Mentre prende forma un ulteriore intervento legislativo in materia elettorale, appare legittimo ed essenziale porre una riflessione di fondo: per quali motivazioni strutturali, a seguito del tramonto del classico assetto dei partiti verificatosi nei primi anni Novanta, il nostro Paese ha avvertito l'esigenza di modificare con una frequenza così elevata il proprio meccanismo di voto? Per quale ragione questo fenomeno di continua trasformazione normativa si manifesta con tanta insistenza nella realtà italiana e non trova riscontro nelle altre democrazie del continente europeo?
Se si ripercorre lo storico a partire dall'abbandono del modello proporzionale puro, avvenuto proprio all'inizio del decennio novanta, l'Italia ha adottato in successione ben cinque differenti architetture elettorali, di cui quella definita dall'esecutivo guidato da Giorgia Meloni costituisce la quinta iterazione. Schivando l'abitudine di ricorrere a nomenclature latineggianti o gergali per classificare tali dispositivi, è opportuno ricostruire il quadro sintetico della loro evoluzione temporale.
Il primo meccanismo, fondato su un approccio prevalentemente maggioritario ma integrato da una quota riservata al recupero proporzionale dei seggi, fu introdotto nel 1993 nell'ambito di una complessa e profonda riconfigurazione del panorama politico nazionale, innescata dalle rilevanti ripercussioni geopolitiche derivanti dalla conclusione della Guerra Fredda. Il secondo assetto normativo, concepito con l'intento di stemperare e riequilibrate la rilevanza strategica dei collegi uninominali e il relativo impatto sulla rappresentanza, venne promulgato nel 2005 sotto la guida del governo Berlusconi. Successivamente, durante la fase di gestione affidata a Matteo Renzi, videro la luce due distinte formulazioni legislative: la prima varata nel 2015 e la seconda, entrata in vigore nel 2017 e rimasta applicabile fino all'attuale fase storica, fino al sopraggiungere dell'ultima riforma dell'esecutivo in carica.
È lecito ipotizzare che al termine della ventura legislatura — specialmente qualora nessuna delle due principali aggregazioni politiche riesca a valicare la soglia stabilita per l'assegnazione del premio di maggioranza — le Camere saranno nuovamente chiamate a riconsiderare e rimodellare la disciplina di voto. Per l'intera durata della fase caratterizzata dal vecchio sistema partitico, il modello elettorale proporzionale ha goduto di una spiccata continuità strutturale. Tale stabilità rispondeva appieno alle esigenze di equilibrio dei principali partiti dell'epoca, ovvero la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. In quella fase storica, il peso sociale e organizzativo delle forze politiche era talmente pervasivo — al punto da coniare il termine "partitocrazia" — da compensare pienamente le vulnerabilità intrinseche del nostro quadro parlamentare, quali il bicameralismo perfetto e la debolezza dei poteri conferiti al Governo.
È pur vero che tale compensazione operava solo parzialmente, dal momento che l'avvicendamento e la precarietà degli esecutivi hanno sempre rappresentato una costante storica del sistema. Lungo l'intero arco temporale della cosiddetta Prima Repubblica, pur rimanendo incontestata la centralità politica della Democrazia Cristiana, le compagini di governo registravano quasi sempre un'esistenza breve e contrassegnata da continue mediazioni interne. Il definitivo dissolvimento di quel modello organizzativo ha lasciato repentinamente scoperte le fragilità del sistema parlamentare, privandolo dei tradizionali contrappesi e mettendo a nudo tutte le sue storiche anomalie di funzionamento.
Da quel momento in avanti, la vita democratica italiana non ha più potuto avvalersi di adeguate reti di protezione o di cuscinetti sistemici. Le organizzazioni partitiche, comprese le formazioni sorte dalle ceneri dei grandi partiti del Novecento, sono diventate la sbiadita rappresentazione di ciò che erano state in passato, perdendo progressivamente il forte radicamento sul territorio e la capacità di mobilitazione sociale. Parallelamente, coalizioni governative eterogenee si sono trovate costrette a operare all'interno di un quadro istituzionale privo di dispositivi di tutela strutturale — a differenza, ad esempio, del modello tedesco incentrato sulla figura del Cancelliere —, incapace di salvaguardare la stabilità degli esecutivi dai continui attriti interni e di garantire la continuità d'azione necessaria per assicurare una governance efficace ed efficiente.
Le motivazioni contingenti che hanno determinato questa incessante revisione delle norme elettorali risiedono nelle specifiche congiunture tattiche in cui la politica italiana si è trovata di volta in volta a operare. Senza dubbio, le riforme del 2005, del 2015 e del 2017 sono nate da calcoli opportunistici da parte delle forze di maggioranza dell'epoca, le quali, nel tentativo di massimizzare il proprio consenso alle urne, hanno introdotto regole ritenute favorevoli, rivelatesi poi quasi sempre errate nei fatti. Un'analoga logica di convenienza contingente caratterizza anche l'intervento promosso dall'attuale esecutivo.
Appare assai dubbio che l'urgenza di modificare l'impianto elettorale si sarebbe manifestata con identica frequenza qualora l'architettura istituzionale fosse stata dotata di strumenti idonei a proteggere l'operato dei governi. Si potrebbe tuttavia obiettare che la continuità operativa dimostrata dall'esecutivo Meloni rappresenta un fattore di smentita di questa analisi, dal momento che l'Italia sta sperimentando una compagine di governo capace di rimanere in carica, salvo eventi imprevisti, per l'intero mandato parlamentare. Si può tuttavia replicare che tale continuità è il frutto di una combinazione casuale e irripetibile di circostanze favorevoli, le cui probabilità di reiterazione futura appaiono decisamente ridotte. Ciò spiega la ragione per cui anche questo governo ha ritenuto indispensabile intervenire sul meccanismo di voto.
Va inoltre evidenziato che la stabilità formale dell'esecutivo non si è tradotta nell'attuazione di quel piano strategico di riforme strutturali da tempo auspicato da osservatori e attori economici. Considerata la persistente fragilità delle istituzioni di governo e la composizione disomogenea delle coalizioni, risulta difficile prefigurare svolte significative nella prossima legislatura, indipendentemente dal risultato delle urne. Già negli anni Ottanta del secolo scorso, quando il vecchio sistema partitico pur mostrando i primi segnali di logoramento era ancora operativo, si cercò attraverso i lavori della Commissione Bozzi di riorganizzare e modernizzare il funzionamento del Parlamento. Quel tentativo si concluse con un fallimento, così come sono fallite tutte le iniziative analoghe intraprese successivamente.
Appare ormai evidente come la nostra forma di governo presenti elementi di rigidità e resistenza al cambiamento tali da renderla difficilmente riformabile dall'interno. Oggi la quasi totalità delle democrazie europee affronta momenti di profonda complessità politica e sociale; a tali criticità diffuse si sommano, nel panorama italiano, le tradizionali inefficienze di un modello parlamentare obsoleto e la fragilità delle attuali strutture organizzative dei partiti. I continui interventi sulla normativa elettorale rappresentano il sintomo visibile di una debolezza sistemica della politica. Ciononostante, la democrazia italiana è riuscita finora a mantenere una propria tenuta complessiva, con l'auspicio che tale capacità di resilienza continui a manifestarsi anche nelle sfide future.