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lunedì 28 dicembre 2009

Laureati italiani all’estero: più pagati e più soddisfatti


A cinque anni dalla laurea il 3 per cento lavora fuori dai confini. E quasi uno su cinque ricopre già posizioni di funzionario. Lo studio presentato in occasione del lancio del sito internazionale di almalaurea.net con 1,27 milioni di cv di laureati italiani in inglese
Vanno all’estero perché al di là dei confini nazionali le offerte di lavoro sono migliori. Perché è più facile essere soddisfatti di quello che si fa e perché la paga che offrono le imprese straniere è quasi il doppio di quella che si può ottenere nelle aziende italiane. I ragazzi e le ragazze, quando lasciano l’Italia, scelgono soprattutto il Regno Unito, la Francia, la Spagna e anche gli Stati Uniti.
I dati sono quelli dello studio di AlmaLaurea, su oltre 92mila laureati di 45 università, presentato oggi a Roma in occasione del varo della versione inglese del progetto del consorzio. Un sito dove soggetti e operatori internazionali (www.almalaurea.net) possono conoscere la condizione occupazionale dei laureati italiani e consultare un milione e 127mila curriculum vitae tradotti in lingua inglese.
Le posizioni che ricoprono i giovani talenti italiani confermano come all’estero le occasioni offerte siano migliori e le chance di crescita maggiori. Il diciotto per cento dei nostri laureati, che sono andati a lavorare oltre confine, ricopre posizioni direttive, di funzionario, direttivo e quadro. Mentre in Italia succede solo all’8 per cento dei loro coetanei. Così come, fuori dai confini nazionali, il 10 per cento svolge l’attività di ricercatore mentre in Italia accade solo all’1 per cento dei laureati.
Poi la paga. Il guadagno mensile netto degli “emigrati” è notevolmente superiore alla media. I primi prendono infatti 2.078 euro al mese mentre il valore medio del totale dei laureati si ferma a 1.332 mensili. Maggiori sono anche, per chi non rimane in Italia, il prestigio ricevuto dal lavoro, le prospettive di guadagno, di carriera e l’acquisizione di professionalità; ma anche l’indipendenza e l’autonomia sul lavoro.
Insomma fuori dai confini lo scenario sembra più confortante. Ma poi? Se si ha l’intenzione di tornare indietro e valorizzare la propria esperienza anche in Italia? “Il problema della fuga dei cervelli – spiega Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea – potrebbe risultare un falso problema in un mondo globalizzato, dove al contrario, la circolazione delle idee e dei talenti è auspicabile e necessaria. Il problema, semmai, sta nella capacità del nostro Paese di far rientrare chi esce, di tenere aperta la porta. Quei 400 ingegneri laureati nel 2006 che hanno lasciato l’Italia sono sintomo di internazionalizzazione o di perdita per il nostro Paese?”.
fonte: myjob


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