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lunedì 12 ottobre 2026

Riforme elettorali, instabilità istituzionale e gestione della governance: perché cambiamo le regole del gioco?

Mentre prende forma un ulteriore intervento legislativo in materia elettorale, appare legittimo ed essenziale porre una riflessione di fondo: per quali motivazioni strutturali, a seguito del tramonto del classico assetto dei partiti verificatosi nei primi anni Novanta, il nostro Paese ha avvertito l'esigenza di modificare con una frequenza così elevata il proprio meccanismo di voto? Per quale ragione questo fenomeno di continua trasformazione normativa si manifesta con tanta insistenza nella realtà italiana e non trova riscontro nelle altre democrazie del continente europeo?

Se si ripercorre lo storico a partire dall'abbandono del modello proporzionale puro, avvenuto proprio all'inizio del decennio novanta, l'Italia ha adottato in successione ben cinque differenti architetture elettorali, di cui quella definita dall'esecutivo guidato da Giorgia Meloni costituisce la quinta iterazione. Schivando l'abitudine di ricorrere a nomenclature latineggianti o gergali per classificare tali dispositivi, è opportuno ricostruire il quadro sintetico della loro evoluzione temporale.


Il primo meccanismo, fondato su un approccio prevalentemente maggioritario ma integrato da una quota riservata al recupero proporzionale dei seggi, fu introdotto nel 1993 nell'ambito di una complessa e profonda riconfigurazione del panorama politico nazionale, innescata dalle rilevanti ripercussioni geopolitiche derivanti dalla conclusione della Guerra Fredda. Il secondo assetto normativo, concepito con l'intento di stemperare e riequilibrate la rilevanza strategica dei collegi uninominali e il relativo impatto sulla rappresentanza, venne promulgato nel 2005 sotto la guida del governo Berlusconi. Successivamente, durante la fase di gestione affidata a Matteo Renzi, videro la luce due distinte formulazioni legislative: la prima varata nel 2015 e la seconda, entrata in vigore nel 2017 e rimasta applicabile fino all'attuale fase storica, fino al sopraggiungere dell'ultima riforma dell'esecutivo in carica.

È lecito ipotizzare che al termine della ventura legislatura — specialmente qualora nessuna delle due principali aggregazioni politiche riesca a valicare la soglia stabilita per l'assegnazione del premio di maggioranza — le Camere saranno nuovamente chiamate a riconsiderare e rimodellare la disciplina di voto. Per l'intera durata della fase caratterizzata dal vecchio sistema partitico, il modello elettorale proporzionale ha goduto di una spiccata continuità strutturale. Tale stabilità rispondeva appieno alle esigenze di equilibrio dei principali partiti dell'epoca, ovvero la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. In quella fase storica, il peso sociale e organizzativo delle forze politiche era talmente pervasivo — al punto da coniare il termine "partitocrazia" — da compensare pienamente le vulnerabilità intrinseche del nostro quadro parlamentare, quali il bicameralismo perfetto e la debolezza dei poteri conferiti al Governo.

È pur vero che tale compensazione operava solo parzialmente, dal momento che l'avvicendamento e la precarietà degli esecutivi hanno sempre rappresentato una costante storica del sistema. Lungo l'intero arco temporale della cosiddetta Prima Repubblica, pur rimanendo incontestata la centralità politica della Democrazia Cristiana, le compagini di governo registravano quasi sempre un'esistenza breve e contrassegnata da continue mediazioni interne. Il definitivo dissolvimento di quel modello organizzativo ha lasciato repentinamente scoperte le fragilità del sistema parlamentare, privandolo dei tradizionali contrappesi e mettendo a nudo tutte le sue storiche anomalie di funzionamento.

Da quel momento in avanti, la vita democratica italiana non ha più potuto avvalersi di adeguate reti di protezione o di cuscinetti sistemici. Le organizzazioni partitiche, comprese le formazioni sorte dalle ceneri dei grandi partiti del Novecento, sono diventate la sbiadita rappresentazione di ciò che erano state in passato, perdendo progressivamente il forte radicamento sul territorio e la capacità di mobilitazione sociale. Parallelamente, coalizioni governative eterogenee si sono trovate costrette a operare all'interno di un quadro istituzionale privo di dispositivi di tutela strutturale — a differenza, ad esempio, del modello tedesco incentrato sulla figura del Cancelliere —, incapace di salvaguardare la stabilità degli esecutivi dai continui attriti interni e di garantire la continuità d'azione necessaria per assicurare una governance efficace ed efficiente.

Le motivazioni contingenti che hanno determinato questa incessante revisione delle norme elettorali risiedono nelle specifiche congiunture tattiche in cui la politica italiana si è trovata di volta in volta a operare. Senza dubbio, le riforme del 2005, del 2015 e del 2017 sono nate da calcoli opportunistici da parte delle forze di maggioranza dell'epoca, le quali, nel tentativo di massimizzare il proprio consenso alle urne, hanno introdotto regole ritenute favorevoli, rivelatesi poi quasi sempre errate nei fatti. Un'analoga logica di convenienza contingente caratterizza anche l'intervento promosso dall'attuale esecutivo.

Appare assai dubbio che l'urgenza di modificare l'impianto elettorale si sarebbe manifestata con identica frequenza qualora l'architettura istituzionale fosse stata dotata di strumenti idonei a proteggere l'operato dei governi. Si potrebbe tuttavia obiettare che la continuità operativa dimostrata dall'esecutivo Meloni rappresenta un fattore di smentita di questa analisi, dal momento che l'Italia sta sperimentando una compagine di governo capace di rimanere in carica, salvo eventi imprevisti, per l'intero mandato parlamentare. Si può tuttavia replicare che tale continuità è il frutto di una combinazione casuale e irripetibile di circostanze favorevoli, le cui probabilità di reiterazione futura appaiono decisamente ridotte. Ciò spiega la ragione per cui anche questo governo ha ritenuto indispensabile intervenire sul meccanismo di voto.

Va inoltre evidenziato che la stabilità formale dell'esecutivo non si è tradotta nell'attuazione di quel piano strategico di riforme strutturali da tempo auspicato da osservatori e attori economici. Considerata la persistente fragilità delle istituzioni di governo e la composizione disomogenea delle coalizioni, risulta difficile prefigurare svolte significative nella prossima legislatura, indipendentemente dal risultato delle urne. Già negli anni Ottanta del secolo scorso, quando il vecchio sistema partitico pur mostrando i primi segnali di logoramento era ancora operativo, si cercò attraverso i lavori della Commissione Bozzi di riorganizzare e modernizzare il funzionamento del Parlamento. Quel tentativo si concluse con un fallimento, così come sono fallite tutte le iniziative analoghe intraprese successivamente.

Appare ormai evidente come la nostra forma di governo presenti elementi di rigidità e resistenza al cambiamento tali da renderla difficilmente riformabile dall'interno. Oggi la quasi totalità delle democrazie europee affronta momenti di profonda complessità politica e sociale; a tali criticità diffuse si sommano, nel panorama italiano, le tradizionali inefficienze di un modello parlamentare obsoleto e la fragilità delle attuali strutture organizzative dei partiti. I continui interventi sulla normativa elettorale rappresentano il sintomo visibile di una debolezza sistemica della politica. Ciononostante, la democrazia italiana è riuscita finora a mantenere una propria tenuta complessiva, con l'auspicio che tale capacità di resilienza continui a manifestarsi anche nelle sfide future.

venerdì 9 ottobre 2026

La "nuova" legge elettorale Melonellum

La nuova legge elettorale italiana (spesso indicata nel dibattito pubblico come "Stabilicum" o "Melonellum") è stata approvata in via definitiva dal Parlamento. La riforma archivia il precedente Rosatellum e ridisegna le regole per eleggere Camera e Senato.


Ecco come funziona in 10 punti chiave:

  1. Impianto di base proporzionale

    La legge abbandona il sistema misto (maggioritario-proporzionale) del passato per adottare un sistema prevalentemente proporzionale: i seggi in Parlamento vengono cioè assegnati ai partiti e alle coalizioni in proporzione ai voti reali ottenuti a livello nazionale e circoscrizionale.

  2. Il premio di governabilità

    Per assicurare una maggioranza solida ed evitare stalli istituzionali, la norma prevede un premio di maggioranza (o "di governabilità"). Se una coalizione o una singola lista raggiunge almeno il 42% dei voti validi sia alla Camera che al Senato, scatta l'assegnazione di un bonus di seggi: 70 deputati e 35 senatori in più.

  3. Niente ballottaggio

    Nel corso dell'iter parlamentare è stato eliminato il turno di ballottaggio (inizialmente previsto tra le due forze più votate). Di conseguenza, se nessuna coalizione o lista supera la soglia del 42%, non viene assegnato alcun premio e i seggi vengono distribuiti in modo puramente proporzionale.

  4. Il tetto massimo di seggi ("Antitrust" parlamentare)

    Per preservare le soglie di maggioranza qualificata (necessarie ad esempio per le riforme costituzionali o l'elezione del Capo dello Stato) e bilanciare il premio, la legge stabilisce un limite massimo. La coalizione vincitrice non potrà comunque superare i 220 deputati e i 113 senatori.

  5. Soglia di sbarramento al 3%

    Per accedere alla ripartizione dei seggi, i singoli partiti devono superare la soglia minima del 3% dei voti a livello nazionale.

  6. Il meccanismo di "ripescaggio" per le coalizioni

    Le coalizioni devono invece raggiungere almeno il 10% dei voti. All'interno delle coalizioni che superano questa soglia, partecipa al ripartizione dei seggi anche la migliore tra le liste alleate che non è riuscita a toccare il 3% individuale.

  7. Voto di preferenza e capilista bloccati

    La scheda adotta un modello ibrido: i capilista circoscrizionali sono bloccati (scelti direttamente dai partiti), ma per gli altri candidati è possibile esprimere delle preferenze. Sotto al simbolo del partito l'elettore trova una serie di nomi stampati e può esprimere fino a tre preferenze.

  8. L'indicazione del candidato premier

    Sia i partiti singoli che le coalizioni hanno l'obbligo di indicare formalmente, prima del voto, il nome della persona da proporre come Presidente del Consiglio al Capo dello Stato. Tale nominativo non compare direttamente sulle schede elettorali.

  9. Voto fuori sede

    La riforma introduce disposizioni specifiche per facilitare l'esercizio del diritto di voto (anche per le elezioni politiche ed europee) agli studenti, ai lavoratori e ai caregiver familiari che si trovano domiciliati fuori dal proprio comune di residenza.

  10. Invarianza finanziaria

    Il provvedimento contiene infine una clausola di invarianza finanziaria, il che significa che l'introduzione della nuova architettura elettorale e delle relative procedure organizzative non comporta nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato.

lunedì 21 settembre 2026

M5S alla carica col programma "dei sogni": 20 punti che rischiano di spaccare il Campo Largo

Ventuno pagine, venti punti programmatici e un messaggio chiaro al tavolo dell'alleanza progressista. Dal coordinamento del M5S uscito da Nova arriva il nuovo manifesto politico firmato Movimento 5 Stelle: un condensato di battaglie identitarie e vecchi cavalli di battaglia rispolverati per l'occasione.

Sulla carta un pacchetto scintillante, perfetto per galvanizzare la base e far sognare l'elettorato di sinistra. Nella realtà politica di tutti i giorni, però, la lista assomiglia molto di più a un vero e proprio campo minato per il "Campo Largo". Un ventaglio di proposte massimaliste e costose che alza l'asticella a livelli altissimi, mettendo all'angolo gli alleati — in primis il PD — con nodi programmatici tanto suggestivi quanto sostanzialmente irrealizzabili al governo.


Ecco cosa prevede il documento e dove rischiano di infrangersi le ambizioni dei pentastellati.

1. Lavoro e Welfare: il ritorno dei grandi classici

Sul fronte occupazionale il Movimento cala gli assi storici, chiedendo una rivoluzione a tutto campo:

  • Reddito 2.0: totale azzeramento e riscrittura dell'Assegno di inclusione per ripristinare il sussidio di cittadinanza under nuovo nome.

  • Orari e stipendi: introduzione del salario minimo legale agganciato all'inflazione, settimana lavorativa corta a parità di retribuzione e tutela formale del diritto alla disconnessione.

  • Genitori e autonomi: congedi parentali paritari e retribuiti al 100%, stop alle contribuzioni per chi rientra dalla maternità ed estensione delle tutele per malattia ad artigiani, commercianti e partite IVA.

  • Pensioni: flessibilità per i lavori usuranti, riesumazione di Opzione Donna e potenziamento dell'Ape Sociale.

Il nodo politico: Come sostenere finanziariamente un Reddito 2.0 insieme alla riduzione dell'orario a parità di retribuzione senza mandare in tilt i conti pubblici e spaventare le componenti più moderate della coalizione?

2. Fisco ed Economia: stangata sulle Big Tech e sostegno alle PMI

Niente patrimoniale tradizionale, ma una stretta decisa sulla ricchezza finanziaria e sulle grandi corporazioni:

  • Aliquota e prelievi: Irpef maggiormente progressiva, tasse sugli extraprofitti nei settori bancario, energetico, assicurativo, bellico e Big Tech, oltre a un prelievo mirato sulle grandi attività finanziarie (tutelando titoli di Stato e piccoli risparmi).

  • Imprese e lotta all'evasione: pene detentive e confische drastiche per i grandi evasori, mentre per le PMI tornano i crediti d'imposta di Transizione 4.0 e una banca pubblica d'appoggio.

3. Sanità, Casa e Scuola: 13,5 miliardi strappati al Ponte

Il capitolo sociale finanzia le proprie coperture sfilando direttamente le risorse alle grandi opere:

  • I fondi del Ponte di Messina: i 13,5 miliardi previsti per il collegamento sullo Stretto verrebbero dirottati sull'istruzione pubblica per garantire asili nidi gratuiti, mense, libri di testo, trasporti a costo azzerato per le fasce deboli e aperture estive degli istituti.

  • Sanità e Casa: tetto massimo nazionale sui tempi d'attesa per gli esami specialistici, riallineamento degli stipendi medici agli standard UE, piano straordinario dell'abitare ed esproprio funzionale/recupero degli immobili pubblici abbandonati.

4. Transizione Ecologica: stop al nucleare e blocco al cemento

Le direttive green non concedono margini di mediazione al centro o ai riformisti:

  • Rinnovabili: +50 GW entro il 2030 con pannelli esclusivamente su tetti ed edifici già costruiti.

  • Linea dura su atomo e rifiuti: no ad atomo da fissione (concessa solo la ricerca sulla fusione), stop definitivo agli inceneritori, azzeramento del consumo di suolo e piantumazione di quasi 59 milioni di alberi.

5. Giustizia, Istituzioni e Diritti: dalla Cannabis alle urne a 16 anni

La sezione istituzionale contiene alcune delle battaglie etiche e civili più divisive dell'intero arco parlamentare:

  • Legalità e Governance: ripristino del reato di abuso d'ufficio, stretta sui conflitti d'interesse, regolamentazione dei gruppi di pressione (lobby) e scorporo della Rai dall'influenza diretta di Palazzo Chigi.

  • Riforme elettorali: voto ai sedicenni, preferenze per i fuorisede, voto digitale e quorum per i referendum confermativi abbassato a un terzo degli aventi diritto.

  • Diritti e Stupefacenti: matrimoni egualitari, adozioni omogenitoriali, legge contro l'omolesbobitransfobia, eutanasia/fine vita e depenalizzazione della coltivazione casalinga della cannabis ad uso personale.

  • Immigrazione: cancellazione della Bossi-Fini e dell'accordo con l'Albania, Ius Scholae e corridoi umanitari.

6. Politica Estera e Difesa: lo strappo definitivo su armi e Nato

È sulla geopolitica che il programma M5S alza il muro più alto nei confronti del PD e degli alleati europeisti:

  • No al riarmo: rifiuto secco del piano Rearm EU e del target Nato del 5% del PIL per le spese militari, proponendo in alternativa l'esercito unico europeo.

  • Ucraina e Medio Oriente: stop all'invio di forniture militari a Kiev (ritenuto un ostacolo al tavolo di pace), riconoscimento immediato dello Stato di Palestina e risoluzione dei trattati di cooperazione militare con Israele.

Il verdetto della base: scetticismo solo sul voto ai giovani

I dati del voto degli iscritti confermano il riallineamento massimalista della base pentastellata:

  • Il 94,1% approva il no al riarmo europeo.

  • Il 91,7% sottoscrive lo stop alle armi in Ucraina per forzare i negoziati.

  • L'unico freno arriva sui diritti politici ai giovanissimi: il voto a 16 anni si ferma al 52,4%, mentre il reddito di base per gli operatori culturali incassa il 76,5% e il capitale iniziale per i giovani il 78,4%.

Perché questo programma è un "libro dei sogni" che spaventa il Campo Largo?

Se sul piano della propaganda politica il pacchetto consente a Giuseppe Conte di intestarsi l'agenda radicale dell'opposizione, sul piano tattico rischia di essere un boomerang.

Molte delle coperture economico-finanziarie poggiano su stime incerte (come le sovratasse su banche e Big Tech), mentre le posizioni su difesa, Ucraina, nucleare e giustizia rappresentano dei veri e propri ultimatum irricevibili per l'ala moderata e riformista della coalizione. Presentarsi al tavolo delle alleanze con un programma "prendere o lasciare" di questo tipo significa mettere in preventivo una cosa sola: l'impossibilità di governare insieme.

domenica 6 settembre 2026

Leader a confronto: idee, risultati e priorità da ripensare

Un incontro alla Festa dell’Unità di Borgo Panigale è stata l’occasione per confrontarsi, ascoltare e mettere a paragone idee e prospettive diverse.
Il confronto tra Giuseppe Conte e Jack Cardigan offre uno spunto interessante per guardare oltre le formule politiche del momento. Perché la politica non può essere soltanto una questione di alleanze e posizionamenti: deve tornare a parlare di idee, territori e persone.
Il cosiddetto “campo largo”, presentato per molto tempo come la strada obbligata per costruire un’alternativa, mostra tutte le sue difficoltà: alleanze fragili, identità differenti e una proposta che non sempre riesce a parlare con chiarezza ai cittadini.

La dirigenza Conte ha trasformato il Movimento 5 Stelle in un’appendice del Partito Democratico. La realtà dei numeri e dell'organizzazione oggi racconta di una leadership apparentemente incontrastata, ma la storia politica insegna che anche le strutture più blindate crollano quando una minoranza determinata dà voce al malcontento generale.

Io sono Giacomo Palumbo, noto a molti come Jack Cardigan. Non ho alle spalle correnti di apparato, pattuglie parlamentari o feudi territoriali. Nel primo turno per il Consiglio Nazionale nel novembre 2025 ho corso in Emilia-Romagna, arrivando fino alla soglia del secondo turno prima che il seggio andasse a Gaetano Pedullà. Quando nel settembre 2025 ho presentato la mia candidatura alla presidenza del Movimento, la mia non è stata una semplice corsa elettorale: è stata l'affissione di un manifesto di rottura radicale con la linea del "campo largo". Ho proposto il no all'alleanza strutturale con il PD, maggiore autonomia politica, un'apertura verso il centro — dialogando con forze come quelle di Matteo Renzi e Carlo Calenda —, una collocazione più moderata e l'abolizione del limite dei due mandati.

Non mi interessa battere Conte nell'immediato. La domanda vera non è se io possa diventare presidente domani, ma se si possa costruire dentro il M5S una corrente interna così forte da diventare indispensabile e ridefinire l'identità stessa del Movimento.

Guardo al "modello Salvini", non per condivisione ideologica, ma per metodo di ascesa politica. Matteo Salvini prese una Lega ridotta ai minimi termini e, conquistando prima una minoranza organizzata e poi costruendo una narrazione alternativa, ne trasformò l'identità fino a renderla una forza egemone. Treccani descrive la trasformazione della Lega salviniana proprio come una ristrutturazione di partito accompagnata da un forte rilancio comunicativo e da un riposizionamento politico che superò il vecchio bacino settentrionale. Io voglio fare qualcosa di analogo nel M5S: trasformare una minoranza interna in una forza capace di contendere al leader la definizione della nostra identità.

La nostra battaglia intercetta quattro forme precise di malcontento:

  1. Chi considera il subappalto culturale al PD un tradimento intollerabile.

  2. Gli attivisti che pretendono il ritorno a un M5S autonomo e trasversale.

  3. Chi vuole mettere al centro lavoro, economia, costo della vita, imprese e welfare concreto.

  4. Coloro che rifiutano l'appiattimento su una fisionomia esclusivamente di "sinistra progressista".

L'alleanza con il centrosinistra ha allontanato il Movimento dai suoi valori fondativi. Il mio obiettivo è recuperare tutti gli iscritti che se ne sono andati delusi. Non voglio fare una sterile opposizione "anti-Conte": voglio offrire un'idea alternativa di Movimento 5 Stelle.

La mia proposta parla di ritorno alle origini, ma senza nostalgia paralizzante. Quando propongo di superare il limite dei due mandati, dimostro di voler separare lo spirito originario — fatto di partecipazione, autonomia e lotta agli apparati — da regole rigide che oggi ne limitano la crescita politica. Serve una struttura più stabile per competere davvero.

So bene quali sono i miei limiti attuali. Salvini aveva alle spalle una storia di militanza e la macchina territoriale della Lega; io devo costruire questa rete passo dopo passo. Il mio prossimo obiettivo non è accumulare simpatizzanti occasionali, ma organizzare una comunità militante: attivisti motivati, amministratori locali, gruppi territoriali e una presenza costante nel dibattito interno. Dobbiamo presentare documenti politici chiari su economia, politica estera, Europa e lavoro.

Siamo di fronte a un bivio storico. Il Movimento 5 Stelle deve rassegnarsi a fare la spalla del PD o vuole tornare a essere un soggetto autonomo, trasversale e capace di parlare all'intero Paese?

Se la dirigenza Conte pensa che la mia candidatura del 2025 sia stata una parentesi, si sbaglia. È stato solo il primo atto. Se riusciremo a trasformare il dissenso diffuso in un consenso organizzato, la nostra componente diventerà determinante per votare gli organismi, decidere le alleanze e fissare la linea. Non mi interessa essere una comparsa controcorrente: voglio guidare chi crede in un altro Movimento. La svolta del M5S parte da qui.

E allora forse è arrivato il momento di porsi una domanda: il Movimento 5 Stelle deve continuare a inseguire gli equilibri delle alleanze o tornare a concentrarsi sulle proprie priorità?
Lavoro, ambiente, giustizia sociale, sostegno alle famiglie, partecipazione e tutela delle persone più fragili: temi che devono tornare al centro dell’agenda.

Il vero confronto tra leader non dovrebbe essere soltanto una questione di personalità o consenso. Dovrebbe essere soprattutto un confronto sulle idee, sulle priorità e sulla capacità di trasformarle in risultati concreti.
Forse il rilancio passa proprio da qui: meno tattica, più contenuti; meno formule, più identità; più ascolto dei territori e della base.

L’incontro di Borgo Panigale ci ricorda che il confronto, anche quando è franco e diretto, può essere il punto di partenza per ripensare il futuro.
Il Movimento 5 Stelle ha davanti una scelta importante: ritrovare le proprie priorità e costruire, a partire da quelle, la propria strada.

#FestaDellUnità #BorgoPanigale #Bologna #Movimento5Stelle #M5S #GiuseppeConte #JackCardigan #CampoLargo #Politica #Idee #Territorio #Partecipazione #GiustiziaSociale #Lavoro #Ambiente #Futuro #Confronto #Priorità #CambiareInsieme

giovedì 13 novembre 2025

L'investimento per il futuro parte dall'Unione Europea!

Vivere e lavorare in Europa significa far parte di una comunità forte, che ci offre opportunità uniche e una rete di sicurezza fondamentale.
Un Mercato Unico per Tutti: L'Unione Europea garantisce la libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali. Questo significa che le nostre imprese, dalle PMI alle più grandi, hanno accesso a un mercato di oltre 450 milioni di consumatori, facilitando la crescita, l'innovazione e la competitività globale.
Più Lavoro, Più Diritti: L'integrazione europea non è solo economia, è anche lavoro di qualità. L'UE fissa standard minimi per la sicurezza, le pari opportunità e la tutela dei lavoratori (come la settimana lavorativa massima e il diritto alle ferie retribuite). Inoltre, promuove la mobilità professionale e il riconoscimento delle qualifiche, aprendo le porte a nuove carriere in tutti i Paesi membri.
Investimenti nel Futuro: Strumenti come il Next Generation EU (PNRR) e i fondi strutturali sono la dimostrazione che l'Unione investe in noi: nella transizione verde e digitale, nell'istruzione e nella ricerca. Questi investimenti creano nuove opportunità di lavoro e rendono le nostre economie più resilienti e sostenibili.
I diritti dei lavoratori in Europa sono garantiti e promossi attraverso un quadro normativo complesso che si basa sui Trattati dell'UE, sulla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e su numerose Direttive europee che stabiliscono standard minimi validi in tutti gli Stati membri.
Queste norme mirano a garantire condizioni di lavoro eque, sicure e dignitose, sebbene i singoli Stati possano stabilire livelli di tutela più elevati.
La Transizione Verde è il processo necessario per trasformare la nostra economia in un modello sostenibile a impatto climatico zero (entro il 2050 in UE). Si basa sulla decarbonizzazione, cioè l'abbandono delle fonti fossili a favore delle energie rinnovabili e sull'adozione dei principi dell'economia circolare. Non è solo una sfida ambientale, ma una grande opportunità per l'Europa di creare innovazione, nuovi posti di lavoro "green" e migliorare la qualità della vita di tutti.

Giacomo Palumbo (Palermo, 3 novembre 1985), noto anche con lo pseudonimo artistico Jack Cardigan, è un cantautore, compositore, saggista, consulente HR e politico italiano. Il suo profilo professionale si caratterizza per un approccio interdisciplinare che integra competenze artistiche, analisi politica e progettazione educativa.

È laureato in Scienze della Politica con indirizzo in Mass Media e Politica e ha conseguito nel 2026 un Master Internazionale in Didattica Inclusiva e Supporto Educativo, con particolare attenzione all’integrazione delle tecnologie digitali (TIC) e ai bisogni educativi speciali (NEAE). Tale percorso formativo orienta una visione sistemica dei processi comunicativi, educativi e organizzativi, applicata sia in ambito consulenziale sia nella produzione culturale.

In ambito artistico, opera con lo pseudonimo di Jack Cardigan, sviluppando una produzione musicale riconducibile al cantautorato classico e alla scrittura per colonne sonore, in lingua italiana e siciliana. La sua discografia comprende numerosi brani pubblicati negli anni, tra cui UNLOCK, Tutto o niente, Gli anni addosso, In un clic, Occhi nuovi e Un palco acceso. Il singolo “CAMBIA” (2026) rappresenta un momento centrale del suo percorso, sintetizzando una ricerca tematica incentrata sul cambiamento individuale e collettivo.

Sul piano politico, Giacomo Palumbo è attivo nel MoVimento 5 Stelle. Nel settembre 2025 ha avanzato una proposta di linea politica alternativa rispetto alla guida di Giuseppe Conte, sostenendo un posizionamento più autonomo, caratterizzato dal distanziamento dal Partito Democratico e da un dialogo aperto con formazioni di centro, in una prospettiva di rinnovamento strategico del movimento.

Parallelamente, svolge attività di consulenza HR e di elaborazione saggistica, occupandosi di comunicazione, organizzazione e processi di inclusione. Gestisce inoltre il blog personale giacomopalumbo.blogspot.com, utilizzato come canale di approfondimento culturale, politico e sociale.

giovedì 9 ottobre 2025

L'accordo di Pace è vicino - Israele e il popolo di Gaza verso l'accordo.

Buone Notizie da Sharm el Sheik! La Pace è proprio vicina, una bella notizia stamattina. 

Stamattina 09 ottobre 2025, la firma dell'accordo.

Israele e Hamas hanno finalmente trovato un accordo per la prima parte di un cessate il fuoco (cioè per smettere di sparare per un po')!

L'annuncio bomba è arrivato direttamente dal Presidente degli USA, Donald Trump, verso l'una di notte qui in Italia. Ha detto, tutto orgoglioso, che sia Israele sia Hamas hanno firmato questa prima fase del loro piano di pace.  

Tutti gli ostaggi verranno rilasciati molto presto. È la cosa più attesa!

Israele ritirerà le sue truppe da una certa zona, come primo passo verso una pace che speriamo sia forte e duratura. Trump l'ha definita una "giornata storica"! Donald Trump dai social media ha annunciato che Hamas ha accettato la sua proposta di pace.

Saranno liberati tutti gli ostaggi e l’esercito israeliano fermerà i bombardamenti. Un giorno che può segnare la fine di una delle pagine più drammatiche della storia recente.

Donald Trump dai social media ha annunciato che Hamas ha accettato la sua proposta di pace. Saranno liberati tutti gli ostaggi e l’esercito israeliano fermerà i bombardamenti. Un giorno che può segnare la fine di una delle pagine più drammatiche della storia recente.

Ha anche ringraziato tantissimo Qatar, Egitto e Turchia, che hanno fatto da mediatori (cioè hanno aiutato a far parlare le parti) per rendere possibile questo evento pazzesco e mai visto prima.

Ora, la palla passa al governo israeliano che si riunirà in queste ore per dire "sì" in modo ufficiale al piano. Subito dopo, l'esercito israeliano inizierà a ritirarsi.

Si prevede che 72 ore dopo (cioè tre giorni dopo), Hamas inizierà a liberare gli ostaggi ancora vivi.

Nello stesso momento, saranno liberati circa duemila prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane, inclusi ben 250 che stavano scontando l'ergastolo!

Attenzione però, perché non tutto è filato liscio:

Sembra che Israele abbia rifiutato di liberare un nome importante, Marwan Barghouti.

Restano ancora un punto interrogativo (quindi non è ancora chiaro) se libereranno anche altri nomi come Abdullah Barghouti, Ahmed Saadat, Hassan Salama e Abbas al-Sayyed.

Insomma, è un grande passo in avanti, anche se ci sono ancora alcuni dettagli da definire!

Dall'altro lato Hamas ha dichiarato che il "movimento" annuncia il raggiungimento di un accordo che determina la fine della guerra a Gaza, il ritiro dell'Idf, l'ingresso di aiuti e lo scambio di prigionieri, dopo negoziati responsabili e seri che il movimento ha condotto insieme alle fazioni. Apprezziamo profondamente gli sforzi dei fratelli mediatori di Qatar, Egitto e Turchia, e apprezziamo anche gli sforzi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine definitivamente alla guerra e ottenere il completo ritiro dalla Striscia di Gaza.

Alla faccia di chi, in queste settimane/mesi, ha cercato solo di strumentalizzare il dolore e la sofferenza di un popolo. Con Flottille e similari spacciandole per iniziative umanitarie, quando in realtà erano solo strumenti di propaganda e attacchi pretestuosi a un Governo che sta guidando il Paese già massacrato da inflazione e carovita. Diciamolo a voce alta a sinistra non c'è un vero programma, il campo largo è un vero camposanto. 

Landini e la CGIL hanno persino indetto scioperi e manifestazioni politiche il 25 ottobre 2025. 

Oggi il mondo scopre che la pace si costruisce con la serietà, la responsabilità e il coraggio dei veri leader. Donald Trump, con la sua visione che anche in questo ha agito con equilibrio, concretezza e silenziosa determinazione, da statista.

Perché la politica con la “P” maiuscola non urla in piazza: lavora, ogni giorno, per fermare le guerre e salvare vite. Quella del 7 ottobre 2023 resterà per sempre una ferita indelebile: centinaia di innocenti massacrati, famiglie distrutte, dolore inimmaginabile.

L'esercito israeliano (IDF) ha fatto sapere che ha già cominciato a fare i "preparativi" per ritirarsi da Gaza, come previsto dall'accordo. Però, attenzione: le truppe restano comunque schierate e pronte a intervenire per qualsiasi evenienza.

In particolare, è probabile che l'IDF mantenga un bel po' di soldati a Rafah, che è un'area molto delicata al confine con l'Egitto. Una cosa importante per Gaza è l'aiuto umanitario: l'accordo prevede che nella primissima fase possano entrare immediatamente 400 camion di aiuti al giorno!

Per quanto riguarda Hamas, hanno firmato l'impegno a deporre le armi (quindi a non combattere), ma non usciranno dal gioco politico. A garantire che tutto vada bene nel processo politico ci saranno Qatar e Turchia.

La fase successiva del piano di Trump è ambiziosa: vuole creare un organismo internazionale chiamato "Board of Peace" (Consiglio di Pace) per supervisionare l'amministrazione di Gaza dopo la guerra.

Trump stesso sarà a capo di questo Consiglio, che includerà anche altri leader mondiali, come l'ex Primo Ministro britannico Tony Blair.

Appena l'accordo è stato annunciato, il Primo Ministro israeliano Netanyahu ha chiamato subito Donald Trump. La conversazione è stata "fantastica", a detta di Trump, e Netanyahu era "molto contento".

Addirittura, Trump ha accettato l'invito di Netanyahu e ha detto che potrebbe visitare Israele "nei prossimi giorni" e parlare alla Knesset (il Parlamento israeliano). Ha sottolineato che per raggiungere questo accordo si sono impegnati un sacco di Paesi, anche quelli che di solito sono ostili, e questo è un enorme successo!

Anche il Segretario Generale dell'ONU, Antonio Guterres, è molto contento. Ha accolto "con favore" l'accordo e ha fatto i complimenti a USA, Qatar, Egitto e Turchia per la svolta diplomatica.

Il suo messaggio è chiaro: tutti devono rispettare l'accordo fino in fondo. Bisogna liberare tutti gli ostaggi con dignità e, soprattutto, arrivare a un cessate il fuoco permanente. Insomma, "i combattimenti devono cessare una volta per tutte".

Oggi, finalmente, può tornare la speranza.

Questa è la vittoria della pace, della politica vera e dei grandi uomini di Stato.


Giacomo Palumbo (Palermo, 3 novembre 1985), noto anche con lo pseudonimo artistico Jack Cardigan, è un cantautore, compositore, saggista, consulente HR e politico italiano. Il suo profilo professionale si caratterizza per un approccio interdisciplinare che integra competenze artistiche, analisi politica e progettazione educativa.

È laureato in Scienze della Politica con indirizzo in Mass Media e Politica e ha conseguito nel 2026 un Master Internazionale in Didattica Inclusiva e Supporto Educativo, con particolare attenzione all’integrazione delle tecnologie digitali (TIC) e ai bisogni educativi speciali (NEAE). Tale percorso formativo orienta una visione sistemica dei processi comunicativi, educativi e organizzativi, applicata sia in ambito consulenziale sia nella produzione culturale.

In ambito artistico, opera con lo pseudonimo di Jack Cardigan, sviluppando una produzione musicale riconducibile al cantautorato classico e alla scrittura per colonne sonore, in lingua italiana e siciliana. La sua discografia comprende numerosi brani pubblicati negli anni, tra cui UNLOCK, Tutto o niente, Gli anni addosso, In un clic, Occhi nuovi e Un palco acceso. Il singolo “CAMBIA” (2026) rappresenta un momento centrale del suo percorso, sintetizzando una ricerca tematica incentrata sul cambiamento individuale e collettivo.

Sul piano politico, Giacomo Palumbo è attivo nel MoVimento 5 Stelle. Nel settembre 2025 ha avanzato una proposta di linea politica alternativa rispetto alla guida di Giuseppe Conte, sostenendo un posizionamento più autonomo, caratterizzato dal distanziamento dal Partito Democratico e da un dialogo aperto con formazioni di centro, in una prospettiva di rinnovamento strategico del movimento.

Parallelamente, svolge attività di consulenza HR e di elaborazione saggistica, occupandosi di comunicazione, organizzazione e processi di inclusione. Gestisce inoltre il blog personale giacomopalumbo.blogspot.com, utilizzato come canale di approfondimento culturale, politico e sociale.

giovedì 5 ottobre 2023

Salario minimo: come quantificarlo secondo la Cassazione

04/10/2023 | Marcella De Trizio

La Cassazione, nella pronuncia n. 27711 del 2 ottobre 2023, fornisce alcune indicazioni su come individuare correttamente il salario minimo. Qualora la contrattazione collettiva di categoria sia in contrasto con i principi costituzionali, si potrà fare riferimento ad altri contratti collettivi di settori affini o per mansioni analoghe, oltre che ad indicatori economici e statistici.

Il tema del “salario minimo” risulta oggi di grande attualità sia per il significativo incremento del costo della vita a cui solo in minima parte si riesce a far fronte con misure di aiuto statali, che per l'obbligo per i giudici di attuare il precetto del giusto salario costituzionale, alla luce delle indicazioni sovranazionali provenienti dall'Unione Europea e dall'ordinamento internazionale, contenute anche nella recente Direttiva UE 2022/2041 del 19 ottobre 2022 “relativa a salari minimi adeguati nell'Unione Europea termine”, in attesa del suo recepimento.

In mancanza del recepimento della direttiva comunitaria e in assenza di un “salario legale” come si può individuare correttamente il salario minimo?

Le indicazioni della Cassazione

La Cassazione, nella pronuncia n. 27711 del 2 ottobre 2022, fornisce alcune indicazioni accogliendo il ricorso del lavoratore e pronunciando i principi seguenti di diritto:

“1.- Nell'attuazione dell'art. 36 della Cost. il giudice, in via preliminare, deve fare riferimento, quali parametri di commisurazione, alla retribuzione stabilita dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria, dalla quale può motivatamente discostarsi, anche ex officio, quando la stessa entri in contrasto con i criteri normativi di proporzionalità e sufficienza della retribuzione dettati dall'art. 36 Cost., anche se il rinvio alla contrattazione collettiva applicabile al caso concreto sia contemplato in una legge, di cui il giudice è tenuto a dare una interpretazione costituzionalmente orientata.

2.- Ai fini della determinazione del giusto salario minimo costituzionale il giudice può servirsi a fini parametrici del trattamento retributivo stabilito in altri contratti collettivi di settori affini o per mansioni analoghe.

3.- Nella opera di verifica della retribuzione minima adeguata ex art. 36 Cost. il giudice, nell'ambito dei propri poteri ex art. 2099,2° comma c.c., può fare altresì riferimento, all'occorrenza, ad indicatori economici e statistici, anche secondo quanto suggerito dalla Direttiva UE 2022/2041 del 19 ottobre 2022.”

La giusta retribuzione

Nella pronuncia la Suprema Corte ribadisce che il parametro di riferimento da tenere a mente nel nostro ordinamento è l'articolo 36 della Costituzione che prevede il principio costituzionale della giusta retribuzione riconosciuto in capo ad ogni lavoratore.

In particolare, l'art. 36, della Costituzione garantisce due diritti distinti:

1- quello ad una retribuzione «sufficiente» che dà diritto ad «una retribuzione non inferiore agli standard minimi necessari per vivere una vita a misura d'uomo», ovvero ad «una ricompensa complessiva che non ricada sotto il livello minimo, ritenuto, in un determinato momento storico e nelle concrete condizioni di vita esistenti, necessario ad assicurare al lavoratore ed alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa». Il valore soglia di povertà assoluta viene calcolato ogni anno dall'Istat relativamente ad un paniere di beni e servizi essenziali per il sostentamento vitale differenziandolo in ragione dell'età, dell'area geografica di residenza del singolo e dei componenti della famiglia;

2- e quello ad una retribuzione «proporzionata» che garantisce ai lavoratori «una ragionevole commisurazione della propria ricompensa alla quantità e alla qualità dell'attività prestata». Tali concetti di sufficienza e di proporzionalità mirano a garantire al lavoratore una vita non solo non povera ma persino dignitosa; orientando il trattamento economico non solo verso il soddisfacimento di meri bisogni essenziali, ma verso qualcosa in più che la recente Direttiva UE sui salari adeguati all'interno dell'Unione n. 2022/2041 individua nel conseguimento anche di beni immateriali ( “ oltre alle necessità materiali quali cibo, vestiario e alloggio, si potrebbe tener conto anche della necessità di partecipare ad attività culturali, educative e sociali”).

In altre parole, l'uno stabilisce «un criterio positivo di carattere generale», l'altro «un limite negativo, invalicabile in assoluto».

La valutazione del giudice

Ne consegue che il giudice, in via preliminare, deve fare riferimento, quali parametri di commisurazione, alla retribuzione stabilita dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria, dalla quale può motivatamente discostarsi, anche ex officio, quando la stessa entri in contrasto con i criteri normativi di proporzionalità e sufficienza della retribuzione dettati dall'art. 36 Cost.

Per la valutazione del giusto salario minimo costituzionale può operarsi anche un riferimento ad altri contratti collettivi di settori affini o per mansioni analoghe, oltre che ad indicatori economici e statistici, in attuazione della Direttiva UE 2022/2041 del 19 ottobre 2022.

Non può, in altri termini, operare una presunzione relativa di corrispondenza ai principi costituzionali dei trattamenti economici previsti dai contratti collettivi, anche stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale.

Orbene, i parametri individuati dalla giurisprudenza sono certamente di aiuto nell'individuazione del trattamento minimo retributivo, purtuttavia, rendono incerta la gestione del costo retributivo in quei settori che, pur applicando i contratti collettivi nazionali sottoscritti da OOSS comparativamente più rappresentative a livello nazionale, rischiano di vedere censurato tale trattamento in sede di contenzioso.

Pensando, quindi, a determinati settori non appare così ridondante la richiamata direttiva comunitaria, che garantirebbe comunque una giusta retribuzione – e una certezza del costo del lavoro – anche in quei settori in cui la contrattazione collettiva risulta inadeguata ai parametri dell'articolo 36.



Fonte: Quotidianopiù

Fonte: Cass. 2 ottobre 2023 n. 27711

mercoledì 26 aprile 2017

L'Europa che non riforma se stessa

Le riforme strutturali sono state al centro del dibattito politico dell'Unione Europea in questi ultimi anni. In particolare le riforme che riguardano il mercato del lavoro, compreso il Jobs Act in Italia, tradotto il piano del lavoro. Dunque le varie riforme adottate nei vari paesi europei si propongono di aumentare la flessibilità del lavoro.
Queste a sua volta dovrebbero condurre una migliore ripartizione dei lavoratori sul mercato del lavoro, con la conseguenza di diminuire il calo della disoccupazione.
Qualora questa fosse la novità, essa ha già avuto riscontri quantitativi abbastanza negativi.
Limitandoci a rilevare soltanto alcuni dati sul tema che ci fornisce l'OCSE.

E' prevalente la tesi secondo cui le cosiddette riforme strutturali del lavoro, e cioè le politiche di deregolamentazione di facilitazione dei licenziamenti, le politiche di precarietà del lavoro, non contribuiscono ad accrescere l'occupazione e a diminuire la disoccupazione.
In ogni modo in sostanza abbassare le protezione dei lavoratori non crea occupazione e ce lo dice il Fondo monetario internazionale.

Il FMI nell'ultima pubblicazione dell'Aprile 2017 fa presente alcuni passaggi importanti tra cui anche il “ricalco” del fatto che la liberalizzazione del mercato del lavoro non sembra avere effetti statisticamente efficaci sulla produttività. Per questo il FMI suggerisce alle economie avanzate un costante sostegno alla domanda per incentivare investimenti e crescita del capitale, e l’adozione di politiche e di riforme che possono aumentare in modo duraturo il livello del prodotto potenziale rispetto al 2016.
Queste politiche dovrebbero racchiudere in sé le riforme del mercato dei prodotti, maggiore sostegno alla ricerca e sviluppo e un uso più intensivo di manodopera qualificata.


Le politiche di riforme strutturali dovrebbero racchiudere maggiore sviluppo di beni capitali derivanti dalle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni, per far accrescere più investimenti in infrastrutture, per agevolare le politiche fiscali e di spesa del mercato lavorativo, per aumentare la partecipazione della forza lavoro.

Perché si insiste così tanto sulla flessibilità? 
Le riforme strutturali portano a ridurre il potere contrattuale dei lavoratori, quindi più precarietà. Esse aumentano molto di più il potere rivendicativo dei datori di lavoro nei confronti dei lavoratori. E con tutte le paure dei lavoratori di essere licenziati con poco costo dall'azienda che assume. In sostanza è quello per cui vogliono farci credere che queste riforme servano a qualcosa invece, servono solo a liberalizzare il mercato del lavoro sempre più sotto torchio.

C'è una responsabilità delle direttive dell'Unione Europea, sulla formazione delle riforme interne al paese? C'è una responsabilità sulla poca trasparenza delle sue decisioni europee, sulla democrazia traballante che ci viene “imposta” dalla cessione della sovranità nazionale?
E' in conflitto L'unione Europea con i principi della nostra costituzione?
E' pensabile riformare L'unione Europea in senso più democratico?

Specifico, per dovere di studi, che il primato del diritto comunitario ha superiorità sulle norme interne con esso contrastanti, sia precedenti sia successive e quale ne sia il livello, anche costituzionale.
E' in uso cioè che la norma interna contrastante con una norma comunitaria provvista di efficacia diretta, non può essere applicata oppure deve essere disapplicata, con l'effetto che il rapporto resta subordinato, dalla sola direttiva/legge comunitaria.

In sostanza nella regolamentazione europea si dice “Il giudice nazionale ha l’obbligo di applicare integralmente il diritto comunitario e di dare al singolo la tutela che quel diritto gli attribuisce, disapplicando di conseguenza la norma interna contrapposta, sia anteriore che successiva a quella comunitaria.” Cit.”

In senso democratico per quanto riguarda l'Unione Europea, nel senso di unificazione, e qualora possa ancora avvalorarsi tale, queste direttive vengono a indebolirsi, poiché in questa fase storica si sta accennando una crisi dell'Unione. La quale crisi rischia di non appartenere più a quello strato di democrazia ideato in passato.

Tuttavia oggi più di ieri, il principio stesso dello stare insieme fa registrare un processo di disgregazione interna tra gli stati.
In particolare mi riferisco alla Commissione Europea, la quale istituzione ad oggi occupa un peso “minore” rispetto all'aumento del potere dei rappresentanti dei piccoli governi.
Questo sta a designare che all'interno del sistema dell'Unione Europea sta aumentando il potere intergovernativo, cioè la dialettica tra i governi, piuttosto che il potere istituzionale dell'Unione.
La riforma strutturale vera e propria dovrebbe essere fatta all'interno delle istituzioni europee?

L’Italia dovrebbe guidare la trasformazione dell’Europa affinché essa possa divenire più forte e più attenta ai problemi delle diverse parti della società. Prima di tutto che sia in grado di fare di tutto per far sviluppare l’economia e di coniugare la solidarietà alla responsabilità. Questi due valori essenziali devono portare l’Italia a giocare la propria partita senza cadere in nazionalismi pericolosi.

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