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martedì 16 maggio 2017

Come riorganizzare le periferie urbane?

Nelle periferie degradate dei paesi e delle città non sembra per niente smorzato il problema della questione sociale. Per questione sociale intendo riferirmi all'estensione dalle disparità sociali. Molto spesso, come accade anche in altre città europee, le aree di esclusione sociale combaciano con i quartieri di edilizia residenziale pubblica.

… “Le città svolgono un ruolo fondamentale nell'attuazione delle politiche dell'UE, compresa la strategia Europa 2020. L'attuale processo di elaborazione delle politiche a livello nazionale e dell'UE non sfrutta sempre pienamente le competenze disponibili a livello di città o non riconosce il ruolo fondamentale che le amministrazioni locali potrebbero rivestire in vista del conseguimento degli obiettivi fissati ad altri livelli di governance.”...

Prima di ogni altra cosa, la causa del degrado è riconducibile alla “spending review” locale, la quale ha indebolito il benessere sociale, ricreando una situazione difficile di gestione amministrativa. I tagli onnicomprensivi passano dai progetti a sfondo culturale, a quelli di riordino degli immigrati richiedenti asilo politico e a quelle spese di fattispecie ordinaria necessarie. Il rischio di scarsa integrazione con strategie più ampie, demoliscono la rispondenza ai processi di sviluppo sul territorio locale.  

Rinnovare le situazioni di ordine sociale non è una questione di poco conto. Visto che ancora oggi, sulla continua stagnazione della crisi del 2008, sembra essersi affievolita parte dell’aggregazione sociale, intrinseca nella cultura familiare italiana. Oggigiorno conformazioni varie di povertà distribuita, vedi caso della zona di Bolognina o San Donato a Bologna,  o i quartieri Spagnoli o Scampia a Napoli, oltrepassano zone limitrofe al vivere civile. Oltremodo in alcune zone della città si enunciano chiare forme di isolamento sociale. Un esempio sono i campi di accoglienza degli immigrati in Sicilia o svariati campi rom limitrofe nella capitale romana.

Far ripartire le periferie, nel loro nuovo contesto urbano, porta a ridefinire ciò che da anni si è cercato di valicare solo a parole. Questa ultima nota di pessimismo è accentuata dai molteplici fallimenti delle precedenti amministrazioni politiche che hanno dimenticato questa questione importante che ricade tassativamente nella nuova luna dell’ “estensione metropolitana”. 
Il concetto principale, che sta alla base della rinascita della periferia, accentua ancor di più l’urgenza dei problemi sociali di circostanza da affrontare. Il soggetto principale che ricopre un ruolo fondamentale in questa “edificazione sociale” è rappresentata dall’Unione europea.

A luglio del 2014 la Commissione europea si è espressa con una “La dimensione urbana delle politiche dell’UE – elementi fondanti di una agenda urbana UE”.

La compattezza sociale diviene proposito chiave della politica urbana dell’Unione Europea.
Come viene riportato sul documento… “La creazione di reti di contatti e gli scambi tra città continueranno ad essere promossi dal programma URBACT di prossima generazione. Lo sviluppo urbano, comunque, non è promosso soltanto dalla politica regionale dell'UE e dai Fondi strutturali. Un numero crescente di politiche settoriali dell'UE è incentrato esplicitamente sulle zone urbane: politica dell'energia, della società dell'informazione, dell'ambiente, dell'istruzione e della cultura, dei trasporti…”

Con il tempo ci si è scordati nella sua essenza della rielaborazione della politica civica urbana. E i progetti di riqualificazione urbana oggigiorno non sono così forti e concreti a sostegno della questione sociale. Nondimeno l’assenza di un’agenda comune nazionale sulle questioni urbane hanno prodotto in Italia generalmente un ammontare di singoli casi che stentano tra di loro a risolvere i casi. Non c’era e forse non c’è una vera visione di lungo periodo.
Qui si vuole sottolineare la divergenza che ha contribuito a diffondere disagio, e in alcuni casi questo disagio si è trasformato anche in qualcos’altro di più pericoloso e grave. Escludendo dal discorso ogni malumore civico verso gruppi etnici sul territorio.

In ogni modo un elemento di definizione e di sostegno nel margine dell’intervento istituzionale l'ha posto la presidenza del consiglio dei ministri che ha stipulato l’anno scorso il  “Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle cittàmetropolitane e dei comuni capoluogo di provincia” con le seguenti risposte alle domande poco chiare che erano saltate fuori dal bando in questione. Sottolineo che non c’è stato un’efficiente presenza delle amministrazioni, con lo scopo di facilitare il pensiero politico su un progetto urbano dell'Unione Europea. Comunque qualcosa per iscritto esiste ma siamo ben lontani.

La scarsa partecipazione, a mio avviso, non ha permesso dei grandi passi avanti. Bisognerebbe riconfigurare i frame mancanti per accelerare la ricerca di punti fissi, di punti sicuri da cui ripartire.

E probabilmente seguendo i passi della Commissione Europea… “Un'agenda urbana UE potrebbe permettere di conseguire numerosi obiettivi. Potrebbe servire ad accrescere la qualità, l'efficienza e l'efficacia delle politiche grazie a un miglior coordinamento delle politiche, dei soggetti e dei livelli di governance e a una migliore comprensione dei contesti di sviluppo urbano in sede di concezione e di attuazione delle politiche. Potrebbe accrescere l'impegno e il senso di partecipazione delle città nel processo di definizione e di realizzazione delle politiche a livello nazionale e dell'UE. Potrebbe rafforzare la capacità delle città di promuovere transizioni e cambiamenti strutturali al fine di garantire economie urbane sostenibili e uno sviluppo sostenibile sotto il profilo territoriale, ambientale e sociale delle zone urbane”

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