Telejato, che raggiunge 180mila spettatori in 25 comunità, ha una gestione familiare: la moglie di Maniaci, Patrizia, 44 anni, è la direttrice dell’emittente; i figli Giovanni e Letizia fanno il cameraman e la cronista. “Il mio errore più grande è stato coinvolgere l’intera famiglia”, afferma Maniaci. “Ora sono tutti ossessionati quanto me”.
La speranza di Corleone
L’emittente ha un bilancio ridotto all’osso, con circa quattromila euro al mese di entrate pubblicitarie, che coprono le spese ma non lasciano quasi niente per gli stipendi. “Siamo una fiammella che spera di diventare un grande fuoco”, dice Maniaci, aggiungendo che a volte ha la sensazione di combattere una battaglia persa. Negli ultimi due anni il governo Berlusconi ha introdotto dei provvedimenti che potrebbero indebolire la lotta alla mafia: regole più severe sulle intercettazioni, un condono per chi riporta in patria i capitali depositati all’estero, pagando solo una multa del 5 per cento. “Abbiamo Berlusconi. È questo il nostro problema”, mi dice Maniaci. “Non possiamo distruggere la mafia a causa dei suoi collegamenti con la politica”. Ma non tutti i politici sono legati alla criminalità organizzata.
Il giorno dopo aver parlato con Maniaci, vado a sud di Palermo per incontrare il sindaco di Corleone Antonino Iannazzo, che dopo la sua elezione, nel 2007, si è dato da fare per riabilitare il nome della cittadina. La strada a due corsie scende e risale attraverso la valle di Jato passando vicino a uliveti, fichi d’India e pascoli verde chiaro che si estendono verso affascinanti crinali granitici. Alla fine arrivo nel centro di Corleone. Edifici medievali con le balaustre dei balconi in ferro battuto si affacciano su vicoli che salgono a zig zag lungo un ripido pendio. Due grandi colonne di arenaria svettano su una cittadina di undicimila abitanti. Nella navata centrale di una fatiscente chiesa rinascimentale vicino al centro trovo Iannazzo, un uomo esuberante di 35 anni con la barba rossa e un mozzicone di sigaro in bocca, che sta mostrando alcuni lavori di restauro ai giornalisti e agli imprenditori del posto.
Iannazzo ha adottato un approccio pragmatico verso la mafia. Quando Giuseppe Salvatore Riina, il figlio più giovane del boss, è tornato a Corleone dopo essere uscito di carcere, Iannazzo è andato in tv e ha detto: “Non lo vogliamo qui, non perché abbiamo paura di lui, ma perché non è un buon segnale per i giovani”, mi spiega. “Dopo anni di sforzi per fornire alternative alla mafia, un uomo del genere può distruggere tutto il nostro lavoro”. Poco dopo Riina è tornato in carcere. In ogni caso, aveva “capito che a Corleone non avrebbe più fatto la bella vita”. Ora il principale obiettivo di Iannazzo è trovare un lavoro ai giovani del paese (a Corleone la disoccupazione è al 16 per cento) per “evitare che siano attratti dalla vita mafiosa”.
La villa di Riina
Iannazzo sale in macchina e mi guida attraverso un labirinto di stradine, fino a una casa a schiera di due piani appoggiata sul fianco di una collina. “Qui è nato Bernardo Provenzano”, mi dice. L’amministrazione comunale l’ha confiscata ai Provenzano nel 2005. Lo stesso Iannazzo, allora vicesindaco, contribuì a cacciare i due fratelli di Provenzano. “Presero le loro cose e se ne andarono in silenzio, trasferendosi cinquanta metri più giù”. Iannazzo sta trasformando la casa in un “laboratorio della legalità”: un misto tra un museo, un laboratorio e negozio al dettaglio per cooperative antimafia come Libera terra.
Il sindaco ha perfino partecipato al progetto: le austere ringhiere di ferro fanno pensare alle sbarre del carcere, mentre i fogli di plexiglass sui pavimenti simboleggiano la trasparenza. “Mostreremo l’intera storia della mafia in questa regione”, spiega fermandosi davanti ai resti carbonizzati di un’auto che apparteneva al giornalista Pino Maniaci. Iannazzo ha davanti a sé ancora sfide importanti. In base a una nuova legge approvata dal parlamento italiano a dicembre del 2009, una proprietà confiscata alla mafia deve essere messa all’asta entro novanta giorni se non è stata acquisita da qualche associazione di volontariato. La legge punta a raccogliere denaro per le casse vuote dello stato, ma molti temono che così le proprietà tornino nelle mani della criminalità organizzata.
Novanta giorni sono “un periodo breve”, dice Francesco Galante di Libera terra, spiegando che gruppi come il suo possono aver bisogno anche di otto anni per acquistare i beni confiscati alla mafia. Secondo Galante circa cinquemila proprietà potrebbero tornare nelle mani di Cosa nostra.
Uno dei simboli più potenti dell’oscuro passato dell’isola, l’ex abitazione di Salvatore Riina a Palermo, dove “la Bestia” viveva sotto falso nome insieme alla famiglia prima della cattura, è stata comprata dall’ordine dei giornalisti di Sicilia. L’elegante villa, con un giardino di palme da datteri, sembra la residenza di uno sceneggiatore sulle colline di Hollywood. “In questo posto non incontrava mai nessun mafioso”, mi spiega Franco Nicastro, ex presidente dell’ordine dei giornalisti, spalancando le imposte e permettendo al sole di inondare di luce il soggiorno vuoto. “Era un luogo riservato alla sua famiglia”. Nel 2010 è diventata la sede dell’ordine. Al suo interno c’è una mostra in ricordo degli otto cronisti uccisi dalla mafia tra gli anni sessanta e il 1993. “Riina poteva uccidere i giornalisti, ma il giornalismo non è morto”, dice Nicastro, facendomi strada fino a una piscina vuota e a un patio piastrellato dove il boss preparava i barbecue.
In futuro comprare i beni dei mafiosi potrebbe diventare più difficile. Ma per i siciliani che si sono risvegliati da un lungo incubo imposto dalla mafia non ci saranno marce indietro.
Traduzione di Nazzareno Mataldi.
Internazionale, numero 890, 25 marzo 2011

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