I conti pubblici sono sotto controllo e il paese è stabile, ma l'economia è stagnante, in una trappola di bassa produttività, bassa tecnologia e bassi salari. È un problema noto. Tra il 1995 e il 2024 l'incremento medio annuo della produttività del lavoro è stato dello 0,2% contro l'1,2% nell'Unione europea a 27, l'1% della Germania e lo 0,8% della Francia. E se consideriamo gli ultimi due anni, è addirittura calata dello 0,9%. La produttività è il cuore della crescita economica di un paese, della sua capacità di generare risorse e ricchezza per i suoi cittadini. Questo quadro piuttosto desolante ce lo fornisce il Rapporto annuale preparato dal Comitato nazionale produttività, istituito presso il Cnel, per la prima volta attuando una Raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea del 2016 che riguarda tutti i paesi membri. È un rapporto coraggioso e pieno di spunti utili, presentato a Torino al Collegio Carlo Alberto dal coordinatore del lavoro, Carlo Altomonte. Il paese dà apparentemente segnali di buona salute: negli ultimi anni l'occupazione è cresciuta più della media europea e le ore lavorate sono aumentate in media dell'1,2% all'anno tra il 2019 e il 2024. Il lavoro è fondamentale, ma sono lavori poveri. Se nello stesso periodo la produttività cala (-0,1%) questo significa che ogni nuova ora lavorata produce meno di quelle precedenti. Dipende da dove è la nuova occupazione, soprattutto concentrata in settori come le costruzioni, il turismo, la ristorazione, attività a bassa produttività. E da altri due elementi di carattere generale. Primo, gli investimenti in capitale. Secondo, quanto l'uso del capitale e di altri fattori produttivi sia in grado di generare produzione aggiuntiva. Sia l'uno che l'altro tra il 1995 e il 2024 hanno contribuito poco o nulla alla nostra economia. Il che, in sintesi, significa che non sono stati fatti investimenti adeguati, né in beni tangibili come macchinari, né in beni intangibili, come la ricerca e sviluppo, il digitale e la tecnologia. Ma un paese che ha bassa produttività e investe poco, è anche un paese che non è in grado di pagare bene i suoi lavoratori, ed ecco, di conseguenza, l'annoso problema dei bassi salari. Ad inizio 2025 le remunerazioni reali erano inferiori al 2021. Insomma, è il quadro di un'economia che si è strutturalmente impoverita allontanandosi dalla frontiera tecnologica e dalle attività ad alto valoro aggiunto, dove nei processi produttivi il capitale e la tecnologia sono stati gradualmente sostituiti da lavoro a basso salario e poco efficiente. Naturalmente queste sono dinamiche medie. L'economia del paese ha una grandissima eterogeneità sia a livello di impresa che a livello di territori. Non si spiegherebbe altrimenti la dinamica delle nostre esportazioni manifatturiere e il forte avanzo della nostra bilancia commerciale. Ci sono, come è ben noto, imprese leader, molto efficienti e tecnologicamente avanzate che contribuiscono a gran parte degli nostri scambi con l'estero. E territori, soprattutto al Nord, che concentrano attività ad alto valore aggiunto, con una trasmissione di tecnologie e pratiche manageriali alla frontiera tra gruppi di imprese. Purtroppo, però, queste eccellenze non riescono davvero a trascinare verso l'alto il resto del sistema produttivo che rimane fragile, soprattutto nel Mezzogiorno. Le ragioni di questo passo lento sono antiche e da anni le ricette per accelerarlo sono sul tavolo e se ne continua a discutere. Non sono ricette semplici e riguardano ambiti molto diversi della nostra economia e della nostra società. Dall'istruzione alla crescita delle imprese, dall'occupazione femminile alla fiscalità sul lavoro, dagli investimenti in tecnologia ai mercati dei capitali. Ma proprio per la complessità del problema, il governo non dovrebbe ignorarlo né crogiolarsi in un tutto bene Madama la Marchesa e dotarsi invece di una strategia a tutto campo per rilanciare crescita e produttività.
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