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sabato 10 novembre 2012

Cercare lavoro nella propria piena consapevolezza

E' ora di guardare in faccia la realtà, unire le nostre forze e affrontare le cose quotidiane. La realtà non dà giustizia al merito e in periodo di crisi si sente di più, si amplifica di più. 
L'antropologo Marc Augé scriveva così su “LaRepubblica”: “la crisi attuale non è semplicemente finanziaria. Né semplicemente economica, politica o sociale. È al tempo stesso una crisi di coscienza planetaria, del rapporto sociale e dei fini. La crisi di coscienza planetaria riguarda il nostro posto nell'universo”.
Il mercato del lavoro costringe molte persone, soprattutto i giovani e donne, a condizioni di incertezza, impedendo loro di formare una famiglia e alle famiglie di crescere i figli.
In Italia c'è una vera rivoluzione del lavoro. L'obiettivo è di avvicinarsi alla maggior parte dei Paesi europei, che mettono al centro la flessibilità del lavoro. Ciò significa che non sono molte le certezze su come e quanto a lungo si potrà mantenere lo stesso posto. Quando però capiterà, per la flessibilità, di lasciare il posto, il sistema dovrebbe garantire per tutta la vita di essere accuditi non attraverso la cassa integrazione (che dura al massimo cinquantadue settimane in un biennio e non prevede corsi di riqualificazione), ma attraverso strumenti di tutela, formazione e sostegni economici adeguati.
Ora il Parlamento, i sindacati ed economisti dibattono soprattutto su tre punti fondamentali:

L'ingresso facilitato nel mondo del lavoro come primo punto. Per centralizzare il mondo del lavoro si pensa a un contratto unico, dalla prima assunzione, con tutele progressive. All'inizio si sarebbe licenziabili, ma con stipendi più alti di quelli attuali e con indennità in caso di licenziamento. Esclusivamente sostanziosi gli incentivi alle aziende che assumono giovani neo-diplomati o neo-laureati.
L'apprendistato triennale come secondo punto. Dove il primo contratto potrebbe essere un apprendistato triennale, al termine del quale l'azienda sarebbe incentivata dalla normativa a confermare.
Il licenziamento “silenzioso” come terzo punto. Dove il sistema prevede che chi viene licenziato riscuote dapprima una buona indennità e poi un sussidio accettabile e decoroso fino a quando non riceve un nuovo lavoro, a patto che frequenti corsi di riqualificazione professionale.
In molti casi si parla molto di modello danese. Esso rende più fluido il passaggio da un lavoro all'altro, e prevede che si debbano pagare con mezzi dignitosi coloro che hanno perso il posto di lavoro. In altre parole non si ha la certezza di mantenere il proprio lavoro per sempre, ma si può essere certi che, una volta fuori, si avranno formazione e sussistenza adeguate fino alla conquista di una nuova occupazione. In Danimarca un disoccupato riceve un assegno del 75-80%, fino a un tetto di circa 2 mila euro mensili. La prestazione copre i lavoratori tra i 18 e i 63 anni e dura da uno a 3 anni. Ogni anno un terzo dei danesi cambia lavoro senza troppi traumi. E' un sistema applicabile all'Italia? A come stanno le cose credo sia difficile. La Danimarca e altri Paesi che adottano questa linea hanno la pressione fiscale più alta d'Europa. In Italia dove il fisco è già ai massimi livelli, è difficile replicare questa soluzione, questo sistema di ripartizione.
Qual'è la strada da seguire allora per risolvere il problema della disoccupazione giovanile? I giovani snobbano occasioni di lavoro umili che fanno solo gli extracomunitari? Siamo “Choosy”? Bisogna rimanere a casa fino a quando arriva il lavoro giusto? È l'uomo che dà dignità al lavoro o è viceversa? I nostri genitori lavorano a tempo pieno e noi giovani facciamo i perenni precari. La nostra tensione, le nostre frustazioni arrivano ancora sulle spalle di coloro i quali ci hanno mantenuto e si prolungano anche dopo, ancora dopo la laurea, la specialistica, i master, i corsi di perfezionamento, i dottorati di ricerca, i lavori saltuari, i lavori temporanei e chi più ne ha più ne metta.
E quando finirà mai allora questa situazione? In un clima davvero pesante che si respira tra noi colleghi e giovani è per certi versi surreale e delirante. Molti capi di governo, primi ministri, presidenti e molti banchieri parlano infatti di una fine imminente della crisi e della prossima immancabile ripresa. Si parla di accellerazione della desertificazione di ogni cultura, dell'appiattimento di ogni speranza, dell'incenerimento di ogni fiducia, della deturpazione di ogni bellezza, e dell'insulto permanente ad ogni verità?
Vogliamo ancora essere guidati dagli stessi? Che hanno guidato l'operato politico ed economico del nostro territorio? Dobbiamo dircelo con chiarezza, non riguarda solamente gli attori politici e/o banchieri, manager e speculatori. Dobbiamo ricordarlo anche ai giornalisti, ai professori universitari, intellettuali, scrittori, registi, editori, artisti, i quali in questi ultimi anni hanno lucrato le loro povere carriere tradendo ogni giorno il loro compito di fare “watchdog”, termine utilizzato per indicare il giornalismo che fa da “cane da guardia” del potere. Così da compiacere, divagando, e chiaccherando a vuoto una permanente decrescita. Sarà forse colpa dei Maya?
A parte l'ironia che ogni tanto deve starci, mi riferisco ai Maya, noi dobbiamo renderci conto che per uscire da questa catena di boomerang mediatici “rigorosi e disastrosi” che non fa altro che alimentare il fuoco, bisogna cambiare ed entrare in una nuova mentalità. Il nuovo, inteso nei termini di risoluzione delle problematiche europee, e poi dell'intero mondo oramai globalizzato, lo si deve fare in modo del tutto inedito. Di che cosa vi sto parlando? Parlo del “sconvolgimento” culturale, che è per sua natura intrinsicamente mentale e intellettuale. Questo richiede una profonda flessione della nostra coscienza, e quindi della nostra capacità di progettare il mondo, e di ripensare al contempo la natura dell'uomo.
Per cui dobbiamo “ripensarCi”, ripensare noi stessi, rieducarci mentalmente, esercitarci con umiltà e con perseveranza a capire e ancor più a sentire che siamo tutti uniti e interdipendenti, siamo una rete, come lo è internet per la condivisione delle informazioni. In altre parole il nostro bene non è mai disgiungibile dal bene degli altri e dell'intero creato: questo è l'unica direzione verso un nuovo inizio, l'unica fondazione teorica ed esistenziale seria per una possibile nuova economia planetaria.
Quindi dobbiamo di conseguenza introdurre questa nuova consapevolezza, dentro le nostre idee programmatiche e dentro le nostre idee progettuali politiche che seguiranno immancabilmente i prossimi anni. 

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