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martedì 26 gennaio 2010

Bamboccione io? Stiamo scherzando?

“Bamboccione”? A chi? Tra tutte le categorie in cui si possono far rientrare gli under 30, questa è sicuramente quella che mi sta più stretta. E non perché voglia elogiare i miei meriti e le mie virtù ma perché, leggendo gli editoriali di questi giorni, quello che salta all’occhio è che è facile etichettare una generazione ed è altrettanto facile sorvolare sulle cause che hanno portato a certi risultati. Come accade ormai periodicamente – si torna a parlare della famigerata questione dei figli che restano tra le dorate mura domestiche, grazie alle cure di babbo e mamma, ben oltre la maggiore età. A (ri)tirare fuori la questione è stata la provocazione del ministro Renato Brunetta di obbligare per legge le famiglie a spedire fuori casa i figli al compimento dei 18 anni. Il problema è vecchio e, siamo d’accordo, col passare del tempo la situazione nel Bel Paese è peggiorata, non solo perché l’Italia si ritrova con una quota spropositata di giovani e meno giovani che “non se ne vogliono andare”, ma anche perché il mercato del lavoro è del tutto cambiato, non ne parliamo dopo il biennio nero 2007-2009.
Ma mi sento in dovere di alzare la voce a nome di chi – cresciuto a suon di “chi dorme non piglia pesci” – a 20 anni ha fatto le valigie e ha deciso di affrontare “il mondo esterno” a più di 500 chilometri dal nido domestico; di chi ha iniziato a fare i conti con affitto da pagare e frigoriferi da riempire, il tutto continuando a credere ciecamente in un futuro e in dei progetti da difendere e realizzare, e accettando con determinazione la famosa sfida contro la “precarietà”. Di chi, insomma, ha tentato di diventare un individuo completo e non di restare solo un “fardello” per la società.
Sì, dico tentato, perché c’è anche chi ha avuto il coraggio di farsi strada da solo ma, arrivato a un certo punto del percorso, ha dovuto fare marcia indietro perché si è ritrovato a corto di mezzi per poter vivere dignitosamente. Si tratta di un fenomeno di portata mondiale: negli Stati Uniti già da alcuni anni si parla di “figli-boomerang” e – quel che è peggio – la tendenza è in forte aumento anche in Canada e in Spagna. Il fenomeno, come mette in luce uno studio condotto dalla Klaus Davi & Co., è subito una netta accellerazione: nel 2003 circa 16 milioni di famiglie avevano almeno un figlio over 18 che viveva a casa, il 7 per cento in più rispetto al 1995, il 14 per cento in più rispetto al 1985. Oggi, stimano gli analisti, negli Usa 18 milioni di “giovani-adulti” fra i 20 e i 34 anni vivono con i genitori. Colpa degli affitti che crescono e degli stipendi che calano, dei gravosissimi debiti contratti per pagarsi gli studi e dell' ondata di licenziamenti seguita al boom della new economy.
Tutti laureati e iper-specializzati, i “ragazzi boomerang” vengono soprattutto dalla middle class. Abituati ad un tenore di vita borghese, da soli fanno fatica a mantenere alti gli standard, e preferiscono tornare a casa. Anche se hanno un lavoro. Persino la gioventù inglese – da sempre tendente all’indipendenza – è afflitta dal ‘nuovo morbo’, sconosciuto fino ad ora che, qualora abbiano lasciato la casa paterna per studiare, al termine del corso di studi, li riporta dritti dritti a casa di mamma e papà. Non va meglio ai giovani in cerca di lavoro: anche se l’occupazione giovanile è aumentata, in Inghilterra, del 15% rispetto al dicembre 2008, i “boomerang kids” sono attualmente in aumento.

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