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mercoledì 9 marzo 2011

Nuove difficoltà e nuove soluzioni nel secondo dopoguerra


Il ruolo della seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale costituì una frattura nell’evoluzione dei regimi parlamentari europei. Innanzitutto è da sottolineare che mentre tra il 1914 e il 1918 le istituzioni parlamentari erano state messe in disparte a causa delle ostilità, ma non erano scomparse e in buona parte dei paesi neutrali erano state comunque applicate, tra il 1940 e il 1945 solo la Gran Bretagna si comportò come nel primo caso, la Svezia come nel secondo. L’Europa fascista finisce per rafforzare involontariamente il regime parlamentare: se infatti esso è indifferente a molti prima della guerra, diventa invece ben accetto quando lo si ritrova dopo averlo perduto. Tuttavia talvolta i rancori dei collaborazionisti rafforzeranno le tendenze antiparlamentari in Francia, in Belgio dove contribuirono a esacerbare la rivalità tra fiamminghi e valloni e più ancora in Germania e Italia dove l’interregno era stato più lungo e non fu certo motivo d’orgoglio vedere la democrazia tornare grazie agli avversari vincitori.

I problemi economici e l’intervento statale

I problemi economici e sociali sono un fattore permanente nella crisi del parlamentarismo nel 1914-18 e, soprattutto, nel 1943-45. Fino al 1914 il regime parlamentare aveva condiviso il liberalismo economico; nel ventennio tra le due guerre mondiali la crisi e i progressi del socialismo l’avevano costretto a un certo intervento nella produzione e nella ripartizione dei beni; a partire dal 1940 un ulteriore espandersi si tali fattori finisce per determinare un’azione economica dello Stato molto più profonda e estesa. Parallelamente il ruolo di tecnici e esperti diventa preminente aggravando i difetti del regime già riscontrati nel periodo 1919-1939. Per reazione allo statalismo si attua una seria controffensiva da parte degli imprenditori privati: sull’esempio del sindacalismo operaio essi danno vita a coalizioni di interessi che, ad esclusione della Germania dove la nuova democrazia ne frena lo sviluppo, divengono spesso molto forti, specie in Francia dove la tradizionale debolezza dei partiti di centro e di destra offre un bersaglio all’azione degli interessi privati organizzati: dal 1951 il parlamento è di fatto sotto il loro dominio.

L’isolamento dei partiti comunisti

Il predominio degli interessi privati non sarebbe stato possibile senza l’azione di un altro fattore: l’isolamento dei partiti comunisti e la sterilizzazione politica della sinistra che ne deriva. Si tratta di una situazione tipica di Francia e Italia; altrove, se una spinta comunista si è manifestate nel 1945-46, essa è rimasta molto limitata. In Francia il partito comunista aveva ricevuto il 25% dei suffragi e in Italia aveva superato il 30% nell’immediato dopoguerra senza che ciò influisse sul funzionamento del regime parlamentare. A partire dal 1947, invece, quando i partiti comunisti furono allontanati dal potere e la guerra fredda oppose Est e Ovest, l’importanza dei partiti comunisti francesi e italiani rovesciò in modo fondamentale le strutture del regime parlamentare: in Francia la dialettica politica tra Ordine (destra) e Movimento (sinistra) si spezzo con l’isolamento del partito comunista poiché la vecchia alleanza del Movimento diventava difficile da formare e la sinistra francese era ormai divisa in due dalla guerra fredda; benchè ottenesse spesso la maggioranza, il Movimento riusciva difficilmente a governare contribuendo di fatto allo spostamento verso destra del baricentro parlamentare.
La situazione è particolarmente difficile per i partiti socialisti, che si trovano davanti all’alternativa tra una lotta su due fronti (contro il parlamento e contro i "cugini" comunisti) e un isolamento all’opposizione, una partecipazione a maggioranze di centro che li allontanerebbe dalla base operaia, e un’alleanza con i comunisti con il rischio dell’infiltrazione di attivisti comunisti. In Francia la SFIO oscilla tra le prime due posizioni, in Italia il PSI preferisce la terza a partire almeno dalle elezioni del 1953. L’isolamento dei partiti comunisti e la paralisi della sinistra che ne deriva finisce per favorire gli stessi comunisti poiché il rischio dello sfaldamento dei partiti socialisti sposta verso di loro i voti. Il problema non è del tutto nuovo, ma risale alla imperfetta integrazione delle masse nel regime, esprimendo di fatto il rifiuto dell’istituzione parlamentare da parte di certi settori dell’opinione pubblica. Naturalmente si producono per reazione posizi0oni politiche opposte: in Francia lo spirito democratico ha parzialmente limitato il peso del gollismo, ma in Italia il fascismo rinasce con un certo vigore dopo il 1952; anche in Germania, del resto, benchè il regime parlamentare appaia più forte dopo il 1953 per la schiacciante vittoria democratica, tuttavia l’irredentismo e le rivendicazioni territoriali avrebbero facilmente potuto far risorgere un violento nazionalismo.

I problemi del bipartitismo britannico

A partire dal 1935 il partito liberale era stato praticamente cancellato in Gran Bretagna lasciando spazio al confronto bipartitico tra laburisti e conservatori il che garantì, specie tra il 1945 e il 1951 la formazione di maggioranze omogenee; ma in seguito la divisione dell’opinione pubblica divenne così perfetta da consentire solo uno scarto molto limitato tra i due partiti: conseguentemente la limitata maggioranza parlamentare mise il governo in una posizione debole, in balia di ogni incidente e, inoltre, lo scarto minimo di suffragi, finì spesso per falsare la rappresentanza.

Le soluzioni: i partiti democristiani

Una nuova risposta alla crisi del parlamentarismo attuata nel secondo dopoguerra consiste nella nascita dei partiti democristiani dopo il 1945. Tali partiti assunsero grande importanza in Germania e Italia dove, del resto, la debolezza del regime parlamentare aveva come causa primaria nella disorganizzazione politica della destra e del centro che rendeva la borghesia particolarmente vulnerabile portandola ad appellarsi a un salvatore in caso di crisi. L’esistenza di partiti democratico-cristiani sembrava poter ovviare al problema consentendo inoltre, grazie alla sparizione di gruppuscoli moderati e conservatori, la costituzione di maggioranze omogenee e stabili: sia in Germania che in Italia il partito democristiano ha assunto il ruolo di partito dominante divenendo solido ostacolo al riapparire del fascismo. Inoltre il programma sociale di questi partiti, il tentativo di inglobare la classe operaia e i rapporti con i sindacati danno a questo neo-conservatorismo una certa apertura che attenua l’opposizione tra destra e sinistra conducendo a uno spirito di compromesso necessario per il buon funzionamento del regime parlamentare. Infine, grazie a questi partiti, borghesia e classi medie si sentono integrate nel regime parlamentare come non mai. Certo tutti questi effetti non sono sempre contemporanei o eterni: in Germania l’organizzazione del CDU restò insufficiente in rapporto al suo capo carismatico Adenauer, ponendo dei problemi alla scomparsa di quest’ultimo e in Italia la Democrazia Cristiana non potè impedire il riapparire del fascismo alleato dei monarchici, che la privò della maggioranza assoluta.

Le soluzioni: la limitazione dei voti di sfiducia

I tentativi di limitare nel secondo dopoguerra i voti di sfiducia ai governi sono rimasti piuttosto teorici, anche se frequenti. Già tra il 1919 e il 1939 molte costituzioni prevedevano delle clausole da adempiere per poter rovesciare un governo(firma di un certo numero di deputati, tempo tra la proposta e il voto, necessità di una maggioranza speciale per la sua approvazione) senza tuttavia grande efficacia. La costituzione francese del 1946 ha ripreso tali misure aggiungendone delle altre, senza ottenere tuttavia maggiori risultati. Molto diversa è la costituzione tedesca secondo cui il cancelliere può essere rovesciato solo dopo che il parlamento si sia accordato sul suo successore, il che obbliga l’opposizione a assumere un ruolo costruttivo. Storicamente il provvedimento è giustificato dal timore del riproporsi della situazione di coalizioni di opposizione puramente negative come quelle che avevano sabotato i governi tra il 1919 e il 1933 portando poi alla presa di potere hitleriana, ma tale prassi non è mai stata in realtà applicata.

La solidità dei regimi parlamentari dopo la seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale non ha in definitiva aggravato la crisi del regime parlamentare: tranne che in Francia, anzi, il parlamentarismo appare ovunque più forte rispetto al ventennio tra le due guerre. In Gran Bretagna il ritorno al bipartitismo permette governi omogenei, anche se a maggioranza piuttosto limitata. In Scandinavia la Norvegia ha governi più stabili e forti grazie al partito socialdemocratico, lo stesso vale per la Svezia grazie al ruolo assunto dai socialisti. La Danimarca ha trovato stabilità con il ricorso regolare allo scioglimento dei parlamenti. In Belgio il partito cristiano sociale ha riottenuto nel 1950 la maggioranza assoluta persa da oltre trent’anni. In Germania mai il sistema parlamentare era stato così forte e in Italia i primi anni della repubblica hanno sicuramente rafforzato il regime parlamentare, ma la forza dei comunisti rimase inquietante, così come la rinascita del fascismo: la perdita della maggioranza assoluta da parte della DC nel 1953 fece temere l’aggravarsi della situazione.

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